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Ambiente > Ecologia

Avanti, con qualche dubbio

di Mario Sebok

- Fonte: Città Nuova

34 mila persone registrate, 1500 giovani, 192 Paesi, 110 leader mondiali. Eppure si teme un flop per la conferenza sul clima.

Copenhagen

La conferenza su clima iniziata a Copenaghen è incredibilmente affollata. Più di 34 mila persone si sono registrate e, poiché la capacità delle sale di conferenza è “solo” di 15 mila posti a sedere, molti osservatori sono seduti sul pavimento. Alcuni partecipano anche a manifestazioni al di fuori del “recinto” ufficiale, e altri si accontentano degli eventi collaterali.

 

Si possono osservare tanti giovani anche nelle delegazioni internazionali dei vari Paesi. La gente percepisce questi 1.500 giovani partecipanti (tre volte più numerosi rispetto alla conferenza del 1998) come un buon segnale, perché è interesse in primo luogo delle generazioni future che questa conferenza sia un successo.  192 Paesi vi partecipano e 110 leader mondiali hanno annunciato la loro presenza, da qui fino alla settimana prossima, alla conclusione del negoziato.

 

C’è molto lavoro da fare. La  riduzione delle emissioni dei gas “a effetto serra” dei Paesi sviluppati nel suo complesso è attualmente prevista all’8-12 per cento entro il 2020, tenendo come base l’anno 1990, e contabilizzando già i “crediti forestali”. Questa riduzione è molto più bassa di quel 25-40 per cento  definito come “necessario” dal Comitato intergovernativo per i cambiamenti climatici (Ipcc).

 

Come rivela il Climate Action Tracker, «ci sono grandi differenze tra i vari Paesi, quando si tratta di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra. In testa ci sono le Maldive e il Costarica, che hanno proposto di diventare “neutrali” per il clima intorno al 2020. Nella “fascia alta” della scala si trovano Giappone, Norvegia e Brasile, che propongono significative riduzioni. Nel mezzo della gamma ci sono i Paesi in via di sviluppo, come il Messico e l’Indonesia, che propongono di ridurre la crescita delle loro emissioni fino al 2020.

 

L’Ue è un caso particolare, in quanto il suo impegno incondizionato è valutato insufficiente: la comunità arriverebbe ad un livello medio se adottasse una riduzione del 30 per cento. Nella metà inferiore della scala ci sono gli Stati Uniti, le cui azioni proposte sono inadeguate per rientrare nel livello necessario a mantenere il riscaldamento globale entro limiti più bassi. In fondo alla scala ci sono quei Paesi che devono ancora proporre azioni sostanziali. Questi comprendono, tra gli altri, Bielorussia, Russia e Ucraina».

 

È importante che tutti siano informati e esprimano il proprio parere ai rappresentanti politici. Secondo un rappresentante della gioventù della Svizzera per l’Onu, «le forze che guidano e vincolano gli accordi internazionali vengono dalla volontà dei leader mondiali e dei loro parlamenti che legiferano in questa materia; ma entrambi sono molto sensibili al parere espresso nei loro Paesi».

Riproduzione riservata ©

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