Bellini, i Puritani al Teatro dell’Opera di Roma

On line il capolavoro di Vincenzo Bellini con la direzione di Roberto Abbado. Opera seria in tre atti dal dramma storico Têtes rondes et Cavaliers di Jacques-François Ancelot e Joseph Xavier Boniface
Bellini al Teatro dellOpera di Roma

I teatri d’opera si muovono in streaming. Così ha fatto Firenze con Linda di Chamounix di Donizetti, la Scala a Milano con Così fan tutte di Mozart e Roma ha offerto il capolavoro di Bellini, sabato 23 gennaio, che mancava dalle scene capitoline dal 1990.

Si parlava di capolavoro e il melodramma del Catanese “biondo e  di gentile aspetto”, anno 1835 a Parigi – un trionfo -, lo è davvero. A pochi mesi dalla morte a 34 anni, Bellini ha creato qualcosa di unico, che si è spinto oltre Rossini, sulla strada del “rivale” (Bellini era un tipo molto geloso) Donizetti ed ha precorso sotto certi aspetti il Verdi del Trovatore, creando il “melodramma del melodramma”.

Ossia un’azione di grandi quadri, molte scene d’insieme, in cui i fatti vengo raccontati più che agiti, perché è l’emozione, il sentimento a dire tutto. O meglio la musica, la cui forza di trasfigurazione assume un potere e un fascino immenso.

Sulla scena non succede molto. Nei Puritani e Cavalieri siamo nel secolo XVII ai tempi della lotta tra Cromwell e gli Stuart. Elvira è innamorata pazza di Arturo, stanno per sposarsi ma lui fugge con Enrichetta Stuart ex regina per salvarla dalla morte: è un cavaliere, antepone il proprio sentimento al dovere.

Elvira impazzisce e solo il rivedere Arturo inseguito durante il classico temporale la può far rinsavire. Lui dovrebbe essere ucciso come traditore, ma viene perdonato e vissero tutti felici e contenti. Un finale a sorpresa in un lavoro romanticissimo – pleniluni, fughe, follie, odore di morte – in cui l’assurdo di un libretto scombinato (di Carlo Pepoli, patriota in esilio) viene reso credibile dalla forza di una musica che è canto e nient’altro che canto. Sublime, astrale, dalle voci impegnate a svettare nei più arditi sovracuti del dolore e dell’estasi e dell’orchestra mossa, densa e slanciata.

Un’ immersione nella bellezza pura: dopo un simile lavoro, Bellini “doveva” morire. Era arrivato al massimo, come Mozart dopo il Flauto Magico e Raffaello dopo la Trasfigurazione.

E trasfigurante è la melodia infinita belliniana, che sale ad altezze lunari, veleggia da sola o insieme al coro (Finale I) come in una sorta di paradiso estatico del suono, oppure si slancia in cabalette patriottiche nella Parigi sempre in fermento(“Suoni la tromba”, atto II) e in finali esultanti di un giubilo che sembra far ruotare l’universo. Eppure questa melodia -voce e orchestra – è quanto mai limpida, tersa, affettuosa, ricchissima di sottintesi. Potenza dell’ispirazione.

A Roma, per fortuna – almeno una volta – non abbiamo assistito a regie alienanti o sperimentali di autori che pensano alla musica solo come commento sonoro delle loro ricerche artistiche personali. Questa volta c’era l’orchestra, il coro in sala, i cantanti e lui, Bellini, a dominare e a sedurci. È più che bastato.

L’opera è di altissimo livello, quindi estremamente impegnativa per tutti. Il cast era ottimo: Jessica Pratt è una belcantista straordinaria, dai pianissimo e dai ”filati” meravigliosi, espertissima nei ruoli virtuosistici e pure nel “mimare” l’azione (la voce però è un po’ ingrossata e talora gli acuti “ballano”); Lawrence Brownlee è un Arturo slanciatissimo, si sente la lezione rossiniana nella sua voce, è appassionato e corretto, davvero romantico; Franco Vassallo è baritono pieno, intelligente e misurato mentre Nicola Ulivieri è un gran basso morbido, melodioso, veramente belliniano. L’orchestra si è lasciata prendere da Bellini dietro alla bacchetta appassionata e precisa di Roberto Abbado. Grande interpretazione quasi integrale, che omaggia la tradizione con sovracuti del baritono (non perfetto) e del soprano anche nel Finale ultimo, lasciando in silenzio il tenore. Jessica Pratt, da”diva”, svetta su tutti. Elvira in fondo è il romanticismo al femminile al grado massimo. Da rivedere e risentire sul sito dell’Opera romana.

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