Athos, un popolo di monaci

Ogni numero della rivista è arricchito da un reportage. Questo, di Guglielmo Boselli, del quale riportiamo l’inizio, è illustrato da bellissime fotografie di Peter Mulder. La grafica è di Danilo Zanzucchi.
Città Nuova
La Penisola Calcidica ha la forma di una mano, con tre dita adagiate sul Mare Egeo. La sua storia è ricca di avvenimenti e di leggende, dai racconti dell’antica Grecia, al naufragio di Serse, re dei persiani, al passaggio di Paolo, che fondò a Tessalonica una delle prime Chiese della cristianità, alle vicende dell’Impero bizantino. Ma ciò che la rende ancor oggi famosa è un tesoro spirituale che da un millennio conserva gelosamente tra le sue scogliere e le sue foreste: il Monte Athos, che i greci chiamano Aghios Oros, la montagna santa.

 

Già esso si preannuncia, con fascino misterioso, durante la “marcia d’avvicinamento” da Salonicco; il monte compare lontano, solenne e solitario, a dominare la scena con i suoi 2033 metri d’altezza e una larga corona di nubi intorno alla cima.

L’enorme piramide nasce dal mare, all’estremità di una lunga penisola protesa verso l’oriente, e collegata con un breve istmo alla terra. Intorno ai fianchi della montagna e per l’intera penisola si svolge una vita silenziosa e originale, unica al mondo: è popolata di monaci ortodossi, greci soprattutto e russi, e d’altri, in numero minore, che vengono dalla Turchia e dall’Egitto e dall’Oriente vicino. Ti passano accanto, assorti, con le grandi barbe e i capelli lunghi annodati sulla nuca, la tunica nera spesso sbiadita dall’usura e dalle intemperie, il capo sormontato dal caratteristico cilindro di panno; nell’accoglierti, nel camminare, nelle sfumature del loro comportamento c’è qualcosa di indefinibile che lascia sospesi: pare abbiano un’altra misura del tempo e delle cose. La loro vita si snoda, ogni giorno la stessa, attorno alle ore dell’ufficio divino. Non hanno, per tradizione di secoli, altri interessi che possano agitarli.

 

E l’isolamento è rafforzato e protetto dall’assoluta mancanza di strade: oltre alle tue gambe, lì non trovi che la barca a motore, che passa ogni giorno, e i muli che fanno la spola dai monasteri ai loro porticcioli, alle foreste. Il religioso addetto agli ospiti sta facendo bollire interi baccelli di grossi fagioli, che saranno oggi il piatto forte del nostro pranzo. Qui di carne, latticini, uova non se ne parla. Le verdure e i legumi, il pane nero e un po’ di vino resinato, e qualche volta il pesce, sono la base dell’alimentazione.

 

Entriamo nel monastero più famoso, la Grande Laura. Entro le poderose mura stanno tutt’intorno le celle dei religiosi, la biblioteca, il quartierino per gli ospiti: quasi un villaggio allineato ai margini del cortile – una piazza vera e propria – in mezzo al quale troneggiano i due edifici per la vita comune; il refettorio, a forma di grande croce, meravigliosa di affreschi e tavoli in marmo; la chiesa, ricchissima di icone, d’intarsi, di lampade, dove i monaci trascorrono buona parte del giorno e della notte.

 

La preghiera è tutto, per questi originali abitanti; anche il tempo libero dall’officio divino lo riempiono spesso pregando, secondo il precetto di san Paolo «occorre pregare sempre». Ripetono per centinaia e centinaia di volte durante la giornata, aiutandosi con una corona simile a quella del nostro rosario, una formula semplice, divenuta famosa: «Signore Gesù, figlio di Davide, salva me peccatore».

Guglielmo Boselli

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