Avvocato, si dia da fare ancora per la Fiat e per l’Italia

Di talenti ne aveva ricevuti molti: il coraggio – che lo aveva portato volontario in Russia -, la classe e la noncuranza per le cose – che nasce dal non doversi preoccupare per come ottenerle -, l’amore del bello e la curiosità intellettuale. E soprattutto un impero industriale, con le mille possibilità di relazioni importanti legate a ricchezza e potere. Certo, i suoi tanti privilegi si sono accompagnati a grandi dolori, come il suicidio del figlio, la morte del nipote che aveva designato suo successore, ed infine l’epilogo, proprio quando la sua azienda si trova alla mercè di creditori e finanzieri d’assalto. Di tutto questo oggi rimane il fatto che decine di migliaia di persone, tra cui molti lavoratori e semplici torinesi, hanno atteso ore al freddo per porgergli l’estremo saluto. Un segno che quei talenti non li aveva tenuti tutti per sé, ma li aveva usati anche per i suoi concittadini e per tutti gli italiani, di cui era diventato una bandiera nel mondo. Giovanni Agnelli è riuscito a conservare in questi decenni, fino alla sua morte, il carattere industriale e familiare del gruppo: per rimanere competitivo ha dovuto più volte ridurre il numero dei lavoratori sostenendo grandi battaglie sindacali, mentre la comunità nazionale ne ha spesso pagato il costo. Il suo operato non è stato, come è umano, senza errori: non gli è riuscito di trattenere nel gruppo manager validi come Carlo De Benedetti, quando per mantenere il controllo familiare sull’azienda ha accettato invece Cesare Romiti suggerito dai soci, sacrificando Ghidella ed i suoi collaboratori, artefici del successo mondiale della Uno. Ha penalizzato così una parte importante della capacità innovativa del gruppo, che è stato invece orientato ad una politica di acquisizioni di aziende in tutti i settori aumentandone l’indebitamento, secondo le disastrose mode finanziarie dell’ultimo decennio. Negli anni di piombo, all’entrata di un congresso di Confindustria, le madri dei terroristi allora in carcere distribuivano un messaggio: “I nostri figli hanno scelto il terrorismo, hanno sbagliato, ed è giusto che paghino: voi imprenditori però, che vi sentite padroni e pensate di poter fare quello che volete delle vostre aziende, dovreste ricordare che esse sono il frutto del lavoro dei vostri padri, ma anche dell’impegno e dei sacrifici di generazioni di lavoratori: fate in modo che esse continuino ad essere una ricchezza per tutti…”. Mi sembra di poter dire che Giovanni Agnelli considerasse importante il valore sociale dell’impresa, e che lo abbia tenuto presente in misura maggiore dei grandi imprenditori con cui si confrontava. SPIGOLANDO FRA IMPRESSIONI E RICORDI “Fu un autorevole protagonista di momenti importanti della storia italiana, che seppe prodigarsi con generosa intraprendenza per il bene e per lo sviluppo economico e sociale del paese” (Giovanni Paolo II). “Scoprii che era un uomo dal grande cuore, ma amava nascondere i sentimenti” (Carlo Azeglio Ciampi). “Era un grand’uomo, speriamo che con lui non scompaia tutto quello che ha creato” (un operaio di Mirafiori). “Alla Stampa mi hanno sempre preso quando la politica mi cacciava. Gliene sarò sempre grato. Lui le ha dato un tratto di rigore quasi giansenista” (Enzo Biagi). “Anche nei momenti più difficili non ha mai negato il ruolo del sindacato” (Sergio Cofferati). “È il personaggio che più di tutti ha accompagnato la nostra crescita dal dopoguerra ad oggi. La sua virtù maggiore: la libertà di giudizio” (Romano Prodi). “Aveva il carisma dello statista” (Marcello Pera). “Quando volevo farlo premier: “Non posso – mi disse – io sono un imprenditore””. (Oscar Luigi Scalfaro). “È opinione comune che uomini così potenti e importanti vivano con l’illusione di bastare a sé stessi, mentre in lui ho potuto costatare una grande apertura al mistero di Dio e sincera fiducia nel suo amore” (card. Severino Poletto).

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