Avanti con tenacia

Il mio Parkinson, si potrebbe dire “maggiorenne”. È da 18 anni infatti che vivo con questa malattia. Ma è proprio grazie ad essa che posso attingere dentro di me e continuare ad andare avanti combattendola con tenacia però anche avendo la consapevolezza che vivere significa soprattutto essere capaci di stabilire rapporti autentici di reciprocità con tutti. Puntando lì, mi ritrovo capace di staccarmi pian piano da tutto ciò che ero ed ero in grado di fare. In cambio avverto molta serenità. Mi sono trovato quasi per caso a condividere la realtà della malattia di Parkinson con altri che come me sono stati colpiti, con i loro familiari, ecc., dopo essere stato invitato ad un convegno che l’Aip (Associazione Italiana Parkinsoniani) aveva organizzato a Trieste. Nella Sezione locale dell’Aip, con Luciana, mia moglie, siamo diventati un po’ un punto di riferimento; alcuni in particolare ci cercano e vogliono condividere con noi la loro esperienza forte di ammalati, attingere forza e coraggio per andare avanti e, nello stesso tempo, sentirsi ancora capaci di fare insieme qualcosa per gli altri. A contatto con gli altri ammalati mi sembra di poter affermare che il “parkinsoniano” è una persona come le altre, con la stessa capacità di dare e di relazionarsi, con qualcosa in più: portare giorno per giorno su di sé una malattia evolutiva che colpisce inaspettatamente. Ma che la stessa malattia, per l’esperienza del dolore che ognuno si trova a fare, può insegnare a tutti qualcosa, ad essere tenaci, pazienti, a non arrendersi mai chiudendosi in sé stessi, ad accettare fino in fondo i limiti che impone; una condizione difficile ma che rende più forti. Con questi nuovi amici con i quali ci riuniamo periodicamente abbiamo scoperto che tutto può diventare “dote” e che insieme possiamo fare conquiste sociali ottenendo per tutti delle prestazioni utili, indispensabili. Pino Bergamo Tempo fa è stato ricoverato nel reparto dove lavoro un pescatore del Lago di Garda, una persona molto fiera del suo lavoro e della sua barca di 6 metri. All’improvviso, colpito da una grave malattia, ancora nel suo pieno vigore fisico, si è trovato in un letto di ospedale bisognoso di cure e di assistenza. Ciò gli procurava uno stato di depressione e di rifiuto dell’ambiente. Un giorno mi fermo da lui per aiutarlo ad alimentarsi, gli chiedo cosa preferisce mangiare, lui con voce afona mi risponde: “Un cucchiaino di veleno”. Questa sua risposta mi sgomenta, decido allora di farmi carico di quel suo momento di disperazione mi fermo accanto al suo letto. Lì per lì non so cosa dire, poi ricordandomi della sua barca gli dico che c’è un altro porto da raggiungere, un ultimo tratto da fare. Anche qui ci vuole molto coraggio, ancor più di quello necessario per condurre in porto la barca in certe situazioni difficili. Inizia a piangere, vuol dirmi qualcosa, gli sto vicino cercando di comprenderlo anche se faccio fatica a capire perché parla con un filo di voce. Gli dico allora che anche se vado a casa, non rimane da solo perché lo porto con me, nel mio cuore. Si rasserena, ora posso salutarlo e lasciarlo. Cerco nei giorni seguenti di prestargli cure che so a lui gradite, come alzarlo dal letto anche se so che dopo 10 minuti non ce la fa più a stare seduto, oppure lo aiuto a girarsi nel letto. Ma soprattutto cerco di trattarlo con dignità e con amore. Un giorno quasi allo scadere dell’orario di servizio mi ricordo che non sono passata a vedere come sta un malato che nei giorni precedenti era assopito e confuso. Mi dirigo verso la sua stanza e incrocio il medico che, uscendo, dice alla figlia che il papà ha poco tempo da vivere. Entro con lei in stanza. Appena ci vede, lucido e presente a sé stesso, ci dice: “Muoio, muoio””, e la figlia risponde: “Ma no, papà, cosa dici!”. Capisco che sta vivendo un momento molto difficile e chiede il nostro aiuto. Con un cenno invito la figlia fuori dalla stanza e le comunico il mio pensiero: il papà ha bisogno che qualcuno viva insieme a lui la verità, mentire sarebbe come rifiutarsi di portare con lui il peso della situazione e lasciarlo da solo di fronte alla morte. In un primo momento lei è preoccupata e mi confida che non sa cosa dire e teme di affrontare argomenti che ritiene delicati e privati, non sapendo come papà li avrebbe accettati, poi, entriamo nella stanza e lui di nuovo ripete: “Mi sento morire! “. A quel punto la figlia gli chiede se vuole confessarsi e lui risponde di sì con decisione. Tutte e due abbiamo la stessa impressione: aspettava da noi proprio questo! Chiamiamo il cappellano che arriva subito. Il giorno dopo non c’era più, il suo letto era vuoto, era morto serenamente. Maria Zantedeschi MEDICINA IN DIALOGO L’Associazione culturale “Medicina dialogo comunione” vuol contribuire all’elaborazione di una antropologia medica che si ispira ai princìpi contenuti nella spiritualità dell’unità che anima il Movimento dei focolari. In questa prospettiva si ridefiniscono il senso della vita dell’uomo, la sua dignità, il rapporto salute-malattia visto nella dimensione personale e sociale. L’Associazione nasce dopo un lungo periodo di confronto e riflessione fra medici con diverse competenze, professionalità, iter formativi e background culturali. Tra i suoi scopi ha quello di svolgere ed organizzare in proprio o con la collaborazione di altri organismi attività culturali quali incontri, convegni, corsi di formazione, mostre e altro in ambito regionale, nazionale e internazionale.

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