Berlioz

Pubblico raffinato quello dell’Accademia Filarmonica Romana. Così l’ultimo masque di Henry Purcell The Indian Queen (La regina indiana), anno 1695, affidato ai 17 virtuosi dello Scholars Baroque Ensemble – dal 1987 sulla scena internazionale – si è rivelato per quello che è: un capolavoro assoluto. L’ispirazione sorgiva, il melodioso stile di canto, la chiarezza orchestrale, dicono il fulgore barocco dell'”Orfeo inglese”, nel quale fantasia rinnovata, vivacità, grazia del canto danno all’ascoltatore la certezza di un paradiso sonoro di invidiabile calma. L’Ensemble è formidabile nella distinzione di ogni singolo strumento originale, nella ricchezza degli “assieme”, nella bellezza delle voci che evocano le scenografie teatrali con la sola musica, splendida. Pregevoli la tromba (James Ghigi), il clavicembalo (Terence Charlston), il primo oboe (Mark Baigent); e fra le voci, i due soprano (Kym Amps, Anna Crookes), il controtenore Angus Davidson) e il basso David van Asch nella storia d’amore contrastato fra Zempoalla, regina indiana e l’amato Montezuma. Altro clima, di effervescente autobiografismo musicale, al Teatro dell’Opera che, per celebrare i due secoli dalla nascita di Berlioz, ne esegue la Sinfonia Fantastica (Èpisode de la vie d’un artiste) e Lélio, ou le retour à la vie, di seguito, come voleva l’autore. Sul podio, la foga entusiasta di John Nelson ha contagiato l’orchestra che della Fantastica ha dato una lettura coloratissima, irruenta, ricca di sfumature dinamiche e timbriche a rendere appieno il lavoro geniale di Berlioz, artista “estremo”. Il quale nel “monodramma lirico” Lélio appare meno originale, nell’insistito autobiografismo (affidato alla voce recitante Eric Genovese) che “copre” le pagine musicali, in realtà poco ispirate. Le scene di Michele Della Cioppa hanno ricreato l’aria “romantica” insieme alla regia sapientemente mossa di Michal Znaniecki e allo splendido gioco di luci di Bruno Monopoli. Sempre magistrale il coro e belle le voci, specie Carmelo Caruso nel ruolo del Capitaine. Pubblico scarso, anche se convinto. Ancora Berlioz ( la giovanile Morte di Cleopatra) con l’Orchestra di Roma e del Lazio, guidata dall’attento Lü Jia, con la voce robusta del soprano Renata La Manda. Lavoro dal declamato gluckiano, affascina più per la tavolozza orchestrale – il vero talento di Berlioz – che per la melodia, in una drammaticità che, nel finale, tocca e supera il realismo: anche l’ultimo respiro della morente Cleopatra è musica. Il piglio giovanile della formazione romana spicca soprattutto negli archi (Sinfonia La sorpresa di Haydn), ma anche nel saper accompagnare un solista emergente come Umberto Clerici, 22 anni, nel Concerto n.1 per violoncello e orchestra di ?Sostakovic. Lavoro violento quanto e più di un brano rock, scritto per l’esuberante amico Rostropovi?c nel 1959, Clerici l’affronta di petto: il suo giovane violoncello sprizza scintille di melodiosità russe e asprezze drammatiche che si urtano e si “con-fondono”. Quando poi Lü Jia propone la Quinta di Schubert l’orchestra si fa lieve, e il pubblico trova la distensione.

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