Ben venga lo straniero

Fabio Capello, col suo staff tutto italiano, alla guida della nazionale della Regina.
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Nello spazio solitamente riservato ad autorevoli giudizi sulla guerra in Iraq o sulle incertezze dell’ economia, l’ editoriale di apertura del The Times riportava: È tempo che un genio superiore restauri il colore e il fuoco perduti dalla nazionale. Il genio superiore è Fabio Capello, 61 anni, chiamato a guidare la panchina dell’ Inghilterra che da 41 anni non raccoglie un successo. Gli inglesi, ovvero gli inventori del gioco del calcio, hanno deciso di spendere 30 milioni di euro per affittare il nostro tecnico fino ai mondiali 2010. È quasi una nemesi, di certo, per gli inglesi, un’ umiliazione: dopo averci guardato dall’ alto in basso per un secolo e passa, gli inglesi si arrendono a quelli che giocano brutto, sporco e chiuso, però vincono. Il nostro sgangherato calcio campione del mondo, violento e indebitato, inventa il modello esportazione. La formula, per niente un saldo, è quella del prendi uno e paghi cinque: con lui sono andati a Londra anche il direttore sportivo, il vice-allenatore, il preparatore atletico e quello dei portieri, tutti italiani. Più che un contratto, una migrazione di massa oltremanica. Un fenomeno a cui i britannici, almeno nel calcio, sembrano da tempo inclini: nella Premier League, il loro campionato, solo il 36 per cento dei giocatori è inglese, una delle cause, senza dubbio, del fallimento della squadra nazionale povera di talenti coltivati sul patrio suolo. L’ altra, in cui i mass media guazzano soddisfatti, è la nota e diffusa passione dei giocatori inglesi a divertirsi più fuori dagli stadi che dentro. Con Capello le mattane dei giocatori inglesi, e delle relative mogli, troveranno pane per i loro denti. Capello sarà un sergente istruttore, un ordinatore di caos. Per ora, per tutti, c’ è un solo vantaggio: Fabio Capello non parla inglese. Per un po’ faranno fatica a conoscerlo davvero, gli spigoli specialmente. Oltre alla grammatica, il tecnico e il suo staff dovranno gestire l’ ambientamento e la fortissima pressione popolare, fare scelte tecniche ed elaborare una competenza specifica, conoscere e maneggiare materiale umano. Però Capello dove va, vince. In Italia si è cucito al petto quattro scudetti da giocatore e cinque da allenatore, oltre ad una Champions League; due gli scudetti in Spagna con il Real Madrid. La figurina di Fabio Capello è incancellabile ricordo di gioventù: la maglia bianco azzurra della Spal, collo lungo e petto in fuori, la riga dei capelli bassa a sinistra. Tra i ricordi di valore spicca negli annali il gol segnato il 14 novembre del 1973 grazie al quale l’ Italia vinse per la prima volta nella sua storia in casa dell’ Inghilterra, a Wembley, considerata allora la tana inespugnabile del calcio. Espugnata la tana in gioventù, ora vi siederà in panchina. I tabloid si scordino i gossip alimentati da Eriksson, suo predecessore: è più facile far diventare simpatico Capello che stanarlo con uno scandalo. Il marchio di fabbrica delle sue squadre è l’ organizzazione tattica, unita ad una concretezza estrema: pari al carattere di quest’ uomo tutto d’ un pezzo che non brillerà per simpatia, ma che va avanti per la sua strada senza temere i giudizi di nessuno. Come fa la gente della sua terra, i friulani. O meglio i bisìachi: per Gianni Brera, Capello era il Gran Bisìaco. Chi sono i bisìachi? Secondo l’ opinione comune il termine deriva da bis aquae, due acque, ad indicare la gente che vive tra l’ Isonzo ed il Timavo. Qualcuno che ha studiato di più sostiene che il termine derivi in verità dallo slavo bezyack, senza terra: i popoli che fuggivano dalle invasioni, dei mussulmani o dei barbari, si arrestavano dinanzi all’ Isonzo. Capello è nato su questa terra di frontiera, a Pieris. Il padre vide la luce in Ungheria dove i suoi, sudditi del kaiser, sfollarono durante la grande guerra. Dopo aver combattuto in Croazia, non con le camicie nere, ma con l’ esercito, passò due anni in un lager in Polonia. Nove mesi dopo il suo ritorno, il 18 giugno ‘ 46, nacque Fabio. Tre giorni prima a Pieris i patrioti avevano fermato il Giro d’ Italia con rami e sassi per affermare di chi fosse quella terra contesa: solo 17 coraggiosi raggiunsero il traguardo di Trieste. La gente di Pieris ha conosciuto il dolore: le dodici battaglie dell’ Isonzo hanno concimato questa terra dove l’ emigrazione è stata, per tanti, l’ unica via d’ uscita. Anche per Fabio, che è andato via a 15 anni, seguendo in tutto gli insegnamenti del padre, maestro di scuola e di calcio. Da lui ha preso anche la mascella volitiva e le gambe corte. Gli inglesi hanno la singolare capacità di credere che la grandezza sia dentro di loro, anche se, con la nazionale, non vincono da quasi mezzo secolo: persa la qualificazione agli Europei gli stadi sono rimasti sempre incredibilmente pieni, gli spettatori continuano ad applaudire giocatori d’ Oltremanica e la Premier League continua ad incassare miliardi di sterline. Ben venga dunque lo straniero. Anche perché Capello ha infiammato subito gli inglesi, non nascondendo per un attimo le sue ambizioni: Vincerò la Coppa del Mondo del 2010 – ha dichiarato nella sua prima intervista sulla panchina inglese -. Se non lo pensassi, non avrei accettato l’ incarico e avrei continuato a giocare a golf. Conscio della difficoltà della sua missione oltremanica, ha precisato: Mi aspetta una sfida difficile, ma è quello che amo fare. Da molto tempo volevo fare qualcosa di diverso: volevo proprio questo lavoro. Sarà dura, la pressione è enorme: è una sfida che non vedo l’ ora di affrontare. Farò il possibile per trasformare l’ Inghilterra in una squadra vincente: mi aspetto che tutti i giocatori facciano lo stesso. Capello ha infine svelato che la panchina inglese, a 61 anni, potrebbe essere l’ ultima: Questo incarico è un sogno e sarà l’ ultimo della mia carriera. Voglio chiudere al top. A febbraio c’ è la Svizzera: la sfida può incominciare.

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