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Cultura > Musica

Attila, flagello di Dio

di Mario Dal Bello

- Fonte: Città Nuova

 Al Teatro dell'Opera di Roma Muti dirige in modo impeccabile l'opera giovanile di Verdi

Riccardo Muti

Aveva in mente l’affresco di Raffaello in Vaticano con l’incontro tra papa Leone e il re unno, Verdi. Infatti, si era fatto mandare l’illustrazione da Roma per la sua opera, data a Venezia, alla Fenice, nel 1846. Un successo per il compositore trentatreenne. Che Verdi sia stato preso da un furore giovanile, lo si sente per tutta l’opera. Concisa, veemente, secca e decisa come un abbozzo disegnato di getto. “Attila”, in verità, è un microcosmo che contiene in nuce aspetti del Verdi maturo e grande che sboccerà con gli anni.
 
Si apre con un preludio fosco e lacrimoso, che anticipa il “Macbeth”. Non contiene cori guerrieri o dolenti come protagonisti, come succede in “Nabucco” o nei “Lombardi”: piuttosto, i cori sono descrittivi di stati d’animo, di atmosfere, comprimari di un’azione che si concentra in effetti su un quartetto. Attila, a metà tra fierezza e bisogno d’affetto, tra barbarici terrori – la scena del sogno, l’apparizione di Leone (un coup de théâtre che anticipa “Macbeth”) – e senso di pietas: più flagellato dagli uomini che flagellatore. Odabella, virago formidabile, cui Verdi regala una tessitura vocale arditissima, che coniuga il virtuosismo più spietatamente belcantistico con scarse tenerezze. Alla lontana, prefigura la Lady, ma anche Azucena o Amneris. Ezio, il condottiero romano pronto al tradimento e Foresto, l’innamorato, una sorta di Manrico ante litteram o, se si vuole, un Ernani meno disperato.
 
È questo quartetto che si intreccia nella trama piuttosto schematica del libretto, dove cori, arie e cabalette si susseguono regolarmente. Ma Verdi vi innerva un fuoco, una passione che arde sia di toni pre-risorgimentali – «Cara Italia, già madre e reina…» – sia di pathos baritonale, «Sento gonfiarsi l’anima» – come di chiaroscuri corali tra preghiera e inni guerreschi.
 
La musica verdiana, manco a dirlo, è trascinante. Le arie volano in quelle arcate commosse dove violini e violoncelli accompagnano la melodia ascendente che come un groppo prende l’anima, ma anche si elettrizzano in ritmi nervosi e guizzanti, così che il colore, la tinta dell’opera risulta al calor bianco. Rapida, l’opera chiude, come farà il “Trovatore”, con scarne battute: Verdi già da giovane ha fretta di arrivare alla fine. Certo non sempre la musica è rifinita, saranno necessari negli anni aggiustamenti, approfondimenti. Ma il bozzetto è fatto e piace.
 
Piace moltissimo a Riccardo Muti, che ne ha fatto un cavallo di battaglia, curando allo spasimo sfumature orchestrali: la morbidezza dei legni, lo squillo degli ottoni, pulito, il calore dei corni, pregnante e poi gli archi (le viole, dense, i violini “cantanti”). Muti scopre che nell’orchestrazione, essenziale, Verdi non è affatto trascurato, anzi.
 
E veniamo ai cantanti. Superbo soprano drammatico di agilità, la russa Tatiana Serjan ha voce possente, tecnica spericolata, sensibilità interpretativa fragrante: una grande cantante verdiana, che a tratti ricorda la Callas, ma senza le asprezze della grande greca. L’Attila di Ildar Abdrazakov è un basso possente, morbido, squisito attore dalla bella voce sonora. Luminoso il Foresto dell’albanese Giuseppe Gipali, e tonante l’Ezio di Nicola Alaimo, gigantesco attore dalla voce robusta. Ottimo il coro, preciso e attento.
 
L’allestimento di Pierluigi Pizzi punta alla bellezza fulgida della sintesi. Riecheggiando le rovine romane e il Pantheon crea interni bianco-grigi essenziali, dominati da un gran cavallo centrale. Pizzi viaggia tra onirico e memoria. Avvolge di lumi tintoretteschi le scene. L’allestimento diventa visione, poesia della storia, lasciando alla musica lo spazio per occuparla tutta e darle significato.
 
Muti può allora col gesto incisivo, fremente, fulmineo e dolce, dirigere una orchestra ottima, senza un minimo dubbio.
 
Si replica il 3 e il 5 a Roma, Teatro dell’Opera.
 
 

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