Bella, disponibile e stupida?

La bellezza è un valore, ma può essere anche un problema. All’università come al lavoro. Il racconto di una ricercatrice che è rimasta libera.
simboliche
«All’università alcuni professori si mostrano eccessivamente affabili e disponibili, senza che faccia nulla per meritarlo, e questo loro atteggiamento finisce quasi sempre per rivelarsi un interesse alla mia persona, un tentativo di intraprendere una relazione affettiva. Fin qui, si potrebbe pensare, niente di male, se si rispettano i ruoli e si rimanda il corteggiamento all’esterno dell’ambiente istituzionale. Ma il problema sorge quando un professore mi telefona a casa dei miei genitori, alla conclusione di un’attività di laboratorio, dicendomi che secondo la sua valutazione avrei bisogno di approfondire la materia, altrimenti non supero l’esame. Mi invita l’indomani nel suo studio privato. Capisco immediatamente il senso dell’offerta: è un ricatto al quale non posso sottrarmi se voglio laurearmi in regola e con la media del 28 che ho conquistato. Decido di affrontarlo insieme a un’amica. Insieme viviamo momenti di angoscia prima di raggiungerlo. Lo studio è buio e, appena entrate, il professore chiude la porta di ingresso con due mandate. Entriamo in una stanza con le tapparelle completamente abbassate, illuminata appena dal lume della scrivania alla quale ci accomodiamo. Il battito cardiaco di entrambe è accelerato, l’aria tesa. A questo punto il professore, visto che siamo in due, rivolgendosi a me esordisce seccamente con la domanda: “Allora, dimmi, qual è il problema che hai riscontrato nel testo?”. Così si risolve la mia prima brutta esperienza, non rimasta isolata, all’università.

 

«Nonostante tutto, mi laureo in regola, a pieni voti e con lode e il relatore mi invita, al termine dell’esposizione pubblica della tesi, a continuare la carriera accademica presso la sua cattedra! Una bellissima sorpresa, inaspettata, stroncata qualche mese dopo l’inizio del dottorato di ricerca, quando in biblioteca di fronte ai libri mi cinge il fianco con un braccio e mi avvicina a sé stringendomi. Capisco il suo scopo. Rimango in silenzio, impietrita dall’imbarazzo e dal timore reverenziale, facendo finta di niente. La mia freddezza, però, comunica chiaramente la mia risposta e dal giorno dopo inizia un lungo martirio. All’improvviso sembra che culturalmente non capisca più nulla, sbaglio tutto e devo sempre rifare le ricerche, fino a subire continui rimproveri davanti agli studenti dei quali sono assistente. L’umiliazione e la frustrazione per il lavoro svolto con impegno e puntualmente svalutato, mi fanno cadere in una profonda sfiducia in me stessa. Non so più chi sono e se valgo.

 

La mia intelligenza viene barattata con il desiderio di possesso della mia bellezza.

«Uscita dall’università, dopo aver concluso con successo ma in lacrime anche il dottorato di ricerca, trovo lavoro in azienda, dopo aver abboccato a tante richieste di lavoro da parte di uomini che finiscono col dirmi: «È stato solo per il piacere di incontrarti». La lotta ricomincia, questa volta con il direttore. È più interessato a me che al mio lavoro e il mio impegno viene messo in secondo piano. Non mi sento presa sul serio. Ho anche alcuni vantaggi, come non essere controllata e poter arrivare in ritardo, perché verso di me lui è più “buono”. Ma a me questo non interessa, perché i suoi sconti non sono frutto di un rapporto di stima e fiducia professionale. Vado via dopo due anni, al termine di un congresso di lavoro in Europa, in cui devo negarmi a lui con decisione.

 

«Ricomincio a lavorare in un altro centro professionale, svolgendo per fortuna la stessa attività. L’organizzazione è retta da un consiglio direttivo composto di soli uomini. Mi ci vogliono due anni per far capire a tutti che non ci sto e che non sono arrivata lì per una relazione intima, aiutata in questo anche da un linguaggio non verbale basato su abbigliamento sobrio e quasi maschile, nonché da atteggiamenti riservati ed estremamente ufficiali. Ora sono certa di essere considerata per quello che valgo anche se, durante i congressi fuori città, non mancano tentativi di verifica sulla solidità delle mie scelte, con battutine e frasi a doppio senso cui faccio fatica anche soltanto a sorridere per non contrariare il capo.

 

«Spesso penso a quale ruolo avrei ricoperto oggi se fossi scesa a compromessi. E questo pensiero genera in me forti pregiudizi quando incontro una bella ragazza “arrivata”. Poi penso che, invece, ci sono molte ragazze che come me hanno lottato più delle altre per crescere professionalmente e che forse avrebbero bisogno di aiuto. Rifletto spesso su questi episodi e sull’idea diffusa che la bellezza esteriore aiuti a inserirsi meglio nel mondo lavorativo. Per me non è stato così. Questo è vero solo all’inizio, per il primo contatto con l’azienda, ma da quel momento in poi è tutto più difficile: bisogna dimostrare che oltre alla bellezza c’è altro che vale la pena di considerare, sempre cercando di non ferire l’orgoglio del datore di lavoro, per evitare una probabile vendetta e la perdita del posto».

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