Arrivano i barbari?

Poco fuori del paese c’era il boschetto. Due rive che contornavano quello che una volta era stato un rigagnolo, con alberi, qualche gaggia, qualche betulla, qualche faggio, un vecchio castagno ormai andato, con la ruvida corteccia che copriva un tronco che non c’era quasi più. Nell’incavo di quel tronco, il tesoro di mio nonno: un falcetto, un coltello, fiammiferi, un po’ di sale raccolto in un pacchetto di carta da giornale, un pagliericcio di foglie secche. Sotto quegli alberi ho passato momenti indimenticabili. Si partiva dal paese e si raggiungeva il boschetto. Si tirava fuori il tesoro dal tronco. Mio nonno lavorava un po’ a tagliare l’erba delle rive con il falcetto. Poi ci si sedeva, si affettava un paio di pomodori dell’orto, portati in tasca, e li si insaporiva con un pizzico di sale del pacchetto, lui s’arrotolava una sigaretta di trinciato. Ci si sdraiava sul pagliericcio e iniziava a raccontare, con una incredibile maestria, le storie della guerra, quella del ’15- ’18, sempre le stesse. Che io non mi stancavo mai d’ascoltare. Sdraiati, in quel silenzio, con la campagna tutt’attorno e le montagne assorte poco più in là, le rondini che svolazzavano e solo qualche contadino in lontananza, quasi ci si assopiva, e si sentiva attraverso il letto di foglie secche il ritmo del cuore battere all’unisono con quello della terra di sotto. Poi si tornava a casa: sosta al bar per il quartino di vino, per lui, e il chinotto per me. Un tempo che s’e n’è andato. In una manciata di anni quel mondo è quasi scomparso: oggi si parla a finestre nella lingua del geniale signor Gates, l’universale Windows; le note degli ottoni delle bande, i legni dell’orchestra che si gonfiano e le corde che impazziscono nella Nona sinfonia si mescolano ai più urgenti ritmi delle canzoni moderne, dentro la magica scatoletta dell’iPod; se cerchi un commento a una rima di Dante o la ricetta dei carciofi alla giudia, il meccanismo è sempre lo stesso: clicchi sull’oceano di sapere strutturato dai collegamenti ipertestuali, i link, di Page e Brin, l’onniscente Google; se discuti con qualcuno, beh, il giudice Wikipedia è sempre a portata di mano, se dici una stupidaggine non la passi più liscia; parli in email con il collega della stanza accanto, e racconti i tuoi affari più intimi chattando con una sconosciuta, protetto dall’esile maschera del nickname, il tuo soprannome in Rete. È un mondo che s’è affacciato con prepotenza in pochi anni, e che ha cambiato il modo di vivere. Sono arrivati i barbari? Fu un autentico shock, per quelli dell’Impero romano, quando videro sgretolarsi il loro mondo, così potente, così perfetto: era per loro inconcepibile un ordine al di fuori di quello che Roma aveva creato. Molti pensarono che la fine del mondo fosse giunta. Fino ad allora li avevano presi in giro, i barbari. In modo dispregiativo li chiamavano con la stessa parola onomatopeica con cui gli antichi greci indicavano gli stranieri, barbaros, cioè i balbuzienti, quelli che parlano gracchiando soltanto un incomprensibile bar-bar. Da allora, la paura dei barbari è rimasta nell’inconscio collettivo come uno spettro, a volte impalpabile, ma quanto mai terrificante. Nelle epoche di grandi mutazioni, ci si guarda ancora attorno con ansia irrazionale per vedere se novelli emuli di Attila e compagni stanno cavalcando attraverso le praterie. Per invaderci e distruggere. A sentire tutti – scrive il torinese Alessandro Baricco – nell’aria c’è un’incomprensibile apocalisse imminente; e, ovunque, questa voce che corre: stanno arrivando i barbari. Vedo menti raffinate scrutare l’arrivo dell’invasione con gli occhi fissi nell’orizzonte della televisione. Professori capaci, dalle loro cattedre, misurano nei silenzi dei loro allievi le rovine che si è lasciato dietro il passaggio di un’orda che, in effetti, nessuno però è riuscito a vedere. E intorno a quel che si scrive o immagina aleggia lo sguardo smarrito di esegeti che, sgomenti, raccontano una terra saccheggiata da predatori senza cultura né storia. Baricco è autore d’un libro, I barbari, in cui con il suo solito stile – tra il ricercato piacione e l’intellettuale pigro, non senza punte di brillante genialità – tratta un tema sicuramente molto scottante. La mutazione appunto, che ci sta tutt’attorno. Fa alcuni esempi Baricco, di quelli che ama fare lui: svolazza su Beethoven e sugli inventori di Google; parla di vino californiano che soppianta quello dei maestri del vino, cresciuti sulla stessa collina da generazioni, che vanno a dormire con l’odore del mosto e che non hanno mai visto l’acqua sulla tavola. Pontifica sui campi di calcio: è evidentemente una società di barbari quella in cui il miglior giocatore del mondo, Baggio, se ne sta in panchina! Si sofferma sulle librerie, dove la spettacolarità e il virtuosismo fine a sé stesso irrompono ormai come valori supremi, e sulla loro superficie una presunta cultura si muove con disinvoltura – come un surf sulle onde -, dimentica degli immensi tesori delle profondità marine (da tutto ciò non è certo immune il nostro autore, eccezion fatta per il suo libretto Novecento). Ovviamente il problema è molto più articolato, più drammatico di quello che tratta Baricco. Ma i suoi affondi sono validi. Uno: la mutazione è dolorosa. E la paura generata da questo dolore porta molte persone a rinchiudersi in sé stesse, alzando muraglie contro l’invisibile barbaro di cui si teme l’arrivo. La nostra geografia conta diversi muri per nulla metaforici di cui sono rimaste tracce: la Grande muraglia cinese, il Vallo d’Adriano, il muro di Berlino. Altri muri si stanno alzando. Ci si appiglia alla sicurezza d’un confine tracciato da una barriera di mattoni, pietre o cemento: che a volte è indispensabile, ma di cui la storia, a lungo termine, ha sempre dimostrato l’inutilità. Ci si aggrappa alle invisibili ma potentissime muraglie della nostalgia, rimpiangendo un mondo passato perfetto, che quasi certamente perfetto non lo è mai stato, se si vuole essere sinceri. Due: il mondo che viene dal barbaro è un mondo inferiore, un mondo senza anima. Quando si è sommersi dai maremoti delle mutazioni, si ha la sensazione di perdere l’anima: di ritrovarsi ad annaspare in un ambiente nuovo che ha smarrito la dimensione spirituale costruita nel tempo con certosina pazienza e a costo di enormi sacrifici. L’immagine terrificante delle invasioni barbariche, fa spesso dimenticare come andarono le cose, allora, nella storia. Intanto, ad onor del vero, i popoli che irruppero nei confini dell’Impero romano dilagando al suo interno, accelerarono uno sfaldamento politico e sociale che era in atto già da tempo. Insomma, tutto non era poi così perfetto. Inoltre, il tramonto della civiltà romana portò inevitabilmente ad una grande sfida: alla necessità di inventare una convivenza con i popoli che erano saliti con prepotenza e aggressività alla ribalta della storia. Un’impresa difficile, tenuto conto del grande divario che separava le due parti, ma che riuscì. E diede vita alla grande civiltà dell’Europa cristiana medievale. Sebbene oggi, i barbari, a volte siano meno visibili, più difficilmente individuabili, la sfida di allora, diventa anche la sfida dei giorni nostri. Inutile nascondersi.

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