Appartenere ai due volti di un conflitto

L'esperienza di Donatella Rafanelli, una focolarina vissuta in Russia e trasferitasi in Ucraina, che ha lasciato poi Kiyv a causa della guerra. Ora risiede a Mukachevo e cerca di aiutare le persone che hanno bisogno
conflitto
AP Photo/Alexei Alexandrov

Donatella Rafanelli è una focolarina vissuta in Russia e trasferitasi in Ucraina, ha lasciato poi Kiyv a causa del conflitto. Ora risiede a Mukachevo e cerca di aiutare le persone che hanno bisogno. Condivide qui una testimonianza di com’è cambiata la sua vita e racconta di come oggi avverte il contesto in cui vive.

 

Dove ti trovi precisamente?

Mi trovo in una regione dell’Ucraina che si chiama Transcarpazia, la più occidentale al confine con l’Ungheria. Mukachevo è la città in cui vivo, dove arrivano molte persone a portare aiuti perché c’è uno dei magazzini di smistamento della Caritas ucraina. Sono molto in contatto ad esempio con Ivano Milani, che sta aiutando la comunità.

 

Non hai sempre vissuto a Mukachevo però, anche tu sei una rifugiata. Mi puoi raccontare la tua esperienza?

Nel maggio 2019 si era aperto un unico focolare a Kyiv, dove mi sono trasferita, poi il 24 febbraio 2022 sono stata costretta a fuggire con le altre persone con cui vivevo. Per noi era chiaro che volevamo rimanere in Ucraina però, quando ci hanno chiamato le persone della comunità dicendoci di fare le valigie e andare a cercare un rifugio, non abbiamo esitato ad allontanarci dalla città. Infatti quella mattina del 24 febbraio i soldati russi stavano combattendo a soli 70 km di distanza, l’aeroporto era chiuso, non c’erano i biglietti dei treni. Il viaggio è stato un’avventura, resa possibile grazie a un sacerdote che ci ha poi accolto a Mukachevo.

 

Il 24 febbraio è ufficialmente iniziata la guerra in Ucraina. Voi siete fuggiti da Kyiv quella stessa mattina. La percezione che potesse scatenarsi un conflitto di questa portata era già forte?

Tutti parlavano di questa possibilità, però noi non ci aspettavamo che scoppiasse una guerra, non così. Ti dico ad esempio che a Kyiv nei giorni prima del 24 c’era un giornalista che mi ha telefonato. Abbiamo parlato del più e del meno, con la speranza di poterci poi conoscere di persona. Quello che racconto io è solo quello che vedo e sento, non sono né una storica né una giornalista, sono una maestra. Così gli chiesi quale fosse invece il suo pensiero, se credesse che i soldati russi sarebbero arrivati a Kyiv. Mi disse che il Donbass è lontano dall’Europa, che il conflitto probabilmente si sarebbe concentrato lì. Arrivare a Kyiv sarebbe stato troppo. 

 

Ti ritieni fortunata ad avere una comunità pronta ad accoglierti e ad avvisarti del pericolo?

Sì. È stato un rischio, anche sapendo a posteriori cosa è accaduto intorno a Kyiv… Sparano ai civili. Abbiamo conosciuto persone che sono venute via da lì, ospiti a casa nostra. Si sente il trauma e il dolore, sono successe cose tremende. Non riesco a capacitarmi. Un giorno è venuta una signora che ha raccontato di aver messo in macchina le sue figlie ed essere fuggita da un villaggio nelle vicinanze della capitale. Aveva premuto forte l’acceleratore pregando che, anche se avessero sparato, il piede fosse rimasto lì per portare le figlie in salvo, il più lontano possibile dall’orrore che stava avvenendo. Il giorno prima nello stesso villaggio aveva sentito di persone che come lei avevano provato ad uscire ma a cui avevano sparato. Dove mi trovo io ora ci sono le sirene ma non seguono i bombardamenti.

 

Qual è il tuo modo di informarti?

Leggo notizie sia ucraine che russe per capire, perchè c’è tanta propaganda e mi interessa conoscerla. Leggo anche qualcosa di italiano. Di recente mi ha colpito una notizia: il presidente Zelens’kjy ha detto che le prossime settimane saranno particolarmente difficili, l’esercito russo non indietreggia ma molti ucraini sono motivati a resistere. Nei luoghi non più occupati la vita riprende come può, però ad esempio nei pressi di Kyiv un trattore si è imbattuto in un ordigno esplosivo e il conducente è morto. Quando una zona viene liberata vengono spesso lasciate delle mine, anche nel mare abbiamo saputo. Principalmente però per informarmi ascolto i racconti delle persone.

 

Sei vissuta per molto tempo anche in Russia, che sensazione ti crea l’appartenere a due realtà diverse in lotta tra loro?

Sono arrivata in Ucraina nel 2019, dal 1995 invece, per 24 anni, ho vissuto in Russia. Io non sapevo nulla di questa nazione prima di abitarci, solo quello che si studia a scuola e quello che si sente dire. È stata un’esperienza molto importante, mi hanno accolto con tanto calore e affetto, lì è una parte della mia famiglia. Io comunque sono stata disposta a spostarmi quando è stato creato il focolare in Ucraina; ero felice, ma mi è costato anche tanto lasciare la Russia. Ho un grande amore per il popolo russo, questo però non significa che condivida la posizione del suo governo. Anche in ucraina comunque ho sentito una forte accoglienza, ad esempio mi ricordo che ero arrivata da poco e incontrai una signora che mi chiese se ero lì per vacanza. Le dissi che ci abitavo, anche se ero italiana. Lei mi rispose con gioia dandomi il benvenuto da parte di tutto il popolo ucraino. Ci sono tante domande però a cui non trovo risposta ma essendo cattolica penso che bisogna affidarsi come aveva fatto Gesù sulla croce, con tutte le ferite. Certo è che non si può rimanere nel dolore, quello che provo a fare io nel mio piccolo è ad esempio ascoltare le persone che arrivano, i rifugiati, e condividere le proprie tristezze. Insieme ad altre persone abbiamo aiutato tanti ad allontanarsi dai bombardamenti, anche a raggiungere paesi all’estero dove sono stati accolti dalle comunità del Movimento dei focolari. Tutto quello che faccio però sento che è una goccia, non in un oceano di mare ma di dolore.

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