Augusto Del Noce fuori dagli schemi

Tre domande a Massimo Borghesi, professore di filosofia morale all'università di Perugia.
Augusto Del Noce
Massimo Borghesi ha approfondito in diversi interventi, nel centenario della nascita, il pensiero di Augusto Del Noce (1910-1989), un filosofo catalogato superficialmente come conservatore e "antimoderno", mentre la sua interpretazione della realtà si rivela sempre più attuale per interpretare il tempo presente.

 

Perché associa Del Noce a Pier Paolo Pasolini ?

«Perché, nel corso degli anni Ottanta, prese il posto lasciato vuoto, dopo la morte di Pasolini, come coscienza morale del Paese. A Pasolini lo univa la critica al Nuovo Potere,intollerante e dispotico, il quale, dopo la fine delle ideologie, uniformava politica, cultura, comportamenti sociali. Lo univa la consapevolezza che la crisi del marxismo portava la sinistra ad essere subalterna alla mentalità borghese,ad una “irreligione occidentale” il cui esito conseguente era il nichilismo e il tramonto di ogni desiderio di cambiamento».

 

Prof. Borghesi, dai suoi studi emerge la scelta antitotalitaria di Del Noce…

«In effetti egli fu sempre amante della libertà contro ogni forma di totalitarismo. Antifascista a partire dal 1936, quando il regime godeva del massimo della popolarità, divenne critico acuto del marxismo a partire dal 1945, dopo una parentesi cattolico-comunista insieme a Balbo e Rodano. Il suo modello politico era dato dall’incontro tra cattolicesimo e libertà, incarnato da Alcide De Gasperi. Sul piano filosofico questo lo portò, seguendo Jacques Maritain, alla critica delle nostalgie medievaliste di tanta cultura cattolica, delineando un filone cattolico del pensiero moderno, un filone che univa cristianesimo e libertà e che culminava nell’opera di Antonio Rosmini».

 

Del Noce contro l’ateismo. Sta qui la sua grandezza?

«L’accusa che il razionalismo moderno muove alla fede cristiana è di essere un fideismo senza prove, l’esito di una scelta irrazionale. Del Noce capovolgeva l’accusa, mostrando nei suoi studi come l’ateismo, conseguenza del razionalismo, nasceva da un’opzione, da una scelta non motivata della condizione mortale dell’uomo considerata come condizione “naturale”. Con una conseguenza: se la morte è naturale la vita diventa insopportabile, negativa, il finito diventa il “male”. La via di fuga sarà allora l’universale: lo Stato, la Nazione, la classe ecc. Il razionalismo è redenzione non del finito ma dal finito. L’ateismo non è l’esito di una dimostrazione logica, ma la conseguenza di una scelta iniziale sulla condizione umana considerata come non bisognosa di salvezza».

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