Bellini, musica giovane

Articolo

Proprio come Pergolesi e Mozart. Stelle della musica, una vita durata “lo spazio di un mattino”. Il mito romantico del genio bello e giovane non poteva allora che infiorare l’aureola anche a Vincenzo Bellini, catanese emigrato nel nord a “far carriera”: e ad ottenerla, con i massimi risultati – artistici ed economici – nella manciata di otto anni (1827-1835), cinque lavori importanti (fra Milano Venezia e Parigi), e almeno tre capolavori assoluti del teatro musicale di ogni tempo. Naturalmente, il biondo siciliano dagli occhi azzurri, che infrangeva cuori femminili e moriva misteriosamente in un sobborgo parigino – la Parigi dove tutti gli artisti cercavano la propria consacrazione, da Rossini a Donizetti e poi Verdi e Wagner, da Chopin a Liszt e Paganini – era più che mai candidato, nel fervore romantico, a diventare un mito. Appunto, come Mozart e Chopin. Del resto, la sua stessa musica lo incoraggiava. Verdi invidiava infatti le “melodie lunghe lunghe lunghe… che nissuno ha saputo fare”, pur riservandosi di criticare – come altri – l’uso dell’orchestra come un accompagnamento troppo tenue di belle arie: tanto che Wagner (un altro che, a malincuore, ne fu influenzato) aveva provato a riorchestrare la Norma, lasciando poi perdere, perché la strumentazione era perfetta nella sua trasparenza. Bellini è infatti il genio del “canto giovane”, pulito, idealizzato, e giovani sono i suoi personaggi. L'”ingenua” Sonnambula che in un mondo contadino filtrato con occhio “leopardiano” – il Leopardi che in quegli anni lavorava ai Canti – esprime un canto che è “sognato paesaggio dell’anima” (Degrada). Norma, intrepida a difendere il “suo” amore fino alla morte, deriva certo dalla classica Medea, ma vi innerva fuochi mediterranei in atmosfere lunari romantiche (la leopardiana “Casta diva”); e la ragazza Elvira nei Puritani, che perde la ragione per amore in una di quelle scene di “pazzia” che non sono solo sfoghi belcantistici ma espressioni liriche allo stato puro. Qui c’è la grande poesia: in uno stile equilibratissimo, sorvegliato, dove il pathos forza lo schema classico della struttura teatrale ma non lo rompe (come farà Verdi), il sentimento si trasfigura in bellezza musicale assoluta grazie alla perfetta unità verso-nota: Bellini canta solo l’amore, è vero, ma con una universalità, una capacità di commozione che tuttora scuote: perché non c’è in lui nulla di sdolcinato, ma tutto tende a sublimarsi: e la sua musica (nella varietà degli accenti e delle situazioni, idilliaca, tragica, avventurosa) svolge, per noi che l’ascoltiamo, quella funzione catartica e rigeneratrice che le è propria. Un’arte così aristocratica, così faticosamente costruita (Bellini, al contrario dei colleghi, produceva solo un lavoro all’anno, aveva un “suo” poeta prediletto, il Romani, costava parecchio, ma si esercitava ogni giorno) richiedeva, e richiede, interpreti eccezionali. Per questo, oggi non è facile rappresentare le sue opere. Anche perché c’è stata Maria Callas, un’artista dall’anima e dalla voce belliniana, come pochi, prima e dopo di lei, che del catanese ha risuscitato il ruolo del “soprano drammatico di agilità”: un timbro appassionato, nobile, svettante, tipicamente romantico. Eppure un personaggio come Bellini, capace di far salire la musica ad altezze soprannaturali immediate – al pari di Mozart, anche se di lui meno completo -; un creatore di melodie che sono e non sono della terra, appare – oggi che il mito è stato ridimensionato – un piccolo uomo. Dagli interessi esclusivamente musicali, teso alla carriera, e per questo ad “usare” le amicizie femminili, a dar sfogo a gelosie e permalosità verso i colleghi: un po’ dandy per calcolo, un po’arrampicatore sociale per istinto, Bellini, dai documenti non agiografici, non è seducente come le sue musiche. Ma questo è uno dei misteri dell’arte: un grande dono, concesso a persone che, dopotutto, sono uomini. I quali, tuttavia, quando seguono la voce di questo dono, regalano brani di immortalità. “Ah, non credea mirarti/ sì presto estinto, o fiore”, è inciso sulla stele di Bellini nel duomo di Catania, un verso di rimpianto. In verità, non c’è da rimpiangere: ci ha lasciato la bellezza del canto. Un gesto d’amore, la parte sua più autentica. Cecilia Bartolini per Bellini Il mezzosoprano romano, star mondiale che ha reso popolare il barocco, ha rivelato all’Accademia ceciliana in Roma, lo scorso mese, dopo le arie incantevoli e preziose dell’amato Gluck, brani belliniani dalla Sonnambula (“Come per me sereno”): una lettura neoclassica, levigata da una voce piccola ma calda agilissima e intelligente. Bellini figlio diretto del classicismo settecentesco, non solo dei “napoletani” Cimarosa e Paisiello.Verissimo. Naturalmente, un trionfo.

Leggi anche

I più letti della settimana

Altri articoli

Simple Share Buttons