Ar-Men: un faro leggendario

Presso la costa bretone, da 141 anni sfida le tempeste del Mar Celtico. La sua storia appassionante rivive nel nuovo libro di una “cacciatrice di fari”
Il faro di Ar-Men, nell'Oceano Atlantico. Foto: Wikimedia commons/Jocelyn Caron https://es.wikipedia.org/wiki/Faro_de_Ar_Men#/media/Archivo:Phare_Ar-Men_2.JPG

«Non riesco a immaginare nessun edificio costruito dall’uomo più altruistico del faro. Essi sono stati costruiti solo per servire». Questo motto del celebre scrittore e drammaturgo irlandese George Bernard Shaw fa da introduzione a Ar-Men: un faro leggendario, ultimo lavoro di Susy Zappa, che ai fari di Bretagna ha dedicato altri due volumi pubblicati dalla stessa Editrice Il Frangente. Con esso l’autrice prosegue, lungo quelle coste di aspra bellezza, la sua scorribanda fatta di storie e leggende della cultura celtica, di pirati e corsari, ma anche di artisti e bohémiens attratti, come lei, dal fascino di queste sentinelle del mare. Vero capolavoro d’ingegneria, il faro di Ar-Men si erge isolato nel braccio di oceano Atlantico compreso tra l’Irlanda meridionale e l’Inghilterra sudoccidentale, sopra una roccia poco più larga della sua base. Ha una portata luminosa di 23 miglia ed emette tre lampi di luce bianca a distanza di 20 secondi (ogni faro differisce dagli altri per numero di lampi e intervalli di tempo). Ben quindici anni furono necessari per erigere la torre alta 60 metri scarsi, tra difficoltà infinite e a prezzo di vite umane.

Nel 1897, sedici anni dopo la sua inaugurazione, gli ingegneri furono costretti a rinforzarne la base con un massetto spesso 50 centimetri per 11,20 metri di altezza fino alla piattaforma. La spesa complessiva per l’impresa ciclopica superò il milione di franchi, una somma colossale per l’epoca. Mai era costato tanto realizzare un faro.

Da quando i fari sono telecomandati da terra (è il caso di Ar-Men), alcuni di essi, ridotti a monumenti storici sopravvivono grazie ad un turismo di élite che assicura, per chi se lo può permettere, un’esperienza insolita fuori dal tempo. E non cessano di ispirare racconti, vicende romantiche o noir. Quanto a Susy Zappa, preferisce narrare così com’è la storia di Ar-Men, già di per sé un’epopea infarcita di drammi marini e naufragi presso quel litorale bretone irto di rocce granitiche e di scogli diventati cimitero di relitti. Storia dalla sua fondazione fino ad oggi che, priva di presenze umane, la torre abbisogna nient’altro che di manutenzione periodica e di monitoraggio della sua capacità di resistenza alle forze della natura.

Al mestiere tutt’altro che idilliaco del farista, che richiedeva doti non comuni per resistere all’isolamento e alla monotonia di un regime di vita spartano, con l’unico diversivo delle tempeste e delle lettere dei familiari, l’autrice dedica ampio spazio, arrivando a immedesimarsi in questa figura dal fascino romantico. Come quando prova a descrivere cosa accadeva nella mente di chi, durante il suo servizio tra i ruggiti del Mar Celtico, stava attento alle vibrazioni della costruzione e a che la furia dei venti non scardinasse i vetri della lanterna:

«Un faro si erge sopra un abisso dove i tentacoli del vuoto infestano l’animo umano. All’interno le stanze sembrano abitate da ombre inquiete, sfuggevoli come i pensieri. Dalla balaustra il guardiano osserva con inquietudine cercando di riallacciare i rapporti con la natura caotica, alla ricerca del significato della vita, sopra un orizzonte rivolto all’ignoto, prima di rientrare e sprofondare nella solitudine del faro, dove la prima persona che incontra è sé stesso. […] Al faro il guardiano diventa apprendista scrittore per riordinare i pensieri che si affollano ogni giorno nella sua mente, […] fatica a trattenere le parole nel cassetto della memoria, così scrive fino a immedesimarsi nel faro stesso, con il quale vive in perfetta simbiosi».

E ancora: «Chissà cosa pensano i guardiani durante le tempeste invernali, quando il cielo si oscura improvvisamente e le onde schiaffeggiano la torre. Vivono una relazione privilegiata con il mare perché vedono cose che altri non vedranno mai, hanno superato la soglia della comunicabilità, per questo si barricano nel silenzio. Ormai il mare non incute più alcun timore, al contrario, il mondo li spaventa».

Tre, ad Ar-Men, erano i guardiani incaricati della sua manutenzione e del funzionamento della lanterna, che a rotazione si alternavano: due in servizio e uno a riposo nell’isola di Sein, distante cinque miglia. Unico contatto col resto del mondo, la nave appoggio che arrivava per il cambio della guardia, portando gli approvvigionamenti e la corrispondenza di famiglia.

Nota l’autrice: «Se la costruzione del faro era stata difficile, la gestione del faro lo sarebbe stata altrettanto. Per questo il lavoro di squadra è fondamentale: spesso lo stretto rapporto di coabitazione fa emergere tratti del carattere che nel tempo si rivelano di assoluta incompatibilità, ma c’è anche chi stringe saldi legami di amicizia. […] Spesso, quando un guardiano muore, il compagno deve dimostrare la sua estraneità alle circostanze dell’accaduto, poiché è risaputo che la convivenza in uno spazio così ristretto è causa di frequenti litigi. A volte la tensione è dovuta a una pentola non lavata, altre i guardiani si sottraggono reciprocamente carne, o vino; piccoli torti che con l’andare del tempo diventano difficili da sopportare. […] L’umore può peggiorare rapidamente soprattutto quando il faro è tagliato fuori dal mondo, come nel 1922, quando tre guardiani restano isolati per ottantanove giorni».

Non mancano tuttavia «casi di faristi che hanno convissuto a lungo senza troppe dispute e la stessa storia di Ar-Men narra di guardiani che hanno lasciato il loro faro dopo quarant’anni di servizio, anche se a volte le parole tra loro erano levigate fino alla trasparenza, fino a sentirle risuonare solo nella mente».

A partire dalla seconda metà dell’Ottocento la professionalizzazione del mestiere di guardiano del faro iniziò a includere anche le donne. Pioniera farista fu Marie-Perrine Durand, moglie del guardiano del faro di Triagoz, che anche da vedova continuò a ricoprire questo incarico ai fari di Rosédo e Paon fino alla morte nel 1933. Per incarico dello Stato, aveva insegnato la sua professione ad altre giovani donne, tra le quali sua figlia Aline. Testimone di un’epoca ormai al tramonto, l’ultima a ricoprire l’incarico al faro di Pontusval, nel Finistère, fu Marie-Paule Le Guen dopo 54 anni di servizio fino al 2003, anno in cui esso venne automatizzato.

Il libro di Susy Zappa è una vera miniera di conoscenze sui fari e il loro funzionamento, sulla vita dei guardiani e i loro racconti, in genere tramandati oralmente. A fine lettura, scorrendo le immagini dell’ormai familiare Ar-Men caparbiamente abbrancato al suo scoglio battuto dai marosi, è inevitabile chiedersi: resisterà alla prossima tempesta?

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