Aung San Suu Kyi vince ancora, nonostante tutto

Secondo l’autorevole Cna – Channel News Asia – di Singapore, il consenso elettorale in Myanmar al Nld, il partito di daw Aung San Suu Kyi (75 anni), sembra ampiamente confermato, nonostante gli enormi problemi interni, le resistenze dei militari, le accuse internazionali e la diffusione del coronavirus
Aung San Suu Kyi Supporters in Myanmar. (AP Photo/Thein Zaw)

Uno dei principali network internazionali di Singapore, Channel News Asia (Cna), molto attivo anche in Medio Oriente, sta confermando le proiezioni e le indiscrezioni che trapelavano fin dalla chiusura dei seggi in Myanmar, domenica 8 novembre: la Nld (National League for Democracy) il partito di Aung San Suu Kyi che nel 2015 aveva già ottenuto una vittoria indiscutibile, starebbe raccogliendo anche in queste elezioni un vastissimo consenso, conquistando 322 seggi nel Parlamento birmano.

 

I seggi totali della Camera bassa sono 425 e quelli della Camera alta 217, ma per legge il 25% di essi non è oggetto di consultazione elettorale e spetta ai militari, secondo la Costituzione del 2008, tuttora in vigore.

Con questi numeri, la Nld sarebbe in grado di formare da sola un governo di maggioranza per portare a termine le riforme iniziate dal 2015, dopo la prima reale elezione democratica nel Paese che usciva da oltre 50 anni di dittatura militare.

Il fatto importante e determinante per questa vittoria elettorale è stato il grande numero di nuovi elettori: i 5 milioni di giovani che erano ammessi al voto per la prima volta si sono letteralmente mobilitati per il voto, incuranti del Covid-19 che sta seminando paura e morte (62 mila contagi totali e 1.400 morti) nel “paese d’oro”, come si chiamava anticamente il Myanmar.

Gran parte della popolazione continua a vedere in daw (zia) Aung San Suu Kyi la paladina di una libertà pagata a carissimo prezzo e una speranza per il futuro. Al momento pare che l’affluenza alle urne sia stata tra il 65% ed il 70%, anche se a Yangon, secondo il Myanmar Time, si sarebbe raggiunta un’affluenza del 75%, un vero record per un paese sotto lockdown.

Questa affluenza e il consenso alla Nld è anche un messaggio esplicito nei confronti della giunta militare, che mantiene il 25% dei seggi in Parlamento per Costituzione, ed al tempo stesso alla comunità internazionale che ha molto criticato la premio Nobel per la pace 1991 per la posizione assunta nei confronti della vicenda dei Rohingya.

Sono state comunque elezioni molto sofferte, in quanto il Tatmadaw (le Forze Armate), cosciente della popolarità della premier uscente, ha tentato di tutto per rimandare le elezioni, cosa che la Commissione elettorale nazionale ha respinto, in quanto un rinvio non è previsto dalla Costituzione e per evitare il rischio di un pericoloso vuoto di governo. La Nld ha fatto pressione, e la popolazione li ha sostenuti, affinchè le elezioni si tenessero comunque. Le dichiarazioni poi di alcuni militari che minacciavano di non riconoscere il risultato del voto, ha spinto la gente a riversarsi ai seggi nonostante la pandemia.

L’alta affluenza alle urne è stato anche un segno che Aung San Suu Kyi è ancora la beniamina della gente, almeno di tutte le etnie legalmente riconosciute in Myanmar, che sono ben 135.

Ed è successo un altro fatto significativo quest’anno: c’erano anche due canditati musulmani nelle fila del Nld e sono stati legalmente eletti, aprendo forse la strada ad un riconoscimento politico della minoranza musulmana. Le persone di etnie non ammesse al voto rappresentano 4,4% dei voti, secondo gli osservatori internazionali.

Un punto debole e che sarà una spina nel fianco del nuovo governo, è certamente lo stato del Rakhine, al confine col Bangladesh, con 1,2 miloni di elettori riconosciuti che non hanno potuto votare a causa del Covid-19, degli attacchi dell’Arsa (Arakan Rohingya Salvation Army), ovvero l’esercito di liberazione dei Rohingya, ed anche per la questione degli attacchi alla popolazione Rohingya, ferita aperta nel Myanmar.

Aung San Suu Kyi, in quanto premier, dovrà cercare una soluzione anche la difficile questione di un milione di rifugiati ancora segregrati in Bangladesh. Ma i Rohingya non sono i soli e neppure i più numerosi perseguitati del Paese.

Come ho scritto in articoli precedenti, anche i karen e i kachin, in maggioranza cristiani, sono perseguitati in Myanmar, ma queste due etnie non sono sponsorizzate come lo sono giustamente i Rohingya dall’Oic (Organizzazione per la cooperazione islamica).

La signora Aung San Suu Kyi avrà forse altri 5 anni per cercare di sanare queste profonde e antiche ferite che hanno una lunga storia. E per portare avanti i processi di democratizzazione e di crescita economica del Paese, appena avviati.

 

 

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