Apocalisse nucleare, lo scandalo rimosso

La proposta di rimettere al centro del dibattito pubblico in Italia un pericolo imminente per l’esistenza della stessa umanità
1945 Hiroshima, AP Photo/Stanley Troutman, Pool, File)

Tra il 25 aprile e il 2 giugno 2021, feste laiche per eccellenza, 44 realtà del cattolicesimo italiano (dai movimenti alle associazioni di ogni tipo e storia, compresa l’unione dei teologi e delle teologhe) hanno lanciato un appello a favore dell’adesione del nostro Paese al Trattato internazionale che pone al bando le armi nucleari. Un sostegno alla Campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari (Ican), Nobel per la pace 2017, che il governo attuale, come quelli precedenti, e lo stesso Parlamento non hanno alcuna intenzione di accogliere per ragioni legate all’appartenenza del nostro Paese alla Nato. Argomento che non si può neanche sfiorare. D’altra parte, ha detto papa Francesco al movimento Pax Christi, a proposito della condanna delle armi nucleari («è immorale non solo l’uso ma anche il possesso»): «Io ho parlato, ma so che non sono ascoltato da tutti. Però la Chiesa non può tacere». Nel 2017 il papa ha fatto circolare con un breve commento (“i frutti della guerra”) la foto di un bambino in attesa di consegnare al forno crematorio il corpo del fratellino morto dopo il bombardamento statunitense della città di Nagasaki, in Giappone, nel 1945.

Bisogna dire che è abbastanza recente, nella Chiesa, una presa di posizione così chiara, dopo secoli di distinguo e ambiguità. Chi frequenta le parrocchie e le stesse associazioni firmatarie dell’appello al governo sa bene quanto questa urgenza sia, con qualche eccezione, lontana dalla formazione ordinaria. Quasi una conferma della recente analisi di Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, sull’irrilevanza progressiva della Chiesa all’interno della società: un fatto che allarma anche chi da ateo, come si definisce ad esempio Corrado Augias, avverte l’avanzare del vuoto di senso.

Eppure la questione nucleare, pur se rimossa dal dibattito pubblico, è la cifra del nostro tempo segnato da un prima e da un dopo la bomba atomica. Non per il numero dei morti causati dalle due esplosioni nucleari avvenute sulle città nipponiche. Ben più terrificanti furono i bombardamenti incendiari su Tokyo, così come quelli al fosforo sulla città tedesca di Dresda.

Come ha detto con grande lucidità il filosofo Günther Ander, «il 6 agosto 1945, giorno di Hiroshima, è cominciata un nuova era: siamo onnipotenti in modo negativo; ma potendo essere distrutti ad ogni momento, ciò significa anche che da quel giorno siamo totalmente impotenti. Indipendentemente dalla sua lunghezza e dalla sua durata, quest’epoca è l’ultima».

Nella narrazione comune si riduce il rischio dell’autodistruzione al pericolo scampato con la crisi dei missili russi a Cuba nel lontano 1962. E, in realtà, mai siamo stati così vicini alla fine come in questo tempo instabile. Lo ha detto con chiarezza l’allora presidente Obama a Praga nel 2009: «Un numero maggiore di nazioni è in possesso di queste armi nucleari. Le sperimentazioni continuano. Il mercato nero vende e compra segreti nucleari e i materiali per l’atomica abbondano. La tecnologia necessaria a costruire un’atomica si è diffusa. I terroristi sono decisi a comperarne, costruirne o rubarne una».

Da quel discorso la situazione è peggiorata per la strada senza uscita che sembrano aver preso i trattati esistenti sul disarmo nucleare progressivo e controllato, tanto da indurre gli Stati esclusi dal circolo esclusivo di quelli nucleari, a promuovere, presso l’Assemblea generale dell’Onu, un Trattato sottoscritto, in breve tempo, nel 2017 da 122 nazioni ed entrato in vigore il 22 gennaio 2021 per gli oltre 50 Paesi che lo hanno ratificato.

«Non c’è più tempo per scongiurare l’estinzione dell’umanità se non la messa al bando dell’arsenale nucleare». Il messaggio è chiaro, ma ignorato completamente, come confermano i piani di investimento in questo settore per migliaia di miliardi di dollari nei prossimi decenni. È esemplare la scelta del Regno Unito, appena staccatosi dalla Ue, di aumentare «da 180 a 260 il numero delle testate sui missili nucleari dislocati a bordo dei propri sottomarini a propulsione atomica», come avverte Carlo Trezza, diplomatico tra i maggiori esperti in materia.

Con la Gran Bretagna l’Italia condivide il programma dei bombardieri F35, attivi anche sul mar Baltico in funzione antirussa, tanto da aver promosso nel nostro spazio aereo, assieme all’aviazione britannica, statunitense ed israeliana, la prima esercitazione operativa (Falcon Strike) di tali velivoli, idonei al trasporto di ordigni nucleari come le decine di bombe B61 presenti in Italia nelle basi statunitensi di Ghedi (Brescia) e Aviano (Pordenone). La loro eliminazione è un primo obiettivo possibile secondo l’appello delle associazioni cattoliche. Alcune hanno organizzato, ad esempio, una veglia civica «per un 2 giugno festa di una Repubblica libera dalla guerra e dalle armi nucleari», in alcune città (Padova, Cuneo, Rimini, Brescia e Reggio Calabria) a partire da un’iniziativa nata a Scampia, noto quartiere di Napoli. «Nelle periferie si decide il destino del mondo», secondo l’intuizione di Primo Mazzolari, voce profetica contro la guerra e per lungo tempo isolato nella Chiesa italiana. Un percorso possibile da affrontare con realismo in un dialogo aperto sulle scelte di fondo del nostro Paese.

 

 

Il modello Eichmann i signori dell’Apocalisse

Far dipendere la propria sicurezza dalla bomba nucleare conferma l’intuizione di Thomas Merton (monaco e scrittore nato nel 1918 e morto in circostanze dubbie nel 1968) sulla «spaventosa vacuità della mentalità di massa, senza morale, senza identità, senza compassione, che rapidamente ritorna alla barbarie e alla superstizione cedendo all’idolatrica venerazione della macchina». Per il filosofo Günther Anders (1902-1992) la modernità segna il prevalere del modello Eichmann, il nazista genocida che contestò, fino alla fine, di non sentirsi in colpa per essersi limitato ad obbedire agli ordini come semplice rotella di un ingranaggio.

Ha salvato, invece, la nostra umanità il pilota texano Claude Eatherly (1918-1978), coinvolto nel lancio della bomba atomica, che non sopportò il peso di quella strage e che pertanto, in un mondo che reputa normale l’omicidio di massa, fu rinchiuso in un ospedale psichiatrico. Tornato da un viaggio a Hiroshima, Anders iniziò una corrispondenza con Eatherly dicendogli tra l’altro: non c’è alcun superstite «che voglia perseguitare una vite nell’ingranaggio di una macchina militare (ciò che Lei era, quando, a 26 anni, eseguì la Sua “missione”), ma Lei ha mostrato che, anche dopo essere stato adoperato come una vite, è rimasto, a differenza degli altri, un uomo».

È un errore, avverte Anders, «pensare che i “signori dell’apocalisse”, quelli che sono responsabili delle decisioni, grazie a posizioni di potere politico o militare comunque acquisite, siano più di noi all’altezza di queste esigenze schiaccianti, o che sappiano immaginare l’inaudito meglio di noi, semplici “morituri”; o anche solo che siano consapevoli di doverlo fare».

 

 

Nel mondo le testate nucleari poste in stato di ‘”massima allerta operativa” sono attualmente 1.800 su un totale dei quasi 14 mila (per il 93% appartenenti a Russia e Usa).

 

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