Attentato a Bangkok, uno spiraglio di soluzione?

Il primo arrestato per l'esplosione al tempio di Erawan si nascondeva nella periferia nord della capitale thailandese. Ha passaporto turco e farebbe parte di un commando che ha colpito, e intendeva colpire ancora, forse per vendetta contro il governo locale, "reo" di aver rimandato in Cina 109 musulmani Uighur che intendevano invece raggiungere la Turchia. Un approfondimento
Un uomo prega al tempio di Erawan a Bangkok

Mentre scrivevo questo articolo, le agenzie di stampa thailandesi e internazionali battevano la notizia dell'arresto di uno dei presunti responsabili dell'attentato che, due settimane fa, ha colpito al cuore la Thailandia. Il sospettato è stato fermato a Nong Chok, nella periferia nord di Bangkok, una comune periferia di una megalopoli di dieci milioni di persone, dove è facile scomparire in mezzo alla gente. La persona fermata è entrata in Thailandia sotto il nome di Adem Karadag, ha 28 anni e un passaporto turco: è stato arrestato perché in possesso di centinaia di passaporti turchi risultati falsi, di esplosivo e di migliaia di sfere simili a quelle utilizzate per la costruzione dell’ordigno che ha sconvolto la Thailandia (ed il mondo) il 17 agosto, esplodendo nei pressi del tempio di Erawan, nel centro di Bangkok.

 

L'arrestato era in possesso di parecchio materiale per preparare altre bombe, già pianificate. Immediatamente, l’ambasciata turca a Bangkok ha categoricamente smentito che si trattasse di un cittadino turco, ma la notizia aveva già fatto il giro del mondo. La settimana scorsa, in ambienti militari si parlava di una pista che portava al Medio Oriente, con il problema che si sarebbe creato nello svelare l’identità degli attentatori. In pratica, secondo gli investigatori, l'attentato non sarebbe l’opera di un solitario, ma di un vero commando composto da almeno tre turchi (tanti quanti i numeri di telefono con il ‘roaming’ internazionale erano nelle vicinanze della zona al momento dell’esplosione), e di un buon numero di thailandesi, in contatto con i tre numeri di telefono sopra citati.

 

Proprio grazie a queste tracce lasciate dai cellulari, la polizia, dopo un attento esame di tutti i numeri presenti nelle vicinanze del tempio Erawan, è riuscita a risalire ad un appartamento a Nong Chok, ben lontanto dal luogo dell’attentato: almeno 40 minuti di macchina. Dalle notizie emerse, sembra che i componenti del commando fossero arrivati nel Paese già dal gennaio di quest’anno, per poi stabilirsi definitivamente a Nong Choc in giugno. Indubbia la logistica preparata dai locali, che sono ricercati. Insomma, è una storia che si complica sempre di più col passare dei giorni; mentre la prima ipotesi formulata, che parlava di un attentato a sfondo politico, sembra allontanarsi definitivamente, mentre si fanno strada, tra le varie, altre due: la pista del traffico umano, di cui Bangkok sembra essere uno degli snodi più importanti della regione; e la terza teoria emersa subito nei primi giorni dell’attentato, di un’azione punitiva verso la Thailandia per la deportazione di 109 musulmani Uighur provenienti dalla Cina, che chiedevano d’essere mandati in Turchia, che aveva come obiettivo anche i cittadini cinesi che affollano la Thailandia.

 

Una deportazione, quella effettuata lo scorso luglio, che suscitò le proteste della Turchia. La deportazione venne filmata e diffusa dai media internazionali: 109 prigionieri incappucciati costretti a salire la scaletta dell’aereo che li riportava in Cina. La Thailandia non è nuova a questo problema: da anni i profughi Uighurs si rifugiano in Thailandia chiedendo d’essere deportati in Turchia. Il problema legale è che questi sono cittadini cinesi e la Cina richiede il loro rimpatrio anche per ragioni di sicurezza nazionale. Le proteste in Turchia per i 109 deportati furono così forti che fu decisa anche la chiusura momentanea della rappresentanza diplomatica in questo paese, fatto oggetto di pesanti manifestazioni.

 

Il gruppo musulmano Uighurs è considerato dalle autorità cinesi estremista, separatista e violento e legato ai gruppi internazionali terroristici. Perciò l’attacco in Thailandia era rivolto principalmente contro i turisti cinesi buddhisti che affollano ogni giorno il tempio Erawan, ma al tempo stesso intendeva colpire l’industria del turismo thailandese, che trova nel mercato cinese una della maggiori entrate per la sua economia. Dobbiamo anche ricordare, come già scritto, che il governo Thai del generale Prayut si è notevolmente avvicinato alla Cina nella delicatissima situazione internazionale, che vede protagonisti Stati Uniti e Cina nella disputa territoriale di alcune isole che controllano i più grossi giacimenti di petrolio della regione.

 

Bangkok, come ho accennato, rimane famosa anche per il traffico d’esseri umani: la gente arriva e ‘cambia’ passaporto per un nuovo paese. Il  governo militare attuale ha dato una forte stretta a tutto il crimine organizzato e questo l’attentato può essere stato anche una ritorsione della malavita internazionale. Molti esperti non esludono anche questa ipotesi, che però non sembra trovare riscontri significativi con i nuovi sviluppi.

 

Staremo a vedere. Intanto, la caccia ai complici dell’uomo arrestato si è notevolmente intensificata. La paura per nuovi attacchi (che speriamo non avvengano) si fa sempre più forte: fino a che non saranno assicurati alla giustizia tutti i componenti di questa pericolosa cellula terroristica, Bangkok rimane un obiettivo vulnerabile e facile. S’intensificano anche le iniziative di preghiera, d’incontro, di pace rivolte a creare e risanare la comunità. Si spera, si prega e si lavora in tal senso con il contributo di tutti.

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