Verrebbe facile usare la metafora calcistica, o comunque sportiva, per raccontare quanto è avvenuto nel corso dell’Assemblea Generale 2026 del Movimento dei Focolari, in quel di Castelgandolfo, in particolare nel momento della composizione della squadra chiamata a coadiuvare nel prossimo quinquennio la presidente rieletta Margaret Karram e il copresidente new entry Roberto Almada.
La rosa eletta – 20 componenti, 10 donne e altrettanti uomini, l’uguaglianza di genere è sempre stata prerogativa del Movimento – è parlante di per sé, per la sua varietà: geografica (dalla profonda Europa al Pakistan, dal Brasile al Camerun, dalla Colombia all’Olanda), di anagrafe (dai trentenni ai settantenni), di professione (dalla medicina all’informatica, dalla legge all’ingegneria, dalla contabilità al giornalismo), di esperienze culturali e associative.

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La metafora calcistica non riesce a dar conto delle relazioni, non solo gerarchiche ma anche e soprattutto spirituali, che reggono l’insieme della squadra. Credo che si debba ricorrere piuttosto alla rievocazione dell’alchimia di quegli “incontri nello Spirito” che ogni tanto emergono in ambito spirituale e diventano universali, come gli “ozi di Cassiciacum” che videro Agostino e i suoi amici conversare di Vangelo nella condivisione della mensa e dei cuori, o come il periodo vissuto a Montmartre da Ignazio di Loyola e dai suoi primi compagni, o ancora come il convenire della congrega eterogenea ma motivatissima dei primi compagni e delle prime compagne di Chiara Lubich (per restare nell’ambito dei Focolari), nelle Dolomiti di Primiero, nel periodo mistico per eccellenza del Movimento.
Ma potremmo pure pensare, con spirito laico, mutatis mutandis, alla riunione dei padri fondatori della fisica contemporanea nucleare in Canada, a Pughwash, o a certi conciliaboli di politici come quelli di Camaldoli, o, ancora, si potrebbe pensare alla Filarmonica di Berlino di Herbert von Karajan, un’orchestra riunita attorno a un genio della musica.
Questi gruppi avevano e hanno un fulcro centrale, cioè un’esperienza “carismatica” che spinge a capire che l’insieme è più della somma dei partecipanti. Così avviene, talvolta almeno, nelle tante assemblee sinodali nel mondo intero, o nelle infinite riunioni associative della galassia solidaristica, occasioni in cui il bene comune diventa più importante del tornaconto personale. Da posizioni diverse, talvolta diametralmente opposte, si giunge alla sinfonia d’intenti, che non è uniformità ma valorizzazione delle differenze composte in unità.
Belle parole? Forse. Ma sono parole che, nel contesto dell’Assemblea dei Focolari, assumono un senso, un profumo di verità. Perché la verità è anche relazionale. Perché i racconti del dramma ecologico delle isole del Pacifico si alternano a quelli dei libanesi sotto le bombe, le narrative della povertà nelle bidonville di Florianopolis seguono la ricerca di senso nella giungla dell’AI.
Nel corso dei lavori, tra l’altro, si è avuto il coraggio di affrontare la multiforme crisi attraversata dal Movimento – numerica, vocazionale, relazionale, anagrafica ed economica –, cercando di trasformarla in conversione dei cuori, del linguaggio, delle strutture. Senza cedere allo sconforto, in un’epoca in cui sembra che vinca solo la forza, troppo spesso bruta e brutale, e che la fragilità sia perdente su tutto il fronte.
E allora il miracolo avviene, la conversione “succede”, e le belle parole diventano parole belle, intinte nel Vangelo dell’unità, conforto nella bellicosità ambientale, giustizia possibile nell’ingiustizia manifesta. «Lo sguardo innovativo posto sull’origine del carisma al servizio dell’unità aborre l’immobilità», ammetteva un partecipante olandese, e «ci chiede di camminare insieme nel buio del tunnel, sapendo che la luce arriva», come diceva invece uno dei partecipanti, dall’India.
