Beni comuni e nuove virtù del mercato

Le nuove virtù del mercato nell’era dei beni comuni
Gli economisti Luigino Bruni e Serge Latouche, nella loro ricerca, hanno un obiettivo comune: andare oltre il capitalismo finanziario, individualista e globalizzato, nella sua deriva post-moderna. Ma Bruni, alla risposta di Latouche alla crisi epocale – mediante la decrescita serena e l’abbondanza frugale –, aggiunge un’indagine originale sulle nuove virtù del mercato. Questa la sintesi del suo pensiero nel libro Le nuove virtù del mercato nell’era dei beni comuni: «…oggi come ieri non esiste un umanesimo integrale se l’individuo non si riconcilia con la comunità, la libertà con la fraternità, i mercati con la vita civile, lo spirituale col materiale, la gratuità con il contratto, l’eros con l’agape»[1].

 

L’autore compie un’audace esplorazione del mercato e della vita alla riscoperta dell’Economia civile, nella prospettiva di un nuovo umanesimo. Vengono rivisitate le parole della scienza economica per capire i limiti dell’attuale economia di mercato, contraddistinta dall’arretramento di originari valori umani, le cause di questo arretramento, la netta demarcazione tra la logica del mercato e la logica del dono nel capitalismo anglosassone, la sua insufficienza rispetto alla tragedia dei beni comuni, oggi. Pertanto, vengono riconsiderati il concetto di imprenditore e di competizione, come pure il rapporto tra lavoro e dono-gratuità.

L’idea di economia che ne discende è affascinante, perché capace di vedere la realtà in profondità, con lo sguardo rigoroso di una disciplina che si apre in particolare alla filosofia, alla psicologia, alla sociologia, alla storia, senza tradire il suo statuto epistemologico. L’obiettivo rimane un’economia a misura di persona, che ci permetta di uscire dalla crisi diversi da come ci siamo entrati. Bruni, con questo suo libro, tenta in particolare di dare una risposta convincente alle seguenti domande: quali virtù sono richieste al mercato nell’era dei beni comuni? Ha senso parlare di gratuità nel mercato? Quale posto deve occupare tale gratuità?

Illuminante è la nota di metodo nell’introduzione:

 

«Per poter sperare di trovare nuove categorie e nuove visioni per l’economia e per il mercato, dobbiamo essere capaci di una maggiore capacità antropologica, di dare più fiducia all’essere più straordinario che popola il pianeta terra (e forse l’universo intero): quella persona umana che ha bisogno, oggi molto più di ieri, di ricredere in se stessa e nella fonte più potente di energia rinnovabile: la sua forza spirituale e morale. L’attuale fase dell’economia di mercato (che possiamo chiamare capitalismo finanziario-individualista) nasce infatti da un pessimismo antropologico che risale almeno ad Hobbes»[2].

 

Bruni condivide la teoria della decrescita economica di Latouche e aggiunge la decrescita politica. Non si tratta tanto – a suo avviso – della diminuzione di produzione e di PIL, ma del peso dell’economia all’interno della vita civile. Occorre ridurre l’enorme spazio che questa ha preso nella nostra società capitalistica attraverso le transazioni monetarie, anonime e strumentali, sacrificando le fondamentali relazioni interpersonali di reciprocità e di gratuità. Anche la politica deve decrescere – afferma Bruni – e ritirarsi nei suoi ambiti essenziali per far spazio al civile e alla sfera pubblica, non solo per ridurre i suoi costi e privilegi, ma soprattutto perché un sistema sempre più complesso mal sopporta interventi pesanti esterni che entrano nelle sue dinamiche.

Sul piano del pensiero economico, dare cittadinanza all’economia nell’ambito delle virtù significa andare oltre il paradigma della teoria neoclassica dell’astratto homo oeconomicus. Nel mondo dell’economia esistono anche delle buone prassi. Quindi è possibile ricercare le virtù tipiche del mercato nell’impresa, nello scambio, nella finanza (prudenza, innovazione, creatività, ma pure, specie oggi, le nuove virtù relazionali). L’innovazione, ad esempio, emerge nei periodi di crisi come capacità delle persone di realizzare cose eccellenti. È una virtù civile come areté degli imprenditori, in una dinamica positiva di innovazione-imitazione che la società e i mercati facilitano. Certamente, tali imprenditori sono animati da ragioni più grandi del profitto – contro la logica dominante del capitalismo finanziario – quali, ad esempio, la speranza, il coraggio, la temperanza, la fortezza e la prudenza.

Senza alcune virtù, in particolare l’indipendenza e la prudenza – continua la lucida analisi di Bruni – il mercato non nasce e non funziona, come sapevano bene Adam Smith, David Hume e gli economisti civili delle scuole napoletana e milanese. Il self-interest è visto come espressione di virtù individuali che si trasformano in virtù pubbliche. Ciò non vale, però, per i beni comuni. La ricerca degli interessi privati non produce tali beni. Il problema è, ad ogni modo, che il Terzo Millennio è l’era dei beni comuni (basta pensare allo strato di ozono) e, al contrario, dei mali comuni: gas serra, terrorismo, sfiducia ecc. I beni comuni, poi, sono strategici per l’umanità: energia, acqua, ambiente, sicurezza, foreste, oceani, fiducia in un mondo globalizzato.

Si delinea la tragedia dei commons, cioè una situazione in cui diversi individui utilizzano una stessa risorsa comune per interessi privati[3]. Drammatica è la tensione tra la libertà dei cittadini e la distruzione delle risorse comuni. Conosciamo nella storia collassi di civiltà, come oggi, con la crisi finanziaria, viviamo la tragedia del bene comune per l’eccessiva fiducia nei mercati internazionali. Saremo capaci di fermarci in tempo? È urgente – secondo l’economista Elinor Ostrom, Nobel per l’economia 2009 – trasformare i beni comuni da res nullius in res communis omnium, in beni di tutti, per evitarne la distruzione[4]. Essendo impossibile un Leviatano universale che imponga le regole, è nell’etica individuale che si trova il limite al consumo dei commons. Invece  – ribadisce Bruni –è nella società civile che risiede la risposta, in uno spazio che non è né Stato né mercato. Cittadini virtuosi e incondizionali nelle scelte di fondo, animati dalla razionalità del noi. Attraverso l’evoluzione culturale, le minoranze profetiche coinvolgono milioni di cittadini. Da qui può nascere un nuovo patto mondiale per aria, acqua ed altre risorse naturali. La società civile svolge insomma un ruolo cruciale. Sta alla politica trasformare la tragedia in drammi con la possibilità di scegliere il bene, salvaguardando i beni più preziosi e cruciali per l’umanità, senza accontentarsi del male minore.

 

Luigino Bruni sostiene con forza che nell’era dei beni comuni non bastano più le classiche virtù individuali del mercato. Oggi servono nuove virtù del mercato all’interno di una sua nuova visione fondata sulla cooperazione. Oltre la dicotomia tra cooperazione e competizione, dobbiamo immaginare mercati anche con il tocco della gratuità, per evitare che diventino puramente speculativi. Una civil competizione può convivere con una civil cooperazione. Ciò è possibile sviluppando la virtù dell’antinarcisismo. Nella società dei consumi e dell’immagine il narcisismo sta diventando una malattia endemica. Dobbiamo, pertanto, assumere un punto di vista adulto e non narcisistico, accettando di svolgere , ad esempio, anche lavori non piacevoli ma socialmente utili e remunerati per rispondere sempre più alle vere esigenze della comunità e anticipare i bisogni degli altri. Anche la civil concorrenza è una virtù, se intesa come cum-petere, cercare insieme, per produrre innovazioni, abbassare i costi e i prezzi e migliorare l’efficienza del mercato, cooperando con i cittadini, i clienti, i fornitori, lo Stato.

 

Il bene comune esige, però, di andare oltre il mutuo vantaggio, per riconoscere le virtù civili con i premi e fare così una buona manutenzione dei legami sociali. Ad esempio: premiare le imprese che agiscono con responsabilità sociale, come pure i cittadini che hanno pagato regolarmente il biglietto dell’autobus ecc. Il mutuo vantaggio non è sufficiente neanche al mercato. Questa è la tesi principale di Luigino Bruni. L’Economia civile si basa infatti su tre elementi coessenziali: lo scambio di equivalenti, il dono, la redistribuzione. Ci sono «obblighi di potere» obblighi essenzialmente di tipo etico che spingono ad andare oltre il mutuo vantaggio[5].

Al mercato insomma va posta una domanda essenziale che è quella sulla giustizia. Serve una nuova idea di prossimità che è quella del buon samaritano, non semplicemente legata al vicino sul piano geografico, etnico, culturale ed affettivo. Con questo nuovo prossimo si introduce una relazionalità non strumentale, aperta alla gratuità, che possiamo definire fraternità civile. Diventa categoria chiave la gratuità, per andare oltre l’attuale concezione del mercato imbrigliato dalla iperfinanziarizzazione dell’economia attuale.

Nell’epoca dei commons, l’interesse individuale non basta per produrre bene comune. Occorre la fraternità, capace di determinare mercati autenticamente umani. Una fraternità civile del noi con una logica personalista, comunitaria ed inclusiva, in grado di tenere insieme libertà ed uguaglianza. Da qui il possibile recupero della felicità pubblica, altra categoria dimenticata, dopo i fallimenti del Novecento.

 

L’Economia civile della fraternità – particolarmente messa a fuocone Le nuove virtù del mercato supera la dicotomia tra mercato, come regno del mutuo vantaggio e del contratto, e fraternità, regno del sacrificio e del dono. Tale economia, davvero relazionale, è aperta al tu come pure al lui che non conosco, ma che nel mercato sento fratello in senso civile. È il passaggio dall’immunitas dell’impresa capitalistica alla communitas (cum munus) del dono reciproco della comunità. Ciò implica un ulteriore passaggio dal mutuo vantaggio tra A e B alla mutua assistenza tra A, B e C. Compare un terzo sul quale B può riversare la sua risposta reciprocante. È richiesta una dimensione di gratuità e di dono con effetti positivi sulla società civile, come dimostrano l’Economia di comunione, le cooperative sociali, il Commercio equo e solidale, la Banca etica, il microcredito. Il dono e la gratuità in questo contesto non consistono in regali o donazioni, ma in mutua assistenza, in relazioni dense, in amicizia civile, in beni relazionali, in investimenti generosi ad alto tasso di ritorno per la società. L’essenziale della vita diventa visibile ai nostri occhi, anche nelle ordinarie relazioni di lavoro.

 

Luigino Bruni invita esplicitamente a riscattare il dono-gratuità, come reciprocità incondizionale, dal regno dell’irrilevanza civile (gadget, regalo, gratis). La vita in comune non può funzionare solo sulla base di contratti senza un patto sociale più ampio, senza il dono che è l’esperienza più tipicamente umana, anche se espone il soggetto alla vulnerabilità in mancanza di reciprocità. L’uomo è un animale simbolico, più complicato di come l’economia l’ha rappresentato nel modo di produzione capitalistico. Ad esempio, esiste un rapporto stretto tra dono e lavoro. Nel lavorare c’è sempre qualcosa di più del dovuto, c’è un’eccedenza che non può essere ingabbiata da un sistema di incentivi perché è dono. I dirigenti devono saper riconoscere il dono che è presente nel lavoro. I lavoratori nel contempo, devono saper trovare il limite del lavoro nella loro vita che comprende altri spazi importanti di gratuità.

 

In queste pagine, la riflessione di Bruni si allontana drasticamente dalla tradizione neoclassica e liberista e offre spunti interessanti per un salto di paradigma verso l’Economia civile, dopo la crisi del 2008. Egli apre decisamente un orizzonte nuovo oltre le virtù: la felicità pubblica e i beni relazionali.

 

«La felicità, allora, può essere considerata, e a ragione, una quarta parola del programma di riforma moderno, insieme a libertà, uguaglianza e fraternità. Esiste, ad esempio, un legame profondo tra felicità e fraternità civile: la vita per essere buona ha un bisogno estremo di legami, di appartenenza, accettando le loro ambivalenze. Se viviamo in società non più fraterne ma immunizzate e immunizzanti, la vita non fiorisce, e la felicità non arriva o quanto meno non è piena»[6].

 

Certo, la felicità non può scaturire dalle teorie posizionali che vincolano ad una vita di competizione, rivalità e invidia. L’uomo vive di beni relazionali, di «incontri»[7], di rapporti che in sé costituiscono dei beni. Beni che hanno un valore ma non un prezzo di mercato, beni di legame, e quindi anche pubblici, perché nelle relazioni dipendiamo gli uni dagli altri. Si tratta di «quelle esperienze umane, [come ad esempio] l’amicizia, l’amore reciproco e l’impegno civile, dove è la relazione stessa ad essere il bene»[8]. A tal proposito, Bruni aggiunge che «…la qualità dei rapporti interpersonali (in famiglia, nella società civile, nel posto di lavoro) è di gran lunga la componente che pesa di più nella felicità percepita dalle persone» [9].

Oggi, secondo Luigino Bruni, oltre al cambio di paradigma nella scienza economica, si assiste ad un cambio di ciclo politico: sta iniziando la stagione del pubblico, dei beni comuni. Nella notte delle ideologie, la centralità è rappresentata dall’acqua, dall’aria pura, dalla sicurezza, dalle energie, dalle periferie delle nostre città, dal cibo. È un ritorno alla felicità pubblica? La tragedia dei beni comuni spinge ad uscire dal riflusso trentennale nel privato[10]. Il civile, il volontariato, si rivelano i luoghi delle cellule staminali capaci di ricostruire il tessuto sociale nei periodi di crisi. Il protagonismo della società civile, la decrescita della politica potranno dare spazio all’Economia civile nell’era dei beni comuni. Il mercato può tornare ed essere un luogo d’incontro di individui e di comunità, oltre la tradizione del capitalismo di radice anglosassone e protestante, che ha generato il capitalismo finanziario globalizzato. Imprese e mercati nel neo umanesimo civile possono essere alleati della democrazia e della felicità pubblica. Siamo tutti parte di un destino comune a partire dalla fraternità civile che dà sapore alla vita quotidiana.

 

La ricerca di Bruni ha raggiunto una consapevolezza nuova. Il bene comune, i beni comuni interrogano gli economisti, facendo saltare i vecchi paradigmi. La lotta per l’acqua, per l’università e per la scuola pubblica, nonché per una informazione critica, prendono la scena dell’economia nel mondo globalizzato. La lotta contro il precariato e per un lavoro di qualità, contro lo scempio nell’uso del territorio, contro la privatizzazione della rete internet, la messa in discussione delle grandi opere rivelano che i beni comuni non possono essere affrontati con le sole categorie dell’avere. In gioco è molto di più: l’esistere insieme su questo pianeta. I beni comuni implicano la riconquista di spazi pubblici democratici, fondati sulla qualità dei rapporti, su nuove virtù del mercato e non sulla quantità dell’accumulo[11].

 

 




[1] L. Bruni, Le nuove virtù del mercato nell’era dei beni comuni, Città Nuova Editrice, Roma 2012, p. 238.

[2] Ibid., p. 8.

[3] Cf. G. Hardin, The tragedy of the commons, in «Science», n. 162/1968.

[4] Cf. E. Ostrom, Governing the Commons: The Evolution of Institutions for Collective Action, Cambridge University Press, New York 1990, trad. it., Governare i beni collettivi, Marsilio, Venezia 2006.

[5] A. Sen, l’idea di giustizia, Mondadori, Milano 2010.

[6] L. Bruni, Le nuove virtù del mercato nell’era dei beni comuni, cit., p. 202.

[7] Cf. B. Gui, Più che scambi incontri. La teoria economica alle prese con i fenomeni relazionali. In P.L. Sacco, S. Zamagni, Complessità relazionale e comportamento economico. Materiali per un nuovo paradigma di razionalità, Il Mulino, Bologna 2002.

[8] M. Nussbaum, La fragilità del bene: fortuna ed etica nella tragedia e nella filosofia greca, Il Mulino, Bologna 1996, p. 624.

[9] L. Bruni, Le nuove virtù del mercato nell’era dei beni comuni, cit., p. 223.

[10] Cf. A. Hirschman, Felicità privata e felicità pubblica, Il Mulino, Bologna 1983.

[11] Cf. U. Mattei, Beni comuni: un manifesto, GLFEditori Laterza, Roma-Bari, 2011.

 

 

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