Binari verso l’infinito

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Ho un ricordo remoto della ferrovia: fin da piccolo nonna Francesca mi portava su un ponte a vedere la corsa del treno. Pur essendo agli inizi degli anni Ottanta il passaggio del convoglio era per lei – nata nel 1903 – un evento importante perché le riportava alla mente i tempi in cui il figlio macchinista la avvertiva del suo passaggio da Magliano Alpi Soprano, paesino perduto nella pianura cuneese, troppo piccolo per consentire una sosta del treno per Savona. Un colpo di tromba voleva dire Ciao mamma, ti sto pensando. Così è iniziato il mio amore per la ferrovia, per le stazioni in genere. Figlio di ferroviere, ne ho incontrate molte: e sempre con la stessa sensazione: casa! Accompagnando papà al lavoro, passavo tanto tempo a perdere lo sguardo tra la folla confusa di quei luoghi agitati. Storie, occhi che passano per un attimo, volti che si incrociano per una volta sola e poi non si trovano più. Tutti mi parevano emozionati, come al loro primo viaggio: forse perché ogni partenza nasconde in sé un’incognita da scoprire poco alla volta. E poi i binari; quel senso di andare verso l’infinito mi metteva in cuore il desiderio di percorrerli prima del treno per sapere dove andava a morire la loro corsa. Tutta un’incognita la vita della stazione che mi ha fatto scoprire la passione per l’umanità così variegata e ricca, abbandonata e sofferente, sola, variopinta e bella. Una cattedrale, un mondo dietro le mura: quasi l’anticamera dell’infinito. Quella volta a partire ero io con in cuore però la stessa voglia di incontrare qualcuno, la stessa speranza di incrociare gli sguardi che mi hanno appassionato fin da piccolo. Anche per me valeva l’incognita di una partenza… per tutta la vita. Mentre intravedo la sagoma del treno per Palermo mi scuote una voce. È Pasquale, giovane di circa trent’anni che tenta di vendermi una penna. Lo guardo negli occhi e anche lui non mi sfugge: forse è sincero e mi racconta di sé, delle sue disavventure per poi ripropormi l’acquisto di una penna. Si illumina quando infilo la mano nella tasca dei jeans, facendomi largo tra la confusione degli zaini appesi a tracolla, e tiro fuori una vecchia banconota da 5000 lire. Lo sguardo si perde tra i tabelloni luminosi in attesa della fatidica scritta Palermo, ma ci pensa Giulio ad interrompere la mia ricerca frastornata. È un napoletano sulla quarantina, amichevole, disponibile, accogliente. Facciamo subito amicizia e inizia a raccontarmi di sé. Nel frattempo ci accorgiamo di dover prendere lo stesso treno io, lui e altri dieci suoi amici chiassosi, simpatici. Il racconto della sua vita incalza e la sua personalità così variegata mi affascina anche quando mi racconta che si trovava a Sarno il giorno in cui la valanga ha spezzato vite, distrutto case e seminato angoscia nell’autunno del 1996. Non risparmia nessuno nel descrivere le conseguenze di quel disastro, ma nei suoi occhi leggo voglia di giustizia, di un amore sempre agognato e mai trovato. Lo attira il mio interesse al suo racconto e la domanda in stretto accento napoletano sorge spontanea: Ma me lo spieghi che ci va a fare un torinese a Palermo?. A cercare lavoro è la mia risposta più immediata. Giulio ha un sobbalzo e, rivolto agli amici che occupano a macchia di leopardo tutta la carrozza: Vi è mai capitato di incontrare un tori- nese che va a cercare lavoro a Palermo? e scoppia una risata rumorosa che mi fa arrossire. È il momento di raccontargli la mia storia. Ho deciso di giocarmi la vita per l’ideale più grande che potessi incontrare: Dio. Per lui ho lasciato tutto e ho deciso di seguirlo ovunque… prima tappa Palermo, caro Giulio. Ora ad arrossire è lui e le domande sull’amore, sul segreto per essere felici si susseguono fino all’annuncio dell’altoparlante Napoli Centrale. Scendiamo entrambi, ma la coincidenza per Palermo è già partita. Giulio ormai ha deciso di essermi amico. Davanti alla prospettiva di passare una notte in stazione, lui mi procura un posto tranquillo dove stare e cerca di convincere il capotreno a farmi prendere un convoglio merci per Palermo pur senza prenotazione. Tutto inutile, ma il suo impegno per me è segno che l’amore sempre cercato ora lo sta dando. Salutandoci, scorgo alcune lacrime nei suoi occhi. Reciproca è la certezza che non ci incontreremo più, ma quelle ore di viaggio hanno cambiato qualcosa nella vita di tutti e due. Così mi incammino verso un bar nei pressi della stazione. Degrado, sofferenza e dignità nei volti dei derelitti che vivono in stazione messi in disparte dalla società. È forte il richiamo verso ognuno; quasi un andare alla ricerca del tesoro nascosto tra le pieghe del loro volto tumefatto dalla stanchezza, dalla fame, dalla galera. Compro un panino e una bottiglia d’acqua che i pochi spiccioli in tasca mi consentono e decido di consumarli su una panca attigua al binario n. 3. La stessa idea pare averla avuta Farouk, un uomo distrutto dagli anni della ancora viva guerra in Cecenia. Una cicatrice che attraversa il volto testimonia che la vita non gli ha fatto sconti e la fuga dalla sua terra è stato l’unico modo per sopravvivere. Mentre mi racconta di sé, deve avere la sensazione che io abbia ancora fame, perché divide il suo panino al salame e me lo porge insieme alla bottiglia di Forst mezza vuota che stava sorseggiando. Quel tozzo di pane offertomi da mani insanguinate e sporche è un pranzo nuziale rivisto alla luce di un uomo che non avendo nulla continua a dare tutto. Farouk diventa l’icona della gratuità, del dono: non me lo toglierò più dalla mente. Già, proprio io che vado nel mondo a portare il messaggio del Vangelo vissuto. Farouk, Giulio, Pasquale…: sorrisi e volti stampati nel cuore per sempre, colti in luoghi forse poco raccomandabili ma sempre teatro di incontri con la porzione di umanità più bella. Immagini dipinte proprio laddove va a spegnersi la corsa di tanti binari.

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