Biblioteche nel deserto

Aziz è scomparso, inghiottito nel buio ingresso della sua casetta tutta in pietra. Riappare poco dopo, la bocca sdentata allargata in un sorriso, con in mano qualcosa che mostra soddisfatto: è un vetusto libro dalla rilegatura di pelle rossa tutta sbrindellata, che sembra cadere a pezzi. Con cautela ne apre le pagine fitte di scrittura araba simile ad un prezioso ricamo: un’opera filosofica, giuridica o scientifica, oppure un testo letterario? E a quanti secoli fa risale? Un reperto del genere andrebbe affidato alle mani di un abile restauratore e dal precario habitat di un’oasi come Chinguetti – la capitale storico-culturale della Mauritania ed uno dei sette luoghi sacri dell’Islam – trasferito nella bacheca climatizzata di una biblioteca, magari quella appena risorta di Alessandria, ad emulare la più celebre istituzione del genere dell’antichità. Quando glielo si fa osservare, Aziz scuote la testa sorridendo: no, non si separerà mai da quell’antico volume; e neppure dagli altri – un centinaio, sembra – che gelosamente conserva in un baule di legno e cuoio. È un tesoro di famiglia che si tramanda da generazioni e di cui questo contadino mauro, che cerca di arrotondare le magre entrate con l’attività di guida turistica, va oltremodo geloso: è ciò che rimane di un luminoso passato, quando i suoi avi, commerciando tra le oasi del deserto, possedevano beni tali da potersi permettere, amanti delle lettere quali erano, il lusso di una biblioteca personale. Ma non è l’unico, Aziz. Sono numerosi, qui in Mauritania, i privati che non vogliono separarsi dai manoscritti di loro proprietà; cui si aggiungono quelli custoditi da scuole religiose e moschee: tutti tesori destinati ahimè ad andare in disfacimento nel giro di pochi anni se gli esperti dell’Unesco, che anche in questo paese sahariano cercano di salvare il salvabile, non li convinceranno ad affidarli alle istituzioni culturali. E pensare che in questo straordinario patrimonio ignoto ai più non sarebbe azzardato sperare di trovare testimonianze rare o anche uniche di un’epoca d’oro – l’Alto Medioevo – in cui il paese era un “crocevia culturale ed economico di primaria importanza tra il Maghreb delle carovane e l’Africa Nera delle merci preziose, tra i luminari delle scienze e delle lettere delle celebri università dell’Africa mediterranea e della Spagna e i nuovi poli del sapere e dell’insegnamento degli imperi sudanesi”. Già, accanto alle spezie e al sale, alle armi e agli avori, agli ori e agli argenti, alle stoffe e agli schiavi, c’erano i libri: richiestissimi non solo dalla classe dirigente in genere, ma anche da quanti, di più modesta origine, erano pervenuti, principalmente attraverso il commercio, ad una agiatezza che consentiva loro di rivaleggiare con quella. E che dire del moltiplicarsi, nelle oasi, di scuole in cui le scienze naturali e quelle religiose venivano insegnate da dotti la cui fama si spargeva lontano? Scuole aperte a tutti, com- prese le donne, e alle quali gli studenti bisognosi potevano accedere gratuitamente grazie ad un sistema di contributi volontari raccolti perfino nei più remoti accampamenti di nomadi. Proprio così: il deserto sahariano, come il bacino mediterraneo del resto, è stato in passato tra i più efficaci tramiti di cultura e di civiltà. E tuttavia oggi l’avanzata delle sabbie sta minacciando in molti posti, tra cui appunto la Mauritania, gli antichi centri carovanieri con le irripetibili testimonianze di una civiltà che proprio dal deserto aveva tratto vita. Sopravvissute per sette secoli, città celebri come Chinguetti, Ouadane, Tichitt e Oualata, nelle quali erano fiorite quelle rinomate scuole, oggi sono solo l’ombra di ciò che furono: quasi deserte, in piena decadenza per essere state tagliate fuori dalla rete delle vie carovaniere e dei traffici, attendono, insieme alle straordinarie biblioteche nascoste nelle loro case e moschee semidiroccate, solo l’intervento dell’Unesco e della comunità internazionale in soccorso agli sforzi del governo mauritano per sperare in un futuro. E pensare che quelli della Mauritania sono solo una parte dei cinque milioni di manoscritti medievali dell’intero Sahara da salvaguardare e catalogare, la cui perdita sarebbe disastrosa per il patrimonio culturale e storico non solo islamico, ma dell’intera umanità: anche perché propongono una visione delle vicende e dei personaggi del passato africano profondamente diversa dalle ricostruzioni storiche di matrice occidentale. Quanto poi, ancora oggi i valori della cultura siano in auge nella società di questa repubblica islamica, malgrado i problemi accennati, è dimostrato dal fatto che non esiste accampamento mauro, anche di poche tende, privo di mahadra, la scuola nomade che garantisce l’istruzione tradizionale dei ragazzi tra i 5 e i 15 anni. Di fatto, in Mauritania, l’analfabetismo non raggiunge il 20 per cento della popolazione. Questo ed altro scopriamo, leggendo il bellissimo volume di Attilio Gaudo che l’editrice fiorentina Polaris ha dedicato a questo affascinante paese ancora poco noto in Italia e sul quale con estrema difficoltà si trova qualcosa di pubblicato (1). Un paese completamente privo di strutture ricettive tradizionali, che offre però al visitatore che vi si avventura in tenda e fuoristrada le attrattive di un territorio ancora vergine e il contatto con una gente ospitale, radicalmente morale e onesta, fiera di un grande passato che, appartenendo però al mondo intero, ancora chiede di nutrire il nostro presente. L’ANTICA EL-GHINGUETT Tra i più antichi e ricchi focolai dell’umanità, popolata fin dal paleolitico, l’attuale Repubblica Islamica di Mauritania (El-Ghinguett il suo nome precoloniale) si sviluppa prevalentemente nella zona sahariana e saheliana occidentale, con uno sbocco sull’Atlantico. Per la difficile situazione climatica la popolazione, di origine arabo-berbera, consta di appena un milione e mezzo di abitanti su un territorio grande tre volte l’Italia. I mauri sedentari vivono nelle oasi dove si dedicano all’agricol- tura; mentre i nomadi (un terzo della popolazione) sono organizzati in tribù guerriere divise in caste, e si occupano dell’allevamento del bestiame. A questo dualismo socio-economico si deve l’antagonismo che caratterizza i complessi rapporti tra gli uni e gli altri. Un discorso a parte riguarda gli imraguen, i pescatori neri della costa, la cui tecnica di pesca utilizza il passaggio dei delfini per sospingere verso le reti i cefali che abbondano nelle acque di Capo Timiris. Per secoli, fino all’occupazione francese dei primi del XX secolo, la Mauritania difese la sua funzione di cerniera culturale e culla arabo-berbera dei valori spirituali e intellettuali dell’Alto Medioevo. Poi il declino, in poche decine d’anni: escluse dallo sviluppo moderno, le quattro città storiche rimasero isolate e, a causa della desertificazione e dei problemi creati, alla fine degli anni Settanta, dalla guerra del Sahara e dai massacri etnici dell’aprile 1989, si andarono spopolando, al punto da assumere l’aspetto di “città fantasma”. Finalmente nel 1991 iniziavano i lavori per il restauro e la riabilitazione socio-culturale di questi centri carovanieri, nell’ambito della campagna internazionale di salvaguardia lanciata dall’Unesco, che comprende anche il preziosissimo patrimonio cartaceo.

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