Audrey il capolavoro di una vita

Vi sono miti che più di altri resistono alla prova del tempo. È il caso di Audrey Hepburn, l’incantevole interprete di Vacanze romane, Colazione da Tiffany, Sabrina, My Fair Lady e tanti altri film. Icona di una femminilità delicata e sbarazzina, ben diversa da quella sexy di altre star, continua ad irradiare grazia col suo volto giovane e fresco riprodotto su poster, calendari, borsette… Già annoverata tra le donne più eleganti del mondo, il suo stile fa ancora testo in riviste che parlano di moda. Eppure, a questa immagine popolare e piena di fascino ne preferisco un’altra meno nota, ma per me più espressiva della sua bellezza interiore: quella di una Audrey non più giovane, il viso ancora bellissimo ma segnato da profondo dolore, che in un campo profughi sorregge un bambino somalo scheletrico. Quasi una Pietà dei nostri giorni, che sembra stringere a sé il peso di tutto il dolore innocente del mondo. Era nei giorni successivi alla sua prematura scomparsa nel 1993, e nell’articolo a cui si riferiva questa foto il rimpianto per la perdita di un’artista di talento si univa a quello per la donna che nell’ultima parte della sua vita, quale portavoce dell’Unicef, non s’era risparmiata pur di attirare l’attenzione internazionale sulla tragedia di milioni di piccole vittime della miseria o della guerra. Man mano che mi documentavo, ammiravo altri valori nella Hepburn: la sua capacità di esser grata di ogni dono della vita, l’umiltà e determinazione, ad esempio. Lungi dal considerarsi una persona arrivata, sapeva di dover sempre costruirsi e conquistare con sacrificio, disciplina e professionalità le mete a cui tendere. Era una donna semplice, che i complimenti mettevano in imbarazzo. Non si riteneva certo una star, ma una attrice fortunata che doveva molto ai soggetti e ai registi e colleghi con i quali aveva lavorato. Estranea a quanto fa parte di un certo folklore del mondo della celluloide (pettegolezzi, eccessi, trasgressioni), il suo primo vero ritratto privato ci viene ora dal figlio Sean, nato dal matrimonio con l’attore Mel Ferrer: Audrey Hepburn, un’anima elegante (Tea). Ripercorrendone la storia – dall’infanzia vissuta senza pa- dre in un’Olanda occupata dai nazisti, all’apice della carriera cinematografica, fino ai giorni vissuti lontano dalla macchina da presa e nell’impegno per i bambini meno fortunati del mondo -, questo volume ci presenta un’Audrey inedita rispetto a quella immortalata dai fotografi. Ci introduce con delicatezza nel ricco mondo interiore di una madre profondamente amata. Ho voluto parlarne con l’autore, che vive tra la Toscana e la California con la moglie e i tre figli. Cosa l’ha decisa a scrivere questo libro giunto già alla terza ristampa in Italia? In realtà avevo voluto fissare in una trentina di cartelle i ricordi ancora freschi delle conversazioni avute con mia madre nei suoi ultimi mesi, i gusti, le abitudini, la sua filosofia della vita. Scritte inizialmente per far conoscere ai miei figli e a quelli di mio fratello Luca, una volta cresciuti, chi era stata veramente questa nonna straordinaria, quelle pagine sono finite in seguito, dietro suggerimento di un amico, sul tavolo di un editore… Di qui l’idea di una pubblicazione i cui ricavati avrei devoluto all’Audrey Hepburn Children’s Fund (1), la fondazione nata nel 1994 per mantenere viva l’eredità spirituale di mia madre. Lei immagini la difficoltà di trasformare quelle trenta pagine in un libro! Non era semplice parlare con obiettività di qualcuno che mi era stato così intimo, esprimere l’essenziale senza oltrepassare certi limiti della privacy. Difatti l’ho completato tre anni dopo il termine previsto nel contratto. Ne è risultato un ritratto spirituale più che una biografia vera e propria. Del resto mia madre stessa era convinta che sarebbe risultata piuttosto noiosa per mancanza di fatti clamorosi: motivo per cui diversi autori di sue biografie hollywoodiane, per renderle più stuzzicanti, hanno dovuto inventarsi qualcosa. Spassionatamente, come valuta sua madre come attrice? Beh, è difficile dissociare la madre e la star. Ovviamente per me è venuta prima l’una, e solo con il tempo mi sono reso conto dell’attrice e di quanto fosse brava, anche in rapporto ad altri suoi colleghi. Anche perché lei ha tenuto sempre che fossimo una famiglia normale e quand’ero piccolo non c’erano né i dvd né una sala da proiezione in casa. Forse ci sono state attrici più importanti di lei, tipo Bette Davis, Ingrid Bergman o Katharine Hepburn, però oggi i giovani non riescono a riconoscersi in loro. Grazie invece al suo modo di essere, al suo stile, la sua immagine è ancora fresca e attuale. A proposito di questo stile, lei parla di bellezza interiore, rinforzata da una severa disciplina di vita, dal rispetto per gli altri e dalla speranza nell’umanità… Sì, per tutta la vita mia madre si è esercitata a immedesimarsi negli altri: una dote che l’ha aiutata sia nel campo professionale, a cogliere l’essenza di un ruolo, e sia nelle relazioni umane. Ricordo sempre come, parlando con noi figli del rap- porto con questa o quella persona, finiva per domandare: come vi sentireste nelle sue scarpe? Il suo impegno umanitario nell’Unicef non ha fatto altro che affinare ulteriormente questa sensibilità. Certo, non senza richiederle un grossissimo costo, anche come salute. Per questa madre straordinaria – così la descrive – che ha dato a lei e a suo fratello la sicurezza di essere amati e di essere importanti, la famiglia veniva prima di tutto. Per questo in definitiva, all’apice del successo, ha scelto di ritirarsi dal mondo dello spettacolo? Mia madre ha avuto una vita coronata dal successo e segnata dalle scelte giuste, la prima delle quali fu la sua carriera. Più tardi, invece, scelse la famiglia. E infine, quando noi figli eravamo ormai cresciuti e avevamo le nostre vite, scelse i bambini bisognosi di tutto il mondo: scelse di restituire quel che poteva in cambio di ciò che aveva avuto dalla vita. Per lei, in questa scelta così importante e determinante, stava la chiave per capire, e forse anche curare, qualcosa che l’aveva accompagnata nel corso di tutta la vita: una tristezza di fondo dovuta sia ad una fame d’affetto per l’assenza – a partire dai sei anni – della figura paterna, sia alle traversie sofferte per la guerra, per i due matrimoni falliti nonostante i suoi sforzi per salvarli, e infine per l’esperienza fatta nei campi profughi del Sudan, dell’Etiopia, della Somalia o del Bangladesh (a proposito di quei bambini, parlava di fame emotiva che il cibo non può alleviare). Quel bisogno di amore, tuttavia, le impediva pudicamente di esigerlo per sé. Si direbbe anzi che questa privazione abbia scavato in lei una capacità di comprendere la sofferenza altrui, di irradiare amore in maniera un po’ unica… Secondo me ci sono due tipi di persone: quelle che guardano sempre indietro lamentandosi e dando la colpa agli altri, ai genitori, alla vita; e quelle invece che vanno avanti sfruttando queste stesse mancanze.Mia madre apparteneva a questo secondo tipo, ha avuto la capacità di reagire e provare a cambiare il corso della sua vita, imparando a non pensare a sé stessa. Sua madre aveva un credo religioso? E quale? Sì, lei si autodefiniva una persona molto spirituale. Benché non sia mai stata un’ardente seguace di una precisa dottrina religiosa, non perse mai la sua fede nella potenza dell’amore, nella bontà della vita. Credeva che l’amore fosse in grado di curare, aggiustare, ricucire e portare tutto a un lieto fine…. Lei scrive che alla base del suo carattere umile e pieno di grazia c’era una coscienza della morte, da lei sfiorata quand’era ancora nella culla, e in seguito attraverso l’esperienza altrui (come nel periodo Unicef). Fino all’ultima tappa della malattia. Come si poneva di fronte alla morte? La vedeva come una realtà molto naturale. Non è che ne parlasse tanto durante la sua vita, ma ne abbiamo parlato molto nelle ultime settimane: un periodo che percepisco oggi come un meraviglioso regalo da parte sua. Il fatto che un albero grande cada per fare spazio all’alberello che sta crescendo sotto era una cosa per lei assolutamente normale. Quale ritiene sia stato il capolavoro di sua madre? Un film in particolare, il contributo dato come ambasciatrice Unicef…? Parlando di film, per me il suo film sacro è Colazione da Tiffany, per tutta una serie di ragioni, tra cui il fatto che lei ha saputo trasformare un soggetto difficile in qualcosa di molto leggero, dolce e meraviglioso. Però, dal mio punto di vista, penso che il capolavoro sia l’insieme della sua vita, il fatto che lei abbia saputo gestire – come dicevamo prima – la carriera senza strafare per voglia di denaro (anche nel mangiare era misurata, non esagerava), e poi curare la sua famiglia, poi di nuovo – allargando questo cerchio – dedicare le sue energie ai bambini meno fortunati. Una vita ben vissuta come la sua è il capolavoro nel quale tutti possiamo sperare, qualcosa alla portata di tutti: magari non tutti avremo l’opportunità di essere un’altra Audrey Hepburn, ma tutti potremo sentirci realizzati come lei alla fine della nostra vita.

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