Barbiellini Amidei e i semi del nuovo

Proviamo al mattino ad affiancare sul tavolo i cinque o sei soliti quotidiani. Vedremo che le notizie son sempre quelle. Cambia la grafica e il commento, secondo misura, gusto, faziosità e malignità delle redazioni e dei direttori. Una informazione tesa a dividere anziché a costruire. Per fortuna ci sono persone (poche purtroppo) chiamate ad essere cerniere di congiunzione tra settori diversi della convivenza sociale, culturale, generazionale. Quando se ne vanno ci prende un senso di smarrimento, come a dire: E adesso che facciamo?. È il caso di Gaspare Barbiellini Amidei, che un mese fa improvvisamente ci ha lasciato a 72 anni, nel pieno di una maturità umana, professionale e spirituale che prometteva una ancora lunga messe di frutti. Passato dalla docenza universitaria al giornalismo attivo, arrivò ancora giovane alle scrivanie che contano nella comunicazione, lasciandole presto, poiché preferiva il dialogo coi lettori, i commenti e gli editoriali esploranti valori e disvalori del nostro quotidiano, ma soprattutto amava accendere i fari su alcuni temi prediletti: i giovani, la scuola, la famiglia, la fede, la laicità. Quando le agenzie diffusero la notizia dell’inizio della causa di beatificazione di Igino Giordani, scrisse su un periodico nazionale: Dunque non tutti noi giornalisti andremo all’inferno. Molti santi patroni pregano per noi… Non solo. Un giorno non lontano uno di noi potrebbe diventare ufficialmente santo, e se lo meriterebbe…. Era un giornalista cristiano che prediligeva pensatori complessi tipo Montaigne e Borges, e sapeva cogliere il messaggio universale di una enciclica papale ridandola in termini di perfetta laicità. Tutta la cultura moderna aiuta i giovani a intendere che un uomo razionale è colui che abbandona la vecchia idea di una ragione come gabbia e si apre a tutte le possibilità. Anche alla possibilità che Dio esista. Uomo di dialogo, sapeva porsi in atteggiamento d’accoglienza, perché il dialogo è possibile solo a partire dal silenzio. Ciò che mi colpisce e ferisce è la rozzezza effimera di tanta nostra informazione, scriveva. Da tempo aveva colto, da molti piccoli e meno piccoli segnali, la fine ineluttabile della cultura e della civiltà occidentale; una morte che però – diceva – avrebbe contenuto i semi di una resurrezione dei valori, la promessa di una rinascita. Forse è proprio lui uno di questi semi, che già sta germogliando una nuova cultura della comunicazione.

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