Bassetti: Aver cura dei migranti, stranieri e italiani, anche nella pandemia

La mobilità umana, ha detto il presidente della Cei Bassetti, riguarda tutti noi e non può essere fermata. Per questo, ha affermato in occasione della presentazione del Rapporto Italiani nel mondo della Fondazione Migrantes, «la cura di ogni persona migrante, qualsiasi sia la direzione del suo andare e il passaporto in suo possesso, è sempre doverosa». Eppure, almeno in Italia, gli stranieri sono quelli che soffrono di più per la pandemia: è quanto emerge dal Dossier Statistico Immigrazione 2020, realizzato dal Centro Studi e Ricerche Idos in partenariato con il Centro Studi Confronti.

«Fermare la mobilità umana è un’utopia, un’illusione. Governarla, guidarla è invece la chiave di volta per affrontare un fenomeno che altrimenti può creare disagi e malesseri sociali». Sono le parole pronunciate dal cardinale Bassetti, presidente della Cei, in occasione della presentazione del Rapporto Italiani nel mondo della Fondazione Migrantes.

La mobilità è un fenomeno che riguarda e interpella tutti, i singoli e i popoli, e ciascuno è chiamato a guardare sempre al di là dei numeri, delle statistiche per arrivare a incontrare l’altro, la sua vita, il suo volto. Al centro c’è il desiderio di riconoscersi come un’unica umanità, come figli di una stessa terra che ospita tutti. Appartenenza, prossimità, solidarietà, impegno sono le parole chiave che devono diventare regole di vita. Per questo, afferma il presidente della Cei Bassetti (risultato positivo al Covid, ndr), «la cura di ogni persona migrante, qualsiasi sia la direzione del suo andare e il passaporto in suo possesso, è sempre doverosa. Auspichiamo la stessa cura per i migranti italiani in mobilità, per chi è già all’estero da tempo, per chi è nato all’estero per chi è partito da poco e per chi ha intenzione di partire».

gualtiero-bassetti-presidente-della-conferenza-episcopale-italiana-foto-ansaIl Rapporto Italiani nel mondo rivela oggi la fragilità di un sistema che deve ancora crescere per offrire reali opportunità ai giovani: sono infatti 131mila gli italiani – soprattutto uomini e donne tra i 18 e i 35 anni d’età – che hanno scelto di vivere all’estero. Tra loro non ci sono solo persone altamente qualificate, ma soprattutto diplomati alla ricerca di lavori generici. Anche se dal 2006 è aumentato il livello di studi di chi parte (+193,3% di laureati), tuttavia la crescita più alta è tra i diplomati (+292,5%). Le mete verso cui si parte sono le Americhe e l’Europa – Paesi che offrono impiego (Germania, Regno Unito, Svizzera, Francia) – ma anche Malta, il Portogallo, l’Irlanda, la Norvegia, la Finlandia.

«L’Italia ha bisogno di chiamare a raccolta le energie migliori, tra cui quelle dei tanti giovani all’estero», ha commentato il presidente del Consiglio dei ministri, Giuseppe Conte, intervenendo alla presentazione del Rapporto. «Molti giovani ancora oggi scelgono di partire per l’estero. È nostro dovere costruire le condizioni per permettere a questi connazionali di tornare in Italia nel breve periodo, arricchiti dalle esperienze che hanno fatto e che contribuiscono a formare la persona».

Un’interessante analisi delle migrazioni alla luce della pandemia arriva dal Dossier Statistico Immigrazione 2020, realizzato dal Centro Studi e Ricerche Idos in partenariato con il Centro Studi Confronti, che dedica a questo tema 10 dei suoi 74 capitoli.

Durante l’emergenza Covid si è registrato un aumento del 15-20% di stranieri sfruttati nelle campagne (40-45 mila persone), con un peggioramento delle condizioni lavorative, un incremento dell’orario di lavoro (tra 8 e 15 ore giornaliere), del numero di ore lavorate e non registrate (20%) e un peggioramento della retribuzione. Condizioni che sono state accettate proprio a causa della precarietà prodotta dall’emergenza.

Per quanto riguarda il lavoro domestico, sono stati 13 mila i posti di lavoro persi in questo settore che conta 850 mila lavoratori, per la maggior parte immigrati.

 Donato Fasano - LaPresse
Donato Fasano – LaPresse

Il Dossier dedica anche un capitolo alla «spirale d’odio contro i migranti» evidenziando come, a fronte di numerosi episodi di razzismo registrati in Europa, i migranti – soprattutto quelli con lavori più instabili – stiano «pagando il prezzo più caro per la pandemia, e rischiano ora e in futuro di essere tra i più esposti alla diffusione del virus».

Per quanto riguarda la presenza straniera in Europa (41,3 milioni di persone pari all’8% della popolazione, concentrate per tre quarti in soli 5 Paesi compresa l’Italia), si registra come la chiusura dello spazio Shengen, il blocco dei voli e le restrizioni sui movimenti abbiano avuto un forte impatto su alcune economie e sugli stessi migranti coinvolti.

L’analisi si sposta poi su altri luoghi già in sofferenza prima del Covid e si analizza la situazione degli stranieri nelle carceri italiane. Qui, sul decongestionamento indotto dal Covid non hanno influito tanto le misure prese dal governo, quanto – si lege in una nota – un certo «clima culturale»: il calo medio delle presenze è stato comunque del 12%, ma solo del 10,2% per i detenuti stranieri.

Anche gli uffici dei patronati stanno avendo molte difficoltà nel gestire con efficienza le domande per l’ultima regolarizzazione delle persone straniere. Si sottolinea come, per le pratiche per l’immigrazione, vi siano numerose difficoltà, particolarmente per l’acquisizione della cittadinanza. A oggi, infatti, in base ai decreti sicurezza del primo governo Conte, i tempi per completare l’istruttoria per la naturalizzazione sono di fatto saliti a 14 anni.

Il fenomeno delle migrazioni ha da sempre caratterizzato la storia dell’umanità e le persone hanno sempre avuto bisogno di riconoscersi in un territorio cui sono legate non solo dal possesso di un passaporto, ma dal desiderio di dare il proprio contributo. Lo scrittore Vincenzo Consolo ha scritto: «l’emigrazione è il cammino della civiltà e tutte le grandi civiltà si sono formate attraverso le migrazioni». Questo l’auspicio per il prossimo futuro.

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