Azzardo, lobby e politica. Un bilancio

Resta saldo il potere del settore dell’azzardo di attirare l’interesse dei sodalizi criminali. Intervista a Giovanni Endrizzi, già senatore componente della commissione di inchiesta parlamentare antimafia. Un sistema da cambiare alla radice. Evidenze e tracce da seguire
azzardo
(Foto: Pixabay)

Il sistema dell’azzardo attira grandi interessi. La Commissione parlamentare antimafia della scorsa legislatura ha prodotto una relazione accurata sulla presenza delle organizzazioni criminali nell’offerta capillare e incentivata dell’azzardo nel nostro Paese. È un ambito che attira notevoli interessi che in pochi vogliono seriamente “disturbare”.

Si è dedicato a questo problema Giovanni Endrizzi, per decenni educatore nel campo delle dipendenze patologiche, nei due mandati svolti in parlamento come senatore. È un tema che quindi conosce bene, tanto da aver scritto un libro che racconta la crescente pervasività della dipendenza da azzardo come cifra del disagio profondo della nostra società, anche e soprattutto quella opulenta nel Nord.

Endrizzi ha fatto parte di quella valanga degli eletti del boom di consensi raggiunti dal Movimento 5 Stelle, una forza cosiddetta antisistema che è stata maggioritaria nei 2 governi Conte e in quello istituzionale di Draghi. Dopo la pubblicazione della relazione della Commissione Antimafia, Endrizzi ha promosso nella biblioteca del Senato la presentazione dei risultati del IV Comitato, che ha coordinato su mafie e azzardo. Qui il video integrale.

Presenti all’incontro esperti, inquirenti e magistrati, oltre a nuovi eletti tra Camera e Senato che si auspica saranno disposti ad esporsi sulla questione. Cosa sta accadendo? Ne abbiamo parlato direttamente con Giovanni Endrizzi.

Il movimento contrario all’incentivazione dell’azzardo di massa aveva raggiunto un primo obiettivo con il cosiddetto “Decreto Dignità” del primo governo Conte che ha introdotto il divieto di pubblicità dell’azzardo, che peraltro sembra sia ora sotto attacco. Quali altre proposte ha avanzato in materia di regolamentazione dell’offerta d’azzardo nei suoi anni di attività in Senato?
Oltre alle misure per la trasparenza, la legalità, la cura dei disturbi da “gioco” d’azzardo, abbiamo proposto una distanza minima, per tutta Italia, tra esercizi con offerta di azzardo e ospedali, chiese, scuole, ecc. Ovvero i luoghi “sensibili” frequentati da minori, anziani o persone vulnerabili, lasciando facoltà agli enti locali di adottare misure più protettive in relazione alla propria situazione territoriale.

La proposta prevedeva anche l’adozione di un tesserino dedicato, con fotografia e microchip, rilasciato su richiesta, da esibire per l’acquisto di tutti i prodotti di azzardo. In tal modo si consentirebbe di contrastare efficacemente l’azzardo minorile, il riciclaggio di denaro, e di impostare per i consumi individuali un tetto massimo di spesa.

Misure poi non adottate. Forse perché troppo dure?
Non credo. Siamo davanti ad ingenti danni economici, sociali, educativi e sanitari indotti da un azzardo di massa, che occupa la mente e il tempo degli italiani, e che si stima equivalente a oltre 100 milioni di giornate lavorative l’anno perse.

Che ostacoli ha incontrato nella sua attività?
Le principali resistenze, oltre che a livello degli operatori del settore (non tutti in verità allo stesso modo) si sono riscontrate all’interno dei Ministeri e da parte dei Monopoli di Stato. Ha fatto scalpore la scoperta che proprio dai computer dei Monopoli di Stato fosse partorita la “bozza Baretta” (una proposta normativa molto favorevole al sostanziale mantenimento dello status quo, ndr). Del resto un’Agenzia a cui viene dato il preciso mandato di espandere il settore, dove dunque i manager vengono valutati in base a questo risultato, è fisiologico che assuma una posizione favorevole alle logiche di business, anche in conflitto con il bene pubblico.

Sembrava che il M5S fosse deciso su questo punto emblematico dell’azzardo. Cosa è cambiato nel tempo?
All’avvio del primo Governo Conte la partenza è stata promettente, ma già nel Decreto Dignità è stato commesso un errore. Come si sa, oltre al divieto di pubblicità sull’azzardo, esso conteneva importanti misure per contenere il precariato lavorativo. Tra le relative coperture finanziarie venne inserito anche un aumento del prelievo sui giochi d’azzardo. La cosa in sé non era sbagliata, ma questo meccanismo alimentava la dipendenza erariale (dalle entrate dell’azzardo, ndr). La Ragioneria dello Stato obiettò: «Se voi usate le coperture derivanti dall’azzardo e poi ne vietate la pubblicità, il mercato avrà una riduzione del 5% e il finanziamento della legge rimarrà scoperto».

Bastava osservare che il gettito sarebbe comunque rimasto inalterato perché proprio in prossimità di quel decreto, l’Adm, cioè l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, lanciava le stime sulla raccolta che indicava un +5% sull’anno precedente.

A chi rompe le scatole il divieto di pubblicità dell’azzardo?
Penalizza maggiormente il temutissimo azzardo online, quello che entra nei telefoni e nei computer di giovani e giovanissimi, e che allo Stato versa imposte irrisorie rispetto ad altri comparti, dunque con impatti trascurabili sul gettito, gestibili con clausole di garanzia; invece alla fine è stato approvato in legge un impegno al Governo a varare una generale riforma per gli anni a venire che mantenesse il gettito fiscale “almeno invariato”.

Come è andata a finire nei fatti?
Già nella contabilità del primo anno di applicazione del decreto si è avuta la beffarda conferma: nuovo aumento della raccolta dell’azzardo (record a 104 miliardi) e del gettito per lo Stato. Il divieto di pubblicità ha solo rallentato la crescita.

Diciamo che non c’è stato ascolto e raccordo verso chi di noi lavorava sul campo, da parte di chi ricopriva ruoli chiave in alcuni ministeri e che, dal Movimento, in seguito sono usciti.

E ora che il M5S è tornato all’opposizione ed è ridotto nei ranghi?
Il Movimento si propone più maturo: confido che vi possa essere una ripresa di attenzione su questi temi. Sui territori, attivisti e amministratori locali sono in prima linea e molto motivati. Non si tratta di temi di scarso rilievo, parliamo di 20 miliardi di spesa netta per le famiglie e verosimilmente altri 50 miliardi di business mafioso.

Come è stato aggirato il divieto di pubblicità?
In maniera subdola. A causa delle eccezioni disposte nelle “linee guida” da AgCom, siamo invasi da pubblicità di strumentali “siti di informazione” che hanno la stessa denominazione dei siti di scommesse. È facile poi passare al sito di scommesse vero e proprio. Si pensi che oggi le scommesse sportive sono diventate la prima forma di azzardo tra i giovanissimi. Non sono giochi di abilità: il sistema delle quote incentiva a tentare la fortuna sui risultati meno probabili. Vedere questi marchi promossi dai beniamini dei bimbi è indecente.

Quali sono le evidenze più importanti emerse dalla relazione antimafia che ha coordinato in materia di azzardo?
Se l’antimafia della XVI legislatura denunciava le prime infiltrazioni, quella della XVII ammoniva che con l’espansione dell’offerta legale di azzardo i proventi per le mafie erano verosimilmente aumentati.
Oggi assistiamo ad una ulteriore escalation. Come dice il procuratore Ccpo di Bari, Roberto Rossi, «in alcuni settori e in alcuni territori non si può più parlare di infiltrazione: le mafie hanno preso il controllo».

Nella relazione si è dedicato, inoltre, un approfondimento alla esplosione dell’offerta online, facendo emergere il possesso di una notevole capacità tecnologica delle mafie grazie al contributo di tecnici informatici collusi.

Sono emersi anche problemi strutturali dell’offerta d’azzardo in Italia?
Abbiamo evidenziato la carenza dei contratti di concessione pubblica dell’azzardo, concentrati sugli aspetti commerciali e finanziari a scapito della tutela dei cittadini. Prova ne sia che durante la pandemia Adm si è detta costretta a riaprire la vendita dei Gratta e Vinci, quasi fossero farmaci o generi alimentari, sotto la minaccia di ricorsi multimilionari da parte delle società concessionarie.

Infine sono stati sfatati due teoremi: i dati disponibili non dicono che chiusure durante la pandemia abbiano determinato un aumento della illegalità. Altrettanto per la legge regionale del Piemonte che aveva ridotto l’impoverimento delle famiglie e i malati di azzardo. Vuol dire che esiste un sentiero percorribile per coniugare tutela sociale e lotta alla criminalità.

Ha senso a suo parere la formazione di un gruppo interparlamentare contro l’azzardo di massa?
Non so dire. Potrà essere utile, se riuscirà ad essere uno spazio di proposta fuori da conflitti di interesse elettorale o lobbistico e se saprà preservarsi da vischiose mediazioni e compromessi.

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