Beirut: a un mese dall’esplosione

Una testimonianza sulla vita a Beirut, a un mese dall’esplosione del 4 agosto 2020 che ha distrutto il porto e devastato metà della capitale del Libano

Il 1° settembre ricorreva il centenario della prima dichiarazione di indipendenza del Libano, il Paese che san Giovanni Paolo II ha affermato essere un “Paese messaggio”. Dovrebbe essere un giorno di festeggiamenti, ma Beirut e il cuore dei libanesi non è in festa.

Il Paese è in una grave crisi politica, sociale, finanziaria, economica e sanitaria. La nazione è in una bufera che ha avuto il suo apice nel disastro del 4 agosto al porto di Beirut. L’esplosione di 2750 tonnellate di nitrato di ammonio ha provocato la morte di circa 200 persone, ne ha ferite piu di 6.500, ha sinistrato le case di 300 mila famiglie, ha reso inutilizzabili tre dei più importanti e moderni ospedali della capitale, danneggiando 178 scuole, riducendo in macerie interi quartieri, causando danni a metà della città.

I racconti di quel giorno sono vari, ma si assomigliano: «Meno male che è successo dopo le 18.00, ero appena uscito dal lavoro»; «Ho visto crollare un intero edificio pochi secondi dopo essere passato»; «Mia madre stava chiudendo la finestra, il vetro che è scoppiato l’ha mancata di poco»; «La vicina di sopra e stata catapultata fuori dal suo appartamento».

Queste le storie dei sopravvissuti. Strazianti quelle di quanti hanno perso qualcuno di caro, magari rimasto schiacciato nella propria auto oppure che hanno atteso il figlio per giorni prima di essere informati che si trovava proprio vicino al porto. Non meno dure le storie di quanti hanno trasportato a piedi per chilometri, nelle strade ingombre di macerie, i propri cari feriti, prima di trovare posto in qualche ospedale affollato. Il papà di un’amica ha dovuto aspettare più di 10 giorni per essere operato.

Le televisioni hanno ritrasmesso per giorni i funerali dei giovani della difesa civile che erano stati chiamati a “spegnere un fuoco” al porto, dove sono stati investiti dall’esplosione: giovani belli, forti, coraggiosi, generosi. Tra loro: fratelli, cugini, una giovane fidanzata. Un vero strazio.

Chi sapeva di questo pericoloso deposito abbandonato a ridosso di una città sovrappopolata? Tanti ne erano al corrente, troppi tra i più alti responsabili del Paese sono quelli che per omissione, mancanza di impegno e di senso di responsabilità, non hanno fatto niente o troppo poco.

Nei giorni successivi abbiamo visto e sperimentato anche la forza di un popolo impastato di fede, la carica di generosità, di disponibilità, di operosità che si è sprigionata in un batter d’occhio da tutte le parti del paese. Si sono viste accorrere folle di giovani e meno giovani, di appartenenze le più varie, armati di scope, pale, guanti, mascherine per aiutare i “sopravvissuti” che hanno perso tutto: persone care, case, negozi, officine. Sono venuti a condividere il dolore, a rendersi utili, ad aiutare lo sgombero delle case pericolanti, ma anche a salvare una sedia o un cassetto pieno di ricordi.

Associazioni di ogni tipo si sono mobilitate per assicurare cibo, acqua, medicine, indumenti. Le chiese, i conventi e i vescovadi hanno aperto le porte per accogliere i senza tetto, offrire servizi e mettere in rete bisogni e competenze. Gruppi di avvocati e ingegneri si sono messi a disposizione per dare consigli e trovare soluzioni legali e tecniche.

L’Irap, l’istituto per sordi membro attivo del progetto Living Peace, gli impegnati di Umanità Nuova, i Giovani per un Mondo Unito, l’équipe delle “adozioni famigliari” hanno scelto di percorrere le strade per sostenere i bisogni con la provvidenza che sta arrivando da tutto il mondo, perché ciascuno ricevesse almeno un pasto al giorno, o potesse riparare le finestre, o comprare qualche indumento. Una comunione di beni straordinaria si è messa in moto tra tutti, e grazie alla solidarietà internazionale sostenuta dall’Amu si è riusciti a far fronte alle molte emergenze di chi ha avuto la casa devastata.

Nessuno si dà pace, nessuno ha pace. Oggi le strade, ormai ripulite, mettono in evidenza gli scheletri delle abitazioni squarciate. Le promesse di aiuti internazionali sono molte. Riparare, ricostruire, salvaguardare, risanare, prenderà molto tempo. Nei primi giorni non ci si rendeva conto dell’ampiezza del disastro e delle sue conseguenze. Oggi le domande sono innumerevoli: come sarà l’anno scolastico dei nostri figli? E la crisi finanziaria? E il Covid? E i danni? Tante persone sono prostrate davanti ad un futuro che non ha risposte. La ferita è profonda, chi e come la si risanerà?

Alcuni giorni fa, un giornalista giordano scriveva che nei momenti successivi all’esplosione ha sentito una donna che gridava: «Madonna, Madonna salvaci!». Questa invocazione io l’avevo sentita ripetere anche durante la guerra del 2006. La politica non è un rifugio nell’ora della morte e della distruzione, le armi non servono a nulla mentre si sta per morire. In questo momento il Libano si affida a Maria, la Madonna di Harissa, Notre-Dame du Liban.

 

 

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