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Italia > Legalità

Beni confiscati alle mafie, 30 anni di storie del Belpaese

di Toni Mira

I frutti maturi di una legge efficace nel tramutare le ricchezze accumulate dalle organizzazioni malavitose in progetti di solidarietà e rigenerazione sociale. Presentato il rapporto “Raccontare il bene” di Libera, che lancia una petizione che chiede di destinare il 2% del Fondo che raccoglie il denaro confiscato ai mafiosi al riutilizzo pubblico e sociale dei beni confiscati

Maxi confisca di beni sul litorale a sud della Capitale, in particolare ad Anzio e Nettuno. Foto Ansa/carabinieri

Trent’anni con ottimi risultati. È la storia della legge 109 del 7 marzo 1996 che introdusse il riutilizzo a fini sociali dei beni tolti ai mafiosi.

Una norma approvata dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio e le bombe mafiose a Roma, Firenze e Milano, e che completava la legge Rognoni-La Torre del 1982 che aveva introdotto la confisca delle ricchezze dei mafiosi e si collegava al lavoro del pool antimafia di Palermo. 

Non a caso la proposta di legge, presentata il 15 dicembre 1994, aveva come primo firmatario Giuseppe Di Lello, ex componente del pool antimafia di Falcone e Borsellino, e poi parlamentare dei Progressisti e di Rifondazione comunista.

Tra gli altri firmatari l’attuale capo dello Stato, Sergio Mattarella (Dc e Ppi), l’ex presidente della Commissione antimafia e della Camera, Luciano Violante (Pci e Pds), il fondatore della Federazione italiana antiracket, Tano Grasso (Pds), Giuseppe Ayala (Pri e Alleanza democratica), pm al “maxiprocesso”.

Palermo 17/02/1986. Processo alla mafia. Il presidente della corte alfonso Giordano e il giudice a latere Pietro Grasso si consultano con il cancelliere, al centro, durante una pausa. ANSA Oldpix

Davvero una proposta trasversale. Che venne fortemente sostenuta da un milione di firme raccolte dall’associazione Libera. «Fu un segnale molto chiaro – ricorda Di Lello – perché finalmente quei beni diventavano di utilità pubblica e non beni rapinati da qualche boss. Confiscarli è un simbolo molto importante, ma il riutilizzo a fini sociali è altrettanto importante. Per i mafiosi non è solo un danno economico, ma di immagine. Con la confisca dei loro beni e soprattutto col riutilizzo a fini sociali, con iniziative veramente istruttive, i mafiosi ci perdono la faccia. Lo avevamo capito bene noi del pool di Palermo».

Una norma che ha funzionato e sta funzionando. Aumentano, grazie al prezioso lavoro di magistrati e forze dell’ordine, i beni confiscati alla criminalità organizzata, ma aumentano ancora di più, quasi tre volte in dieci anni, i soggetti della società civile organizzata che li gestiscono, belle storie di rinascita.

È quanto emerge dal rapporto di Libera Raccontiamo il bene, presentato in occasione del trentennale. Attualmente sono 23.026 i beni immobili confiscati e destinati, mentre sono 20.848 quelli ancora in gestione dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata.

Il Museo del Presente Falcone e Borsellino a Palermo, 22 maggio 2025. ANSA/CARLA FUNDAROTTO

Erano in tutto circa 30mila dieci anni fa, in occasione del primo rapporto di Libera. Dati imponenti, ma ancora più importanti sono quelli prodotti dalla legge di 30 anni fa: sono i 1.332 soggetti della società civile organizzata che gestiscono beni confiscati, in 19 regioni e in 448 comuni. Belle ed efficaci realtà, che hanno ridato vita e libertà a questi beni. Un dato in fortissima crescita. Dieci anni fa erano 524 in 16 regioni. Cinque anni fa, in occasione del 25mo anniversario della legge erano 871, le regioni 17 e i comuni 350.

Davvero un “Belpaese”, dove in silenzio opera una comunità alternativa a quella mafiosa, che lavora e si impegna a realizzare un nuovo modello di sviluppo territoriale: 739 associazioni di diversa tipologia, 35 scuole, 282 cooperative sociali, 17 associazioni sportive dilettantistiche, 38 enti pubblici, 53 tra associazioni temporanee di scopo e di impresa, 41 fondazioni private e di comunità.

Circa il 20% dei beni confiscati alle mafie e diventati esperienze di riutilizzo a fini sociali sono riconducibili all’impegno della Chiesa italiana: diocesi, parrocchie, Caritas (67), gruppi scout (17), e varie decine di associazioni di volontariato e cooperative sociali.

Ricordiamo in particolare i dieci beni confiscati presi in gestione dalla Diocesi di Locri-Gerace, la prima chiesa realizzata su un terreno confiscato a Gioia Tauro (Diocesi Oppido-Palmi), le case famiglia per minori realizzate in appartamenti confiscati alla mafia di Cerignola e gestite dall’Associazione volontari Emmanuel, fondata nel 1992 da monsignor Nunzio Galantino – per trentaquattro anni parroco di San Francesco d’Assisi a Cerignola, poi vescovo a Cassano all’Jonio e segretario generale della Cei –, le sette cooperative sociali in Campania, Puglia, Calabria e Sicilia, sostenute dal Progetto Policoro della Cei per l’imprenditorialità giovanile al Sud. Novecento realtà sono al Sud e nelle isole, 322 al Nord, 110 al Centro.

La regione con il maggior numero è la Sicilia con 384, segue la Campania con 205, la Lombardia con 193 e la Calabria con 154.

Tra i comuni più impegnati ricordiamo due simboli per anni del potere mafioso. A Corleone (Sicilia) tutti i beni confiscati sono attualmente utilizzati in gran parte da cooperative sociali. A Casal di Principe (Caserta) ben 5 scuole sono state realizzate in edifici confiscati alla camorra, oltre ad altri assegnati anche qui a cooperative sociali.

Nella ricerca, Libera ha ricostruito le attività che si svolgono in questi beni: il 57,6% sono direttamente legate a servizi di welfare e politiche sociali per la comunità; il 23,2% si occupano di promozione del sapere, del turismo sostenibile e della cultura e il 9% sono nel mondo dell’agricoltura e ambiente.

Davvero degli ottimi risultati, ma Libera ora invita i cittadini a una nuova mobilitazione. È la campagna Diamo linfa al bene: una firma per chiedere che il 2% del Fondo Unico Giustizia, che raccoglie il denaro confiscato ai mafiosi, venga destinato al riutilizzo pubblico e sociale dei beni confiscati.

Dal 6 al 8 marzo si sono svolte più di 150 iniziative in tutta Italia, da Trieste a Milano, da Torino a Genova, da Bologna a Palermo, da Roma a Napoli, con banchetti, visite ai beni confiscati e la raccolta di firme.

Don Luigi Ciotti, presidente di Libera, foto Ansa

«I tanti beni restituiti alla collettività grazie ai percorsi di riutilizzo sociale “parlano” – sottolinea il presidente di Libera don Luigi Ciotti –; raccontano ciò che accade quando una ricchezza sporca, talvolta addirittura macchiata del sangue di vite innocenti, viene ripulita attraverso un investimento morale e materiale che chiama in causa i territori di appartenenza. Sono segno tangibile del bene comune che si ripara e rafforza ogni volta che un bene… viene usato bene».

Ma, avverte, «oggi dobbiamo stare attenti a non fare passi indietro, e continuare a procedere in avanti! Non tutti i beni, lo sappiamo, si prestano ad essere sfruttati per esigenze pubbliche. Ma in molti casi a creare sfiducia e abbandono è la mancanza di risorse iniziali. Dobbiamo allora – conclude don Luigi – fare uno scatto in più, uno sforzo più deciso per diventare tempestivi ed efficaci nel prenderci in carico quei beni e renderli subito operativi. Ogni giorno di ritardo fa il gioco delle mafie. Ogni rinuncia a intervenire le fa apparire più forti».

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