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Cultura > Itinerari letterari

Bambini a Bergen-Belsen

di Oreste Paliotti

- Fonte: Città Nuova

Ciò che può l’amore anche in mezzo agli orrori di un lager. Una storia vera

Bergen-Belsen, l’interno del memoriale dedicato alle vittime del nazismo. ANSA / FRANCESCO GERACE

Scrittori prolifici se li si considera singolarmente, Luca Crippa e Maurizio Onnis sono anche coautori di apprezzati testi di narrativa come Il fotografo di Auschwitz, La bambina nel vento, L’archivista e La bambina di Kiev, ispirati a fatti reali della storia contemporanea, spesso con protagonisti bambini e adolescenti.

Caratteristica di questa serie di titoli – tradotti in dodici lingue di sessanta Paesi – non è soltanto il concatenarsi di vicende altamente drammatiche, spesso misconosciute, o la capacità degli scrittori di rendere, senza smarrirsi in rivoli secondari, la temperie del periodo storico con una scrittura si direbbe cinematografica; ma è l’accento messo, pur tra gli orrori della guerra e dei lager, su testimonianze di coraggio, resilienza e altruismo che stimolano alla speranza.

È il caso dell’ultimo loro lavoro, edito da Pienogiorno: I bambini del treno, un omaggio alle migliaia di minori di varie età provenienti da Olanda, Francia, Ungheria, Polonia e Italia, che varcarono i cancelli di Bergen-Belsen nella Bassa Sassonia, lo stesso lager dove venne internata anche Anna Frank.

Molti di loro, rimasti soli dopo che i genitori – prima i padri, poi le madri – vennero mandati a lavorare come schiavi nell’industria bellica o in una miniera, si ritrovarono abbandonati a sé stessi in mezzo a prigionieri adulti e costretti come loro a lottare per la sopravvivenza tra indicibili violenze, razioni di cibo diventate col passare del tempo sempre più esigue, malattie (si stima che tra il 1943 e il 1945 morirono in quel campo circa in 50 mila, di cui oltre 35 mila di tifo nei primi cinque mesi del ’45).

Tra i fortunati, quelli della Kinderbaracke: iniziativa dovuta ad una giovane prigioniera polacca, Luba Tryszynska, un’ebrea sopravvissuta ad Auschwitz, dove aveva perso il marito e un figlioletto di tre anni; la quale, fattasi passare per infermiera, necessaria quindi per l’assistenza ai tedeschi feriti, era riuscita a convincere le autorità naziste a destinare a quella baracca, sotto la sua cura, tutti i bambini inferiori ai 14 anni.

Vero angelo nelle tenebre, per esorcizzare la loro paura, si inventò persino il gioco del “treno azzurro”: un convoglio immaginario, dove bastava che ciascun bambino dicesse dove voleva andare (e chi non avrebbe pensato alla propria casa?) perché la locomotiva li portasse a destinazione, mantenendo viva così la speranza che un giorno l’incubo di Bergen-Belsen sarebbe svanito.

Per i suoi protetti Luba, coadiuvata da altre internate altrettanto coraggiose come lei, lavorò, implorò, barattò, rubò cibo, vestiti, medicine, qualsiasi cosa pur di preservarli dai morsi della fame e dalla furia delle guardie. E tutto questo fece giorno dopo giorno, fino a riconsegnare almeno i sopravvissuti, al termine dell’orrore, ai liberatori: i soldati inglesi sopraggiunti con un carro armato nel campo già sgombrato dalle SS in fuga dopo la disfatta.

Luba – siamo verso la fine di una lettura a tratti sconvolgente – «assistette a tutta la scena. Si commosse, tremò per il sollievo. Poi entrò nella baracca. I suoi cinquanta piccoli figli la guardarono tutti, spaventati dalla novità, dall’agitazione che si trasmetteva tra chi era in grado di camminare, di parlare, di gioire, che era uscito fuori, e chi stando tra la vita e la morte non capiva perché ci fosse confusione e avrebbe voluto stare dentro tranquillo, a morire in silenzio. Qualcuno la fissava dal letto del delirio e dell’agonia. Era finita. Ancora pochi giorni e sarebbero morti quasi tutti».

«Lei abbracciò chi riusciva lentamente a raggiungerla, ad attaccarsi ancora al lembo dei suoi vestiti, a rifugiarsi nel suo abbraccio. «Siamo liberi, siamo liberi…», diceva a tutti, accarezzando le teste con i capelli incrostati, ripetendo le parole in altre lingue, perché tutti capissero. Anche Hermina e le altre lo dicevano, lo spiegavano. Sulla porta della baracca, esitante, il piccolo Marc guardò fuori e ascoltò l’annuncio della salvezza che veniva dal carro armato. Nella sua lingua madre».

Questa storia hanno scritto gli autori per ricordare tutti i “bambini del treno (azzurro)”, anche se si soffermano in particolare sulle vicende solo di alcuni: Marc, Stella, Jacques, Liza… Parecchi anni dopo i fatti narrati gli ultimi due – lui francese, lei polacca – pubblicavano distintamente un libro di memorie sull’inferno vissuto a Bergen-Belsen e sullo spazio protetto creato per loro dall’indimenticabile Luba Tryszynska.

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