Antracite

Essere bambini in tempo di guerra.

Chissà da dove veniva la grossa stufa che troneggiava in fondo al corridoio, dove si aprivano le porte di tre stanze: letto, tinello e “saletta”. Da quel punto scaldava tutta la casa; il cucinino si scaldava da sé tanto era piccolo, mentre il bagno, pazienza, restava un po’ freddino.

Nelle case dei miei compagni un po’ più ricchi avevo visto i termosifoni che scaldano bene tutte le stanze e anche il bagno, ma erano inanimati e sembravano fisarmoniche che nessuno suonava; invece le nostra stufa era viva e mi faceva pensare ad un cagnolone perché, quando andava forte, faceva un rumore sommesso come un respiro o un brontolio.

Tutta di ghisa nera, la parte principale era una specie di pancia con uno sportello sul davanti, attraverso il quale si poteva vedere il carbone incandescente con una fiammella azzurra che guizzava, spariva, riappariva. Sopra la pancia c’era un cilindro tutto decorato di cromature e sormontato da un coperchio a forma di anfora. Era da lì che si versava il carbone ed era lì che, rimossa la tronfia e vanesia anfora, si poteva mettere a scaldare una più umile, ma molto più utile, pentola d’acqua.

La sera, quando il corridoio era buio, mi piaceva stare a guardare i giochi di luce rossa che la stufa faceva sui muri circostanti. Era un calore che non solo sentivo, ma che potevo anche vedere. La notte poi, quando stavo nel mio letto e le voci della casa diventavano sussurri, potevo sentire di tanto in tanto il carbone scendere dal cilindro producendo un rumore come di ciottoli.

La mattina le braci erano ancora lì, e bastava versare altro carbone perché la casa rimanesse calda per un’altra mezza giornata. Insomma: si accendeva la stufa all’arrivo dei primi freddi e la si spegneva alla fine dell’inverno.

Tutto ciò, però, succedeva prima della guerra, perché questo meraviglioso carbone che bruciava così bene, lentamente e con tanto calore, veniva dall’Inghilterra; ma la guerra scoppiò proprio contro l’Inghilterra, per cui… niente più carbone. E questo meraviglioso carbone si chiamava antracite.

 

Adesso papà, mentre caricava la stufa o armeggiava con l’attizzatoio nel tentativo di dare vigore alle braci, brontolava: «Ah! Quando c’era l’antracite! Allora sì che la stufa funzionava bene! La caricavi la sera e al mattino c’era ancora la brace… Con questo schifo di carbone tutto bagnato si fa solo fumo: non dura niente e non scalda… e costa lo stesso un sacco di soldi».

La povera stufa faceva quello che poteva, ma spesso non si sapeva cosa darle da mangiare, e così si ricorreva a mille espedienti.

Diventai un artista nel fare le palle di carta. La carta, si sa, brucia troppo in fretta e non scalda molto; allora la si mette a bagno per una notte e, quanto è ben macerata e spappolata, la si strizza e schiaccia formandone delle pallottole ben compresse. Poi si mettono ad asciugare e, quando sono secche, si cacciano nella stufa dove bruciano un po’ più lentamente: quasi come la legna.

La legna, poi, bisognava cercarsela. Si andava tra le macerie delle case bombardate e si raccoglievano pezzi di infissi, di porte, di travi bruciacchiate. Tutto si portava a casa: tutto serviva a tenere caldo. Anche la fatica del trasporto o il segare a mano i pezzi troppo grossi !

Un giorno, mentre mezzo intirizzito stavo sul balcone a spremere palle di carta, mi sentii chiamare dall’inequivocabile fischio di Aurelio. Era un fischio sottile, con la lingua tra i denti, un po’ come per chiamare un cane. Mi sarebbe piaciuto saperlo fare, era molto da grandi.

Mi voltai, mi tirai su aggrappandomi al parapetto con le mani viola e chiesi: «Che vuoi?».

Aurelio, dalla finestra di fronte rideva: «Ma cosa fai? Quello lì è un lavoro da donnette! Non servono le palle di carta».

«Lo so, ma è sempre meglio che niente. E poi chi vuoi che lo faccia? Con mia sorella facciamo i turni: ieri sono andato a prendere il latte e lei ha fatto le palle di carta, oggi che è andata lei a prendere il latte le faccio io; poi è sempre meglio che stare un’ora in fila a sentire i discorsi delle vecchie. La mia mamma non le fa perché ha i geloni e il mio papà perché… durano poco e non scaldano un piffero. Dice che ci vorrebbe il carbone, un certo carbone…».

«Ha ragione il tuo papà – confermò Aurelio –, ci vuole proprio quello; altro che palle di carta!».

«Sapere però dove trovarlo, il carbone!», dissi; e intanto mi guardavo le mani: se andava avanti così, i geloni sarebbero venuti anche a me!

«Allora, prendi una borsa, un sacco, quel che vuoi e vieni con noi allo scalo ferroviario. Questa sera noi andiamo proprio a “prendere” il carbone». Questa proposta mi mise in allarme: un po’ per quel “prendere” detto in quel modo e con quel sorrisetto, ma più ancora perché “noi” significava il gruppo dei monellacci e la mamma mi aveva sconsigliato vivamente di frequentarli e meno che mai di seguirli nelle loro scorribande fuori dal cortile del 111.

Vedendo la mia faccia perplessa, «Ho capito – brontolò Aurelio –, il figlio della maestra non si mette con noi; preferisce stare sul balcone a spremere stupide palle di carta! Ma pensa che bello se questa sera ti porti a casa una bella sporta di carbone!».

Questa, bisognava ammetterlo, era proprio una cosa da grandi. Lo scalo ferroviario non era lontano, ma era in ogni modo fuori dal 111, e sapevo bene che non avrei dovuto trovarmi lì; ma ormai ero in ballo e dovevo ballare, come dicevano gli eroi nei film di guerra.

 

Ed eccomi qua, in mezzo al commando dei monellacci, silenziosi e guardinghi come gatti che abbiano visto un piccione distratto, acquattati dietro un vagone abbandonato su un binario morto.

Il treno del carbone si disegnava nerissimo contro una striscia di cielo giallo che indugiava all’orizzonte in quel tramonto d’inverno. Tra poco sarebbe stata notte. Si udiva lo sbuffare lento e ritmico di una locomotiva ferma chissà dove. Il resto era silenzio. C’erano in verità altri rumori misteriosi e lontani; ma era silenzio lo stesso.

Eravamo fermi da un bel po’, e si incominciava a sentire l’umidità della terra. Non sapevo se avere più paura adesso o dopo, quando a casa sarebbe venuto a galla che avevo sfidato i divieti materni.

«Avanti!». Con il gesto del colonnello del 7° Cavalleria, Aurelio si lanciò in una breve corsetta fino ad un cassone di ferro arrugginito, probabilmente pieno d’acqua, a giudicare da come gocciolava: tutto attorno era fango: «Oddio! Le scarpe…», pensai. Adesso eravamo vicinissimi al treno.

«Zitti!». Ancora Aurelio. Ormai era chiaro: il comando della spedizione era suo. «Perché?», domandò qualcuno. «Perché c’è la sentinella».

Si vedevano soltanto gli stivali, ma era abbastanza. Tra le ruote, le catene e tutte le cose che pendono da un treno merci, passavano minacciosi gli stivali del tedesco. Arrivavano fino ad un certo punto, poi tornavano indietro. Adesso stavano andando più lontano, verso destra. Aurelio si alzò in piedi e, invece di dire «Filiamocela!», come speravo, disse: «Ora!».

Come un matto aveva raggiunto il treno, come un matto ci si era arrampicato, e come un matto si era messo a tirar giù manate di carbone.

Gli altri gli erano corsi dietro, ultimo io. Con tutta la fretta possibile cacciammo nelle borse quanto più carbone potevamo. Ad un tratto mi resi conto che la mia pesava terribilmente: come l’avrei trascinata a casa? E di corsa poi!

Pam! Pam! Due spari. E poi le voci concitate dei tedeschi. Si avvicinavano. Correvano verso di noi! Era troppo anche per uno che fa le cose da grandi. E finalmente Aurelio disse: «Filiamocela».

Via come lepri. Ciak ciak nel fango del cassone e giù, dietro il vagone abbandonato. Tremavo. «Dai, pivello, aveva la divisa grigia. Sono quelli con la divisa nera che sparano davvero! Quelli con la divisa grigia sparano in alto e soprattutto non ai bambini». Così disse Aurelio.

Tentai di dire che tremavo per il freddo e non per la paura, ma un’altra cosa mi premeva di capire: «Perché la divisa nera?».

«Perché quelli sono delle SS. E sparano anche ai bambini».

Aveva detto proprio così: “bambini”, e per due volte. Erano spariti i monelli, i monellacci e i figli della maestra: eravamo soltanto bambini. In certi momenti succede così. Era successo, per esempio, nel bombardamento del ‘43…

Fu una faticaccia boia trascinare quel borsone per la strada, rientrare al 111 evitando la signora Adalgisa e arrancare per tre piani. Ma, davanti alla porta di casa, ci volle tutto il coraggio possibile per decidermi ad aprirla.

Appena entrato, mi rotolarono addosso tutte le parole che avevo previsto e temuto: «Come ti sei conciato! Dove diavolo ti sei cacciato! Che roba è quella che hai lì?! Fa’ vedere! Sei ammattito! Potevi lasciarci la pelle! Con chi sei andato? Quante volte te lo devo dire! Vedrai quando torna papà!…».

Ecco: magari fosse finita lì, magari una bella sculacciata subito, e amen. Ma no, dovevo aspettare ancora il ritorno di papà.

E tornò. Non gli fu dato quasi il tempo di dire ciao. Gli venne fatto regolare rapporto elencando tutte le mie malefatte (tra l’altro non avevo fatto le palle di carta), e gli fu mostrato il corpo del reato: il borsone era lì in mezzo al corridoio, proprio davanti alla stufa.

Papà ascoltava in silenzio, lentamente appese il cappotto, il cappello, la sciarpa e ogni tanto mi lanciava occhiate severe, severissime. E taceva. Poi continuando a guardarmi si avvicinò alla borsa, sì chinò, l’aperse, aggrottò le sopracciglia e rimase un attimo a bocca aperta. Poi si volse lentamente verso di me. Mi sorrise!… E mormorò: «Antracite!».

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