B come bellezza e bene

A Reggio Emilia è arrivata un’enorme lettera B in plexigas blu che sta per bellezza che fa da segnaletica alla struttura, un capannone dismesso in una vecchia zona industriale. Ed è lì che sabato 5 maggio donne e uomini, fragili e creativi, artisti e psichiatri, scrittori e disabili, architetti e intellettuali, imprenditori, bambini e bambine hanno dato forma al loro personalissimo modo di intendere la bellezza. Si è trattato di un autentico lancio del progetto “B. - bellezza, buonavita, business” promosso dal Comune di Reggio Emilia, patrocinato dalla Regione Emilia-Romagna e finanziato con 120.000 euro dal dipartimento Pari opportunità della presidenza del Consiglio del ministri.

 

 

«La cosa più bella? Aver vinto il salto in alto nel campionato studentesco del 1951». Parola di Gianni Rubatelli, 84 anni. «È applicarsi a faticose passioni per esprimere il mio pensiero». Dario, disabile. «La bellezza è essere libero, stare bene con me stesso e avere sotto controllo le mie emozioni». Un detenuto del carcere di Reggio Emilia. «La bellezza potrebbe avere un profumo di viola o di lavanda», Susanna, 4 anni. Sono alcune delle impressioni che gli organizzatori di B hanno chiesto ad anziani, bambini, utenti disabili, carcerati di definire cosa sia per loro la bellezza.

Aspirazione alla bellezza. Desiderio di bellezza.

Non quella patinata e finta che ci propinano i media ma quella vera di una vita vissuta con amore, una bellezza tutta interiore che illumina un volto, rende bello un sorriso e aiuta ad alimentare nuova speranza. Protagonisti di questa nuova declinazione di bellezza le persone fragili, quelle autistiche, disabili, minorate, quelle “sfortunate” che non corrispondono agli standard della normalità o peggio di una presunta perfezione. Sono loro che richiamano il limite umano, facendo appello a una fragilità che spesso abbiamo anche solo paura di nominare. Ci sono carrozzelle, volti deformi, bambini sordi o muti, incapaci di camminare ma pieni di vitalità e di curiosa scoperta del mondo e dei suoi colori.

Sfida non facile ma stimolante per le risposte che poteva e ha generato di fatto. Una risposta che ha già chiamato in causa tutti e ciascuno come persone, guardandosi negli occhi e rovistando tra i propri “giocondi pensieri” di esseri umani uniti da rispetto, civismo, solidarietà, affetto. L’iniziativa vuole riaffermare il diritto alla bellezza come base per provare a pensare una società almeno un po’ diversa, partendo dal concetto che l’incontro tra creatività e fragilità possa generare nuove opportunità di inclusione sociale.

Sulla base di un format fuori dagli schemi e dagli steccati più consueti, anche le aziende sono chiamate a fare la propria parte, immaginando nuove forme di responsabilità sociale che incrocino il mondo della disabilità e quello dell’arte, della bellezza e del design. Un esempio di dove si vuole arrivare è il lavoro dello stilista Antonio Marras, che ha creato una linea di T-shirt nata proprio dall’incontro con alcune persone con disabilità in carico ai servizi sociali e sanitari di Reggio Emilia. «C’è stato un incontro particolare – commenta Marras -. Ci siamo visti, ci siamo guardati, ci siamo toccati ed è nato un contatto tra persone che pur senza conoscersi hanno qualcosa in comune. È stata un’emozione molto forte che è esplosa in un pianto, non mi vergogno a dirlo. E ho subito fatto in modo di dare un senso a quell’incontro». «Porre il tema della bellezza in una città significa prendersi cura delle persone -dice il sindaco Luca Vecchi – di quelle più fragili, e sapere che per parlare ai primi devi sapere parlare agli ultimi».

Da oltre tre anni il Comune, sta sviluppando il progetto Reggio Emilia città senza barriere (www.cittasenzabarriere.re.it) per il superamento delle barriere fisiche e mentali, per promuovere un nuovo approccio alla disabilità e, più in generale, al welfare.

Un investimento di 500 mila euro in due anni (e altri 450 mila per il 2018) tra lavori pubblici e iniziative di sensibilizzazione: come il Kit di rampe mobili “Non sono perfetto ma sono accogliente”, che verrà distribuito a decine di negozi, o l’iniziativa “Esperti per esperienza”che ha formato una squadra di volontari per aiutare le famiglie a superare il momento della diagnosi di disabilità, oltre a interventi specifici, sui progetti o nei cantieri, di rimozione di barriere in luoghi pubblici e di installazione di percorsi per persone cieche. Ora B. vuole allargare questo sguardo a più imprese possibile, farlo diventare il motore di un nuovo modello di welfare.

In che modo? «Da sempre – ricorda Daniele Marchi, assessore allo Sviluppo economico, in una Reggio Emilia dove si cerca uno sviluppo sostenibile e non solo economico – il lavoro è lo strumento principe per le politiche di inclusione, perché significa reddito, dignità, identità. La nostra città negli anni ha saputo sviluppare queste opportunità, ma corriamo il rischio di accontentarci. È come se agli scarti della società si possano offrire solo opportunità a basso valore aggiunto: pulire le strade, le case, piccoli assemblaggi. Crediamo che connettere e contaminare il sistema economico che si occupa di bellezza, design e creatività col mondo della fragilità possa generare interessanti traiettorie di innovazione sociale ed economica».

Insomma oggi la bellezza in città è una relazione tra soggetti prima che tra progetti. Il nostro piano B è quello di aggiungere equilibrio, sobrietà, coraggio, fiducia, umiltà alle nostre azioni quotidiane. Questa è la nuova, concreta, bellezza che andiamo cercando.

 

 

 

 

 

 

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