Apocalittici e disintegrati

Siamo dalla parte di coloro che prendono la pandemia “con filosofia”, o al contrario di coloro che pretendono di farne un’occasione di riscatto collettivo e personale? Siamo tutti sulla stessa barca

Lo so che è rischioso dividere il mondo in due parti contrapposte. Tra nero e bianco c’è un’infinita gamma di grigi. E per giunta si rischia di mettersi d’ufficio dalla parte dei buoni nell’ennesimo manicheismo.

Lo so che in ognuno di noi alberga un Giano bifronte più o meno svelato a noi stessi; il mostro c’è, e spinge a comportamenti che dire ambigui è un eufemismo, spesso siamo nella più pura contraddizione.

Lo so, in ogni debolezza c’è una certa possibile rinascita, una forza. Aveva ragione san Paolo quando diceva che la sua forza stava nella debolezza.

Però, osservando la nostra società, la nostra città, la nostra via, i nostri vicini, ci accorgiamo che vi sono coloro che diremmo più attivi e altri più passivi. Vi sono coloro che combattono il Covid-19 aumentando la loro partecipazione all’agone civile o ecclesiale, e coloro che invece lottano col virus diminuendo la propria smania di far qualcosa.

È vero, tutti noi siamo stati obbligati a rivalutare le piccole cose – una passeggiata, un caffè con l’amico del cuore in un giardino a quattro metri di distanza, un barbecue in terrazza che in famiglia non facciamo da due anni, il piacere di una lettura inattesa −, ma nel contempo costatiamo che qualcuno si accontenta di queste amenità, e altri che invece le trasformano in un’imperiosa spinta «a rendermi utile», come mi dice una vicina impegnata in parrocchia. Che stigmatizza «quei giovani che se ne fanno beffe della propria responsabilità, non rispettando la necessaria distanziazione sociale, bevendo spritz e altri cocktail con amici e amiche nelle panchine della piazza». Forse ha ragione.

Guardo i conoscenti del mio giro, che in gran parte sono impegnati in associazionismi vari, anche politici. Le loro giornate sono occupate da zoom o simili, si inventano infiniti nuovi incontri “virtuali”, nuove riflessioni, nuove occasioni «per vincere il morbo del disimpegno, quando l’umanità sta colando a picco». Giusto, forse.

Più questi miei conoscenti “apocalittici” si scaldano, più osservo che gli “integrati” si raffreddano. Umberto Eco avrebbe di che riesumare questa sua divisione del mondo in due, e forse correggendola ai nuovi tempi del coronavirus. Da parte mia, essendo sfortunatamente ormai l’autore di Apocalittici e integrati in altri lidi, proporrei di aggiungere il prefisso “dis-” al secondo aggettivo del titolo. Non per affermare che gli integrati sono ormai “disintegrati” perché usciti dall’integrazione poco impegnata, ma per affermare che sono semplicemente saltati per aria, e che tutti ormai siamo perciò uniti nell’Apocalisse.

Siamo tutti – iperattivi come iperpassivi – sulla stessa bergogliana barca. Che lo vogliamo o no. Ognuno dà quello che può dare, gli estremi si toccano, l’iperattività tocca l’iperpassività. Siamo tutti disintegrati e apocalittici nello stesso tempo, a causa della «maledetta pandemia». Apocalittici? L’etimologia per taluni apparirà sorprendente: niente catastrofi o cataclismi, niente Apocalypse Now. Apocalisse vuol dire semplicemente rivelazione, svelamento, manifestazione. L’apocalisse del Covid-19 ci ha rivelato la nostra umanità dimenticata e, forse, la nostra vocazione al divino. Ciò val bene una “disintegrazione”!

p.s. Va bene, Eco identificava negli “apocalittici” gli intellettuali che esprimono un atteggiamento distaccato nei confronti della cultura di massa, e “integrati” coloro che invece ne usufruiscono ingenui e ottimisti. Ma a ben guardare la distinzione sopra proposta – tra iperattivi e iperpassivi – non è poi così distante da quella del semiologo.

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