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Cultura > Arte e Spettacolo

Armodio, entità incombenti

di Mario Dal Bello

- Fonte: Città Nuova

Nel Chiostro del Bramante, a Roma, una rassegna sul pittore piacentino, classe 1938, fino al 31 luglio

armodio

All’anagrafe, Armodio si chiama Vilmore Schenardi, ma chi lo conosce sotto questo nome? Nessuno. Ora, quest’uomo timido e schivo, che non ama le interviste e i riflettori, è uno dei massimi pittori italiani viventi a livello internazionale. Produce poco, a differenza di altri colleghi esibizionisti e mondani. Alcuni quadri vengono realizzati durante un intero anno, lavorando a ciascuna opera per più di un mese: le sue opere sono duemila in tutto, in tanti anni di carriera. Come Giorgio Morandi, artista che da piccolo lo attrasse fortemente. E a cui somiglia, in certo modo.

 

Armodio dipinge a tempera su tavola, come i maestri antichi, non ad olio, perché ama la pittura trasparente, luminosa all’interno tanto da diventare poi candida all’esterno.

 

La sua infatti è la pittura della luce. Le cose che egli tratta sono oggetti, pensieri, ghirigori, tratteggiati a pennellate finissime, delicate, infarcite di luce. Come un moderno Chardin dà vita alle cose umili, a quelle che “non sono” o non avrebbero diritto di esistere in pittura.

 

Sono rimasto incantato di fronte a La porzione, del 2010, una tempera di 60 x 50 cm. Uno spicchio di pera reso come una icona candida della vita e della fragranza. Sopra la tovaglia lucida, dalle scarse pieghe inarcate agli angoli, essa sta come una scultura di marmo. Eterna. Solenne come le bottiglie di Morandi, il cesto di frutta del Caravaggio, il piatto di fagioli del Carracci, il vaso di fiori di un Renoir. Ma in più si presenta con una carica metafisica che la rende simbolo di un presenza ultraterrena, così che lo spicchio del frutto è quasi una immagine divina, una “persona parlante”. Lo intuì a suo tempo Balthus quando disse che il più grande pittore italiano oggi era Armodio.

 

Val la pena entrare al pianterreno dell’armonioso chiostro bramantesco e fermarsi davanti alle tavole, lasciandovisi penetrare da ciascuna, come in un viaggio dentro sentieri luminosi. Ci si sente, grazie a quest’artista umile e taciturno, da un’altra apre. Dove si sta bene.

(catalogo Giorgio Mondadori).

Riproduzione riservata ©

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