Azzurri, ritorno anticipato alla realtà

Contro l’Uruguay l’Italia non è stata capace di fare un tiro pericoloso dentro la porta avversaria. Il fatto poi che il migliore in campo degli azzurri sia stato il portiere Buffon, la dice lunga sulla nostra condizione offensiva. Una riflessione post eliminazione dal mondiale e alla vigilia della presidenza italiana dell'Unione europea
Gianluigi Buffon

La vittoria ha cento padri, la sconfitta è orfana. E oggi, amaro risveglio collettivo post-eliminazione iridata, avremmo avuto bisogno di un babbo e di un pareggio. Invece, né l’uno, né l’altro. L’elaborazione nazionale del lutto calcistico non sarà breve. Staremo lì a rivangare cosa sarebbe potuto accadere se l’arbitro messicano Rodriguez Moreno non avesse estratto il cartellino rosso ai danni di uno sprovveduto Marchisio, se Balotelli si fosse comportato da centravanti, se la presa con i denti di Suarez fosse stata sanzionata dall’uomo con il fischietto, se Diego Godin avesse buttato fuori la palla del gol. Potremmo continuare. E state certi che ne parleremo sino a stufarci di come sarebbe potuta essere l’avventura brasiliana della compagine azzurra.

Quel che non ci dà pace è l’inscalfibile certezza che avremmo dovuto superare il turno. Almeno il primo, per guardare da un gradino più alto, e con malcelato orgoglio patriottico e calcistico, altre storiche e blasonate nazionali, quali Inghilterra, Spagna, Portogallo. Neanche questo sarà possibile assaporare. Non resta che prendercela con la Fifa e con lo scarso peso politico internazionale della nostra federazione calcio, determinanti nell’inviare gli azzurri al Nord del Brasile (dove l’umidità è da infarto) e nel far disputare a loro due partite su tre alle ore 13 locali. Ma è altrettanto vero che era stata predisposta un’apposita e scientifica preparazione, che avrebbe dovuto assicurare il tigre nel motore della nazionale.

Realisticamente bisogna costatare che, contro l’Uruguay, l’Italia non è stata capace di fare un solo tiro pericoloso dentro la porta avversaria. Il fatto poi che il migliore in campo degli azzurri sia stato il portiere Buffon, la dice lunga sulla nostra condizione offensiva. Se poi teniamo presente che gli altri due che hanno svettato sono stati Pirlo e Barzagli, vincitori del Mondiale 2006, una riflessione s’impone sulla qualità della presenza dei calciatori più giovani. Prandelli s’è dimesso, riconoscendo il fallimento tecnico dell’operazione Brasile 2014. Anche il presidente federale Abete ha annunciato irrevocabili dimissioni. Siamo grati di questi gesti di responsabilità, sempre rari nel nostro Paese, e non vanno minimizzati o personalizzati, perché – come commentano gli esperti dell’arte pedatoria – non si è trattato solo di una partita persa, ma del crollo del calcio italiano.

Al primo turno siamo usciti in Brasile, ma anche nel Mondiale in Sudafrica. Due eliminazioni consecutive al primo turno non sono più indizi, ma la prova di un sistema entrato in crisi, che non sa più scoprire e far crescere campioni, puntando e investendo sui settori giovanili. La nazionale, si sa, è il risultato di una complessa organizzazione, che da tempo si trova in situazione d’emergenza. Le partite giocate nell’ultimo anno e mezzo avevano rivelano una formazione con molti segnali contraddittori e sin troppi scricchiolii. Prandelli non è riuscito a plasmare una squadra competitiva, ma guai a scaricare tutto sul ct. Sarebbe da sprovveduti.

Dopo aver sconfitto gli inglesi, s’era diffuso un sentimento collettivo di sana fierezza. Insomma, il calcio ci stava dicendo che potevamo venir fuori dalle secche pedatorie, così come il Paese sta provando a crescere economicamente, a varare riforme, a rifarsi un’immagine internazionale. L’insorgere di quel patrio sentimento è stato intempestivo e i bruschi risvegli dopo Costa Rica e Uruguay ci hanno riportati alla realtà, alla dura realtà. Almeno nel calcio.

«È fallita una nazionale, non una nazione», si è affrettato a scrivere Beppe Severgnini sul Corriere della Sera.  Interpretazione incoraggiante dell’accaduto, ma come non pensare al decennio scorso, quando, con l’introduzione dell’euro, all’Italia fu chiesto di tornare competitiva e di incominciare a mettere in ordine i disastrati conti pubblici. Non furono irrilevanti gli anni di dominio delle Ferrari, le vittorie in serie di Valentino Rossi, il successo ai Mondiali di calcio 2006. C’era un’Italia delle eccellenze che il pianeta ammirava, emblema del miglior spirito e del patrimonio nazionale che sapeva primeggiare.

Adesso ci consoliamo con un Alonso che arriva quinto, ci rallegriamo per un Rossi (solo lui) che arriva secondo nelle gare del motomondiale, mentre ci amareggiamo per il ritorno alla realtà del calcio italico. Il prosieguo di Brasile 2014 vedrà ancora molti italiani ancora incollati agli schermi, ma tornerà prevalente l’impegno ad affrontare con maggiore urgenza i tanti problemi grandi e meno grandi.

Chissà allora che la sconfitta calcistica, una volta passata l’amarezza, non pungoli il Paese a dare il meglio di sé e a favorire il rilancio nei settori strategici della politica e dell’economia, della cultura e del turismo. Potrebbero così venire poste le condizioni migliori anche per l’inevitabile e auspicabile ristrutturazione del mondo calcistico. In fin dei conti, dal 1° luglio l’Italia assumerà la presidente dell’Unione europea: siamo usciti dal Mondiale, ma potremmo far bene nel campionato continentale. Almeno ce lo auguriamo. Altrimenti, si mette male. E non basterà il lavoro del successore di Prandelli.

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