Armenia. Diaspora e ospitalità

Vengo dal Nord, dalla Georgia. Ecco Spitak, cittadina rasa al suolo dal terremoto del 1988: era sopravvissuto solo un terzo della popolazione. Noi italiani avevamo concentrato qui i nostri sforzi umanitari. C’è poca gente per le strade, anzi pochissima, e il traffico è scarso. Da qui si punta decisamente a Sud, verso Yerevan, costeggiando il Monte Aragats, il Piccolo Ararat, che coi suoi 4090 metri è una presenza consolante per gli armeni, dopo che il Grande Ararat è passato ai turchi. Lo spettacolo naturale è affascinante. Si sale a 2594 metri per poi scendere immersi nel verde punteggia to dalle macchie chiare delle greggi, dei tetti di qualche grumo di case, delle pozze d’acqua. Perché così poca gente? di che vivrà? solo di pecore e capre? perché non c’è turismo? Ohanavan è un paesello reso inguardabile dai tubi del gas alla sovietica, cioè a vista. Qui si ammira un monastero raggiungibile attraversando un abitato di casette che sembrano vuote. Tante lo sono sul serio. Poco oltre, la discesa nella civiltà globalizzata. D’improvviso un altro mondo: Yerevan, la capitale, che si presenta con anonimi palazzoni periferici. Qui è concentrata più della metà degli armeni che vivono nella madre patria. Piccoli pullman scivolano via come formiche nel traffico caotico. Poi i quartieri buoni e l’immensità degli spazi creati ex novo. Nei lunghi viali alberati i bar fanno fortuna. Il Monte Ararat si cela alla vista, avvolto in una foschia lattiginosa. E troppi monumenti ricordano l’era sovietica. Ferraglia Era stato suggestivo il percorso lungo il fiume Debed, incassato in gole profonde. Ma la qualità della vita, varcata la frontiera, non sembrava cambiata. Semmai aumentavano il degrado, i cadaveri di officine, le casematte militari in disuso, le case senza abitanti, i carretti a trazione animale. Alla fine ho contato un centinaio di chilometri di fabbriche abbandonate dopo l’era sovietica. Ovunque, spolpate dei pezzi più pregiati dalla corsa all’accaparramento, alla privatizzazione di fatto dei beni pubblici. Come a Vanadzor, posizione naturale superba, circa 200 mila abitanti dichiarati, la metà reali, già centro di produzione di colla vinilica. Ora è un immenso cimitero di ferraglia, un superbo spettacolo post-comunista e post-moderno. Risultato: la popolazione intraprendente se n’è andata. Mi dice un uomo d’affari italiano, Antonio Montaldo, console onorario d’Italia a Gyumri, da una vita in Armenia, per la quale ha fatto molto con le sue Ong: Le radici di questa situazione stanno ovviamente nel crollo dell’Urss. Hanno privatizzato male, svendendo quel poco o molto che aveva valore, come gli altiforni passati all’Iran, che al di là della frontiera ha aperto un enorme polo industriale. Logica conseguenza: la corruzione, grande o piccola, è dilagata, come ammettono le stesse autorità, la forbice tra ricchi e poveri si è allargata e non si è formato un vero ceto medio. I poveri sopravvivono coi proventi delle Ong e degli organismi internazionali che spesso gonfiano le valutazioni sulla reale entità dei bisogni per interesse proprio… Conferma a queste parole mi viene dal governatore della Banca centrale d’Armenia, Tigran Sargsyan: La corruzione è il nostro problema più grave. Tutti vogliono stare bene, qui e ora, ma serve un’autorità forte e onesta per permettere lo sviluppo di un Paese senza corruzione. Fatto positivo, il Consiglio supremo ha stabilito che le finanze dei partiti siano monitorate da Ong straniere. La speranza di tanti sembra essere stata seppellita il 27 ottobre 1999, con l’eccidio avvenuto in Parlamento, un regolamento di conti che ha fatto fuori tra gli altri il premier Vazgen Sarkisyan, il cui ultimo discorso era stato un attacco contro la corruzione. Essa inquina anche la dimensione etica dell’esistenza. Il tessuto sociale si è slabbrato – mi spiega un giornalista, un cristiano convinto -. Ad esempio, tanti armeni a Mosca si risposano senza sciogliere i legami in patria. Risultato: il Paese è sempre più composto da donne vedove o separate. Noi armeni siamo emotivi, come testimoniano i matrimoni che ormai durano pochi mesi, il crescente numero di aborti e la scarsa coscienza deontologica . Ne sono stato testimone al Nord: un uomo, guardiano di un monastero, mi ha offerto per due soldi un pezzo di affresco e… la figlia minorenne. Nazionalismo Altra conseguenza dell’eredità sovietica è il nazionalismo che unisce un panorama politico per il resto frammentato. In un caffè in Piazza della Repubblica, la vetrina di Yerevan, incontro un giovane deputato, medico, membro del Partito repubblicano da sempre al potere, raggruppamento conservatore filo-occidentale, che ha come modelli la Cdu tedesca e il Ppe: famiglia, vita, fede, liberismo. Armen Ashotyan, sembra che qui non ci sia chiara distinzione tra destra e sinistra… È vero – mi risponde -, perché l’Armenia è in transizione dalla dittatura alla democrazia. Abbiamo 75 partiti, il che crea un anomalo conflitto di interessi senza posizioni politiche definite. C’è poi il problema dei centri di potere della diaspora: tanti politici provengono dall’estero. La democrazia fatica a trovare le sue regole condivise. Ciò si riflette nella politica estera e in certa ambizione tipica dell’armenità: Le nazioni confinanti non hanno gli stessi nostri standard democratici, né lo stesso grado di civiltà. Ma se lo volessero potrebbero isolare il nostro Paese: ad Est c’è l’Azerbaijan, col quale siamo ancora in stato di guerra per il Nagorno-Karabakh, mentre a Ovest le frontiere con la Turchia sono chiuse per via del genocidio da loro non ancora ammesso. Per cui siamo obbligati a mantenere aperti tutti i canali possibili. Con l’Iran abbiamo forti importazioni di gas, programmi energetico, ferroviario e viario comune. E così con la Georgia. Come poi dimenticare che un milione di armeni abita negli Stati Uniti, e due in Russia? Dobbiamo tener conto di questi Paesi per difendere la nostra identità. Il sistema politico armeno appare bloccato. Ci vorrebbe una scossa – s’infervora Aram Ahonyan, un giovane ingegnere appena entrato in politica -, perché la situazione economica è precaria, a dispetto della forza della moneta e della crescita dell’edilizia a Yerevan. Fumo negli occhi: un milione di persone dal 1991 ha lasciato il Paese, e mezzo milione ha lasciato le campagne per la capitale. Una piccola speranza per la politica armena è nata nelle ultime elezioni. Un partito nuovo, Eredità, ha superato la soglia di sbarramento del 6 per cento. Al loro capo c’è Raffi K. Hovannisian, un uomo che pare fare sul serio. La sede del partito è la palazzina di un centro studi, l’Acnis, organizzato ed efficiente. È l’unico partito con un suo centro studi. Hovannisian mi racconta del Watergate armeno: Dal 2005 abbiamo avviato delle battaglie civili incontrando crescenti opposizioni. Invitato in Ucraina, sono stato trattenuto in aeroporto per ore in stato di arresto, per l’accusa di portare all’esterno informazioni segrete di Stato. Puro stile Kgb! E mentre ero in Ucraina siamo stati sfrattati illegalmente dalla nostra sede, i computer sono stati ispezionati ed è stata rubata la lista segreta dei candidati alle elezioni: tutti loro hanno ricevuto minacce e perquisizioni. Quali sono i vostri valori? Siamo un partito nazionalista liberale. Siamo convinti che libertà e patriottismo stiano bene assieme. Siamo liberali in tutti i campi: in economia, nella cultura, nei diritti umani. Dobbiamo prendere a modello l’Unione europea; la nostra legislazione dovrebbe essere indirizzata verso la perfetta compatibilità con il corpus legislativo europeo. Dobbiamo avere relazioni paritarie con l’Occidente, per smarcarci dalla sudditanza dalla Russia. Valori Parlando di valori, bisogna parlare della Chiesa armeno-apostolica, ortodossa e autocefala di antichissima origine. Nessuno dubita della fede di un popolo che già nel 301, per opera di Gregorio l’Illuminatore, abbracciò la fede cristiana. Scelsero la croce come simbolo della nazione, al punto da immedesimarsi con essa nelle tragedie del genocidio perpetrato dai turchi (un milione e mezzo di morti) e di quella quantitativamente meno importante (300 mila vittime) ma altrettanto cruenta della Seconda guerra mondiale. Ciò è evidente in modo speciale a Etchmiadzin, centro spirituale di un popolo, dove vive il katholìkos, il capo della Chiesa armeno-apostolica. Padre Vasken Nanyan è il rettore del seminario. Giovane e alla moda, è deciso e accogliente. Ha studiato alla Gregoriana. Nel seminario da lui diretto studiano 135 giovani e 80 nella sede di Sevan. Il numero dei sacerdoti in Armenia è molto basso, circa 300. Siamo aperti dal 1945 – mi spiega -, grazie all’intervento del katholikos presso Stalin, che accettò di riaprire il seminario anche se i candidati dovevano essere sottoposti al controllo del Kgb. Si è resistito così fino al 1991. Eroismi non dimenticati, ma senza che ad essi si sia sostituita una messe abbondante: La gente è caduta nel vacuum – continua padre Vazgen -. Prenda il mio villaggio vicino ad Ashtarak: durante il comunismo la chiesa restava sempre chiusa di giorno, ma la notte i cristiani vi si recavano, stando attenti a non accendere le candele per non farsi scorgere. Ora la chiesa è stata riaperta e restaurata, ma la gente non ci va più. La nostra Chiesa non era pronta a rispondere alle esigenze della gente. Il divario è grande, stiamo riempiendolo. C’è una fede fatta di inerzia, con poco contenuto. Ora il katholìkos Karekin II ha ottenuto che la storia della Chiesa venga insegnata nelle scuole: Non si può conoscere la storia del Paese prescindendo dalla Chiesa. Si vedono già gli effetti positivi: sono i giovani che spingono genitori e nonni nelle chiese. Come sono i rapporti tra Chiesa armeno-apostolica e potere politico? Un mondo politico intollerante nei confronti della fede non sarebbe mai accettato dal popolo armeno. Ora è stato approvato un concordato. Ma anche nel mondo politico i veri cristiani sono una minoranza. Che i rapporti tra Chiesa e Stato siano buoni, lo confermano i miei interlocutori politici. Siamo uno Stato laico – mi dice l’on. Ashotyan -. Chiesa e Stato non interferiscono nelle loro azioni; ma la Chiesa armeno-apostolica è Chiesa nazionale e riceve aiuti pubblici. E il governatore della Banca centrale: Non esiste Armenia senza quella Chiesa che per secoli ha preso il posto dello Stato nel tenere assieme il popolo, baluardo per educazione, giustizia, e sicurezza. Croci di pietra In una via del centro di Yerevan vengo attirato da un forte disequilibrio: in un lato della strada stanno crescendo anonimi palazzoni da venti piani, mentre dall’altro lato ci sono ancora case ad uno o due livelli, del XIX secolo, belle nella loro modestia consunta. Una di esse è già in demolizione, e le altre paiono condannate. In un breve spazio tra due abitazioni, scorgo un paio di khatchkar nuovi di zecca: sono le tipiche croci armene a bassorilievo che si trovano un po’ ovunque. Cerco lo scultore, lo trovo nella sua casetta dietro il laboratorio. Mi accoglie come un amico, anche se sono sconosciuto. Ha un volto da attore cinematografico, Varazdat Hambartzumyan: Ci facciamo la guerra, con turchi e azeri. Ma talvolta non ci ricordiamo più nemmeno i motivi che le hanno scatenate. Ah Babilonia, Babilonia!, esclama. Mi mostra un pacco di foto gualcite che documentano la sua produzione. Questo khatchkar l’ho scolpito per Tonino Guerra, mi fa. Gli chiedo perché scolpisca croci: Perché è la tradizione del nostro popolo, perché di croci ce ne sono tante nella vita che bisogna cercare, almeno, di renderle più belle. Sic et simpliciter. Varazdat Hambartzumyan è il simbolo di una civiltà che stenta a ritrovarsi tra tradizione e innovazione. L’Armenia ha tanti problemi, è innegabile, ma è anche meravigliosa non solo per la sua ricchezza naturale e culturale, ma soprattutto per la sua gente. L’ospitalità è ancora virtù suprema, è un modo di essere della gente a cui piace celebrare qualsiasi cosa per stare assieme. In particolare la nazione è sostenuta dalle donne che lavorano per quattro senza mai lamentarsi. Gli armeni sanno ammaliare chi li incontra, come è accaduto al sottoscritto. Un posto lento, è l’Armenia, un luogo dove si sa perdere tempo con l’altro. Dove si potrebbe vivere bene. ARMINYIA Scriveva Byron: Non c’è altra terra al mondo così ricca di meraviglie come quella degli armeni. I nomi di Arminyia e di Armina sono presenti in una tavoletta cuneiforme dell’epoca del re Dario I (522-486 a.C.). È di poco successiva la prima mappa babilonese del mondo conosciuto che riporta il nome Armenia. È una terra di passaggio, occupata da persiani, romani, greci, mongoli, bizantini, turchi selgiuchidi e ottomani, per finire coi russi. L’indipendenza è stata raggiunta e mantenuta per brevi periodi. Nel 1991 è stata proclamata la Repubblica armena attuale. Due milioni o poco più di armeni vivono in patria e otto-dieci nella diaspora. L’attuale Paese misura circa 30 mila chilometri quadrati, quasi tutti montagnosi, e senza sbocchi al mare. Non si può parlare degli armeni senza ricordare le enormi sofferenze patite da questo popolo, in particolare il genocidio dell’inizio del XX secolo ad opera dei turchi, che fece un milione e mezzo di vittime. Ma già prima, come per il popolo ebreo, era cominciata l’infinita diaspora che ha sparpagliato milioni di armeni in almeno 70 Paesi dei cinque continenti. DRAM E DRAMMI Intervista col governatore della Banca Centrale, Tigran Sargsyan. Centrale, Tigran Sargsyan. Gli armeni con la valigia crescono ancora di numero e influenzano la vita del Paese… Il popolo armeno è un organismo consolidato – mi dice il governatore della Banca centrale -. Se gli armeni che vivono negli Usa hanno dei problemi, anche l’Armenia ne ha. E viceversa. La diaspora ci aiuta e noi l’aiutiamo: i piani economici tengono sempre conto di essa, comunque. Come mai il dram, la moneta nazionale, è così forte? Da sei o sette anni stiamo conducendo una politica monetaria rigorosa, seguendo le indicazioni della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale. La crescita supera il 7 per cento, anche se va considerato che partivamo da un livello basso. Moneta forte ma disparità di sviluppo tra capitale e resto del Paese… La crescita economica nasce là dove è più conveniente. A Yerevan le condizioni sono buone. La crescita, poi, segue il degrado provocato dal potere sovietico. Ora pensiamo che sia giunto il momento di svilupparci anche fuori dalla capitale. Ma non basta affidarsi al libero mercato, serve un programma di sviluppo. Si tratta di ridurre la povertà: nel 2020, a questi livelli di crescita, scomparirà. L’economia aiuta la cultura? Il sistema economico va costruito e così quello culturale. La globalizzazione ci obbliga a svilupparci, ma tanti valori rischiano di sparire, dopo che li abbiamo salvati eroicamente. Ora che siamo indipendenti, abbiamo difficoltà a definire la nostra identità. Dobbiamo edificare uno Stato che sia veramente tale, che preservi i nostri valori. Tra Est ed Ovest siamo in bilico, ma siamo anche un ponte, perché siamo pregni di valori cristiani.

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