Aung San Suu Kyi condannata

Aung San Suu kyi condannata nuovamente, stavolta a 4 anni di carcere per importazione e possesso illegale di walkie-talkie e violazione delle disposizioni per contenere i contagi da coronavirus. Ed è solo il secondo dei processi intentati dal regime militare alla 76enne Premio Nobel per la Pace 1991 e leader del partito vincitore delle elezioni democratiche del novembre 2020
Aung San Suu Kyi (AP Photo/Sakchai Lalit, File)

Ormai la notizia ha fatto il giorno del mondo: Aung San Suu Kyi è stata nuovamente condannata, stavolta a 4 anni di carcere. Un oltraggio a lei e ai diritti umani, e un ulteriore violenza inferta ad un popolo che ha già conosciuto 70 anni di guerra civile e si avvia, il prossimo febbraio 2022, ad aggiungere a questa tragedia un altro anno di ingiustizie, soprusi, uccisioni sommarie e massacri.

Il Paese è in una situazione molto difficile, con le attività commerciali che vanno progressivamente chiudendo e con gli investimenti stranieri che si stanno defilando, per usare un termine non drammatico. Le cifre parlano chiaro: l’economia nel 2021 ha segnto un calo del 18%, e nel 2022 si prevede un ulteriore -4,4%. Al momento, le stime parlano di 1,2 milioni di posti di lavoro persi.

Molte nazioni che avevano investito in Myanmar, come Singapore e il Giappone, stanno ritirando i loro investimenti in modo significativo. Un vero disastro. Cina e Russia continuano a mantenere una corsia preferenziale con il regime, e praticamente sono i soli partner. Anche se la situazione non è quanto la Cina auspicherebbe in Myanmar, dove il sentimento anticinese è molto forte.

Molti operai preferiscono tornare nelle campagne fuori da Yangon, piuttosto che lavorare nelle fabbriche di proprietà cinese, che la gente considera conniventi con i militari del Tatmadaw, l’esercito golpista. E la realtà dei fatti lo conferma.

Se il commercio legale è praticamente sotto zero, quello illegale è rampante: la quantità di droga sintetica prodotta in Myanmar e sequestrata in Thailandia, è aumentata in modo esponenziale l’anno scorso. Ed è tutta droga prodotta vicino al confine e poi portata a spalla attraverso le mulattiere, per essere distribuita nella capitale thailandese,  in tutta la nazione e pefino in Malaysia, Hong Kong e Australia.

Il 28 dicembre scorso sono state sequestrate 4 milioni di pillole di anfetamine, sequestro costato la vita ad un famoso poliziotto, il maggiore Pibulpan Sukhumnont, di soli 48 anni, ucciso mentre cercava di fermare 5 trafficanti di droga in fuga su un furgone. La Thailandia ha tutto l’interesse che in Myanmar ci sia pace: oltre alla droga, non passa giorno che non vengano arrestati dei rifugiati che tentano di entrare illegalmente in Thailandia. “Non è più possibile rimanere in Myanmar” ha recentemente commentato un gruppo di fuggiaschi, una volta arrestati dalla polizia.

Il confine tra Myanmar e Thailandia è, in pratica, un confine molto labile e facilmente superabile: sono in tutto 2.416 km, in gran parte foreste e colline, dove chi vuole oltrepassare può farlo abbastanza comodamente. È impossibile sorvegliare un territorio così vasto! E chi può scappa dalla prigione a cielo aperto che è diventato il Myanmar, dove gli elicotteri ti sparano a vista.  “Ovunque si vive meglio che in Myanmar”, confessano spesso le persone una volta arrivate in Thailandia.

L’associazione delle nazioni del sud est asiatico (Asean) ha tentato un negoziato, un compromesso, una via d’uscita e una pace accettabile per tutti: sia per il generale Min Aung Hlaing, capo delle forze armate del Tatmadaw, che per il Nug (il governo di unità nazionale) e per i gruppi etnici armati. Ma le correnti dentro l’Asean sono molteplici e a volte discordanti: l’approccio di Brunei, Indonesia e Malaysia è molto pragmatico e realista.

L’esclusione del regime birmano dall’ultimo incontro dell’Asean, tenutosi il 26 ottobre sotto la presidenza del Brunei, è stata in pratica una sanzione inflitta al Myanmar per non aver avviato nessuna delle promesse fatte nell’incontro precendete, del 26 aprile 2021, dove era stata concordata una bozza di road map per un cessate il fuoco in Myanmar. Alle promesse del generale Min Aung Hlaing non ha fatto seguito nessuna azione concreta: è per questo motivo che la presidenza dell’Asean aveva escluso il Myanmar dal vertice in Brunei.

Purtroppo la presidenza di turno dell’Asean è attualmente passata alla Cambogia, e il primo ministro cambogiano, Hun Sen (che guida con pugno di ferro il suo paese da 36 anni) si è subito precipitato a fare una visita ufficiale in Myanmar. Naturalmente è stato ricevuto col massimo degli onori dal generale Min Aung Hlaing, suscitando l’ira di milioni di persone: con questo gesto, Hun Sen ha in pratica ha riconosciuto (dopo la sanzione votata dall’Asean contro il regime birmano) il generale Min Aung Hlaing come capo del governo del Myanmar. Una visita in completo disaccordo con la politica portata avanti fino ad oggi da Indonesia, Malaysia e Brunei, membri molto potenti (nella regione e non solo) dell’Asean.

D’altro canto, cosa ci si poteva aspettare da un capo di stato come Hun Sen, famoso per il suo modo violento di reprimere l’opposizione politica interna in Cambogia (Hun sen elimina gli oppositori o li fa esiliare)? Hun Sen è un ex membro dei khmer rossi (autori di uno dei genocidi più terribili della storia dell’umanità) famoso per la sua collezione di orologi del valore stimato di da circa 8,4 milioni di dollari. Governa la Cambogia da 36 anni, aiutato in vari ministeri e posti di sicurezza nazionale, dalla moglie e dai figli.

La foto di Hun Sen che incontra il generale Min Aung Hlain ha profondamente minato nel mondo intero la credibilità dell’Asean e la sua capacità di costringere il Myanmar a risolvere in modo pacifico il conflitto politico interno. Staremo a vedere se qualche potenza straniera, cosa molto attesa dal popolo del Myanmar, potrà fare qualcosa per la gente che continua a morire, soprattutto civili, falciati dai mortai dei militari: da Natale ad oggi gli attacchi sono aumentati, costringendo la popolazione di alcune cittadine nello stato del Kayah a fuggire nei boschi e sulle montagne circostanti per scampare alla repressione e ai massacri operati del Tatmadaw nei confronti di civili inermi.

Una situazione molto, troppo dolorosa.

 

 

 

 

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