Arte Spagnola

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Ci sono luoghi dove si sta naturalmente bene. A volte capita anche durante una rassegna d’arte. Questa, per esempio. Non solo perché i grandi autori presenti si chiamano Picasso, Mirò, Dalí: cioè alcune fra le voci più alte del “secolo breve”. E non solo perché decine di altri artisti attuali ci parlano dai loro lavori, indicando quanto fervido sia tuttora, e aperto al futuro, l’ambiente creativo spagnolo. C’è un’atmosfera, nella mostra, particolare: si sta bene perché tutto ciò che sentiamo, che occupa i nostri pensieri più profondi, i sogni le speranze e i drammi di un secolo che ci ha segnato – e ancora ci segna – sono qui, a portata di luce e di colore. È come se la vita dell’occidente, che è reale a noi più di quanto immaginiamo, ci venga illustrata attraverso un diario figurativo forte e spiazzante, ma necessario: ripercorrerla è “ripassare” fra le tracce di un’epoca e della nostra stessa vita. Non è un percorso privo di sofferenza. Ricorrente infatti è la tematica del “grido”. Già nel 1939 Julio González disegna immagini di morte sulla scia della guerra civile e della guerra mondiale – le chiama “grida” – come quella Cabéza de caballo (Testa di cavallo) del ’37 di Picasso: urlo cosmico della creatura, allucinata di fronte alla strage. L’urlo si riversa in una tela di grandi dimensioni di Antonio Saura, Grido n°7 (1959). Macchia informe e inutile a prima vista, in realtà esempio raro della “bellezza come dolore” così tipica dell’arte novecentesca. Per noi italiani, il richiamo a certe tenebre dell’Inferno dantesco è immediato. Il tema dell’onirico, sogno o allucinazione che sia: evasione nel surreale: bisogno d’infinito e fuga dal dolore? Entrambe, forse. Salvador Dalí nella Natura morta al chiaro di luna (Bodegòn al claro de luna, 1927) apre il sipario – con il senso teatrale così connaturato alla cultura spagnola – su una visione policromatica: dalla cupezza del mare e del cielo, la natura appare nei colori sgargianti dell’estate. Sogno, desiderio, apparizione ultraterrrena, come in un film di Buñuel? Nel De Somnis XIII di Pablo Palazuelo, anno 2000, il surreale diventa forma di colore blu e viola: meandri dell’animo, ma cosa nasconde in verità questo lavoro? È uno dei motivi di fascino dell’arte del ventesimo secolo: c’è sempre – anche quando non sembra – un “sotto” da scoprire, da intuire, una verità fuggevole da afferrare. Qui, cosa si può leggere? Ognuno è libero di ascoltare, perché questa è un’opera che attende di essere più che vista, “ascoltata”. Libertà e fantasia, dunque. La Spagna del colore e della ricerca si costella di appassionanti vie verso un nuovo tipo di bellezza. Se Gerardo Rueda nel ’65 dipinge su legno un Omaggio a Zurbarán n°II dove l’arte del grande secentista è condensata in una luminosità priva di figure, Blanca Munoz ricerca una musicalità infinita in Ondas (2000): un tubo in acciaio inossidabile dalle curve armoniche: arte come allusione, astrazione dalla forma per attimi di bellezza come visione intellettuale. Ma per chi vuole “vederla” questa bellezza, nel 2001 Dis Berlin inventa un Mediterraneo fosforescente nel suo Canti: immaginazione: un intero secolo viene reinterpretato con un colore abbagliante che introduce ad una bellezza “polifonica” di segni, immagini, luci. Sarà questa l’armonia che ci attende? Noi, è certo, fra il paesaggio vasto di forme e di linee, avvertiamo qualcosa di nuovo, che ci spinge a “cercare”. L’arte cammina, la musica continua. Per questo, qui, stiamo bene.

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