Aukus e Senkakus, cosa succede nel Mar Cinese?

Aukus e Senkakus, due nomi misteriosi tornati alla ribalta in questi giorni. Cosa sta succedendo nel Mar Cinese Meridionale? Cerchiamo di dare qualche strumento minimale di comprensione e lettura su questioni molto complesse e pericolose
Isele Senkakus nel Mar cinese . Foto Jackopoid Wikipedia

Aukus e Senkakus. Sempre di più viviamo in un mondo globalizzato e siamo chiamati ad interessarci anche di problemi che sembrano, apparentemente, lontani da noi. Iniziamo a spiegare qualcosa sul titolo: Senkakus (per i cinesi: Diaoyu) sono delle piccole isole e rocce nel Mar Cinese Meridionale contese tra Taiwan, Giappone e Cina.

Aukus è un accordo, detto in modo molto semplificato, di cooperazione e di supporto militare tra Usa, Regno Unito e Australia, che comprende la fornitura di tecnologia legata a sottomarini nucleari di ultima generazione da parte degli Usa all’Australia, al fine di controllare le rotte cinesi. Questo accordo, molto discusso nei giorni scorsi, è senza dubbio un fattore destabilizzante per la pace in Asia, soprattutto nel sud est asiatico. Pertanto, la contesa per le “isole”, ma sarebbe meglio chiamarle “rocce”, di Senkakus è in stretta relazione con l’accordo Aukus: una contesa che è figlia dell’altra, e sostiene e alimenta l’altra.

Il 1° Marzo di quest’anno, il Congressional Reasearch Service statunitense ha fornito una ricerca di 16 pagine sulla questione: la Cina, ed erroneamente Taiwan (che in passato non esisteva come Paese), sostiene la propria sovranità sulle isole Senkakus in base a mappe e riferimenti storici risalenti alla dinastia Ming (dal 1368 al 1644).

In pratica, secondo gli analisti statunitensi, un lontano passato fornirebbe fondamento storico alla “pretesa cinese” di oggi verso queste isole. Il Giappone, che rigetta le pretese territoriali storiche della Cina, nel 1895 registra la decisione di incorporare le disabitate isole in questione nel territorio giapponese e inizia a sfruttarle. E qui inizia e potrebbe terminare la disputa, in quanto, proprio in quell’anno, Giappone e Cina firmano il trattato di Shimonoseki (o Maguan), che pone fine alla prima guerra cino-giapponese iniziata un anno prima. E le isole vanno al Giappone.

Ma allo stesso tempo inizia anche la questione: questo trattato verrà rigettato dalla Cina, che era stata costretta dalle potenze militari del tempo a sottoscrivere un accordo svantaggioso per evitare condizioni peggiori. E questa disputa è quella che arriva fino ad oggi, che riguarda non solo le isole ma anche le rotte marine del Mar Cinese Meridionale, contese fra Giappone e Cina, principalmente, e poi anche con Taiwan, Malaysia, Vietnam e Filippine.

Il Trattato di Pace che pose fine alla seconda guerra mondiale nel Pacifico, nel 1951, segna l’inizio dell’interessamento statunitense a questa parte del mondo, come conseguenza della politica di supporto al Giappone adottata dagli Usa. Che, in realtà, è poi anche un’evidente politica di contenimento della Cina. Dalla prospettiva cinese, dopo le umiliazioni occidentali patite nelle guerre dell’oppio e per reagire alla politica di contenimento statunitense, si è andata affermando per decenni una politica commerciale per svincolarsi dall’accerchiamento. Sempre più nei media asiatici si coglie malcontento e insofferenza contro quella che è considerata l’arroganza di chi vuole contenere a tutti i costi la Cina.

L’ultimo atto è la recente visita della vicepresidente Harris nel sudest asiatico dopo la ritirata della Nato dall’Afghanistan. Ha creato contrarietà in Cina soprattutto l’attenzione degli Usa verso l’antico nemico ed oggi nuovo alleato, il Vietnam.

È stata percepita come un’attenzione anticinese nelle contese territoriali nel Mar Cinese Meridionale. Tutto questo desta preoccupazione in Cina, che si sente assediata da est e da sud. In fondo, la ragione profonda della politica cinese del Belt and Road (la nuova via della seta) è quella di uscire dal contenimento e dall’accerchiamento aprendo nuove vie commerciali via terra e via mare verso occidente attraverso Kazakistan, Kirghizistan, Turkmenistan, Afghanistan, Pakistan, Birmania, Thailandia e Cambogia.

L’accordo Aukus, inoltre, è in definitiva un grande affare da 50 miliardi di dollari (alcune fonti parlano di 65) di tecnologia nucleare, a scapito della Francia, che aveva già un accordo firmato nel 2016 con l’Australia, e si è vista letteralmente soffiare sotto il naso questo contratto favoloso per la fornitura di armi. E tutto questo accade tra partners Nato, alleati sulla carta.

In Asia si commenta che le pugnalate alle spalle, dal 15 Agosto a questa parte, la politica estera Nato sembra non risparmiarle a nessuno. Il ritiro dall’Afghanistan con l’abbandono di migliaia di ex-collaborati della Nato, pone delle domande inquietanti soprattutto in Europa, ma non solo.

Insomma, conviene considerare, come ha affermato il papa al Congresso statunitense nel 2015: «non è giusto dividere il mondo col dualismo, tra buoni e cattivi», ma lavorare insieme per risolvere le questioni storiche che creano i conflitti moderni.

Con la logica della guerra si produce solo distruzione e “tutti perdiamo”: occorre invece lavorare per risolvere le questioni ad un tavolo diplomatico. Meglio lasciare i droni spenti negli hangar. Guardiamoci in faccia e scopriamoci capaci di pace. Lo siamo.

 

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