Angeli e dintorni

Arrivano in tempo/Quando c’è più bisogno/Esperti in salvataggio/ Portano un messaggio/Buone notizie/Qualcuno ci ama/E non ci lascia andare/Per una strada diversa/Dalla nostra/La nostra/ Io li ho visti/Per ben due volte/In una chiesa/E in un treno/Non fosse per loro/Non sarei dove sono/Volto d’amico/Volto ignoto/Erano angeli/ Compresi dopo. Questi versi di Stefano Redaelli, un nome ormai noto ai nostri lettori, aprono il suo Arrivano in tempo, appena pubblicato da Città Nuova Ed. Un libro decisamente insolito, che alterna cronache, poesie, brani di epistolario riguardanti persone soccorse, protette, sostenute, salvate da angeli. Sembra – scrive in esso l’autore – che essi amino presentarsi sotto le forme più varie: un caro amico, una zia, uno sconosciuto, un cane, un cartellone pubblicitario. Raramente sfoggiano magnifiche ali piumate, ammesso che ce le abbiano. Immagino che lo facciano per discrezione. Sono così discreti che il più delle volte non ci accorgiamo neanche di loro, o meglio, non ci accorgiamo che sono loro …. È proprio il caso di queste storie, rigorosamente vere. Un angelo col cellulare Una notte lunghissima. Tutti a pregare, chiedendo il miracolo. Le ore che seguono un infarto sono le ore critiche. Ogni battito può essere l’ultimo; un passo verso il cielo o un altro passo sulla terra. Il cuore è un pendolo tra la vita e la morte. Il cuore, questa macchina meravigliosa. Quando uno dà la vita per la propria gente è considerato un po’ eroe e un po’ santo. Tutti lo amano, lo ricordano. Ma quando uno dà la vita per una patria, per un popolo che non è il suo, e lo fa in modo silenzioso, per vent’anni, è molto di più. È il portatore di una novità: amare la patria altrui come la propria. La fratellanza universale vissuta come una missione. Per questo non riuscivo a immaginarmi la Polonia senza Roberto, quando colto da improvviso malore si è steso sul pavimento e con il volto pallido ma disteso ha detto: Deve essere un infarto con collasso circolatorio acuto. E ha iniziato a morire. Nonostante i dolori fortissimi, comunicava a tutti una pace che si direbbe innaturale in un momento così tragico. Non ripeterò le sue parole che avevano la sacralità di un congedo. Parole di scusa, ringraziamento, offerta. Dirò solo che la morte non si improvvisa, ci vuole una vita per prepararsi. Roberto era pronto, noi un po’ meno. Pregavamo Maria perché lo mantenesse in vita. Dopo una mezz’ora infinita è arrivata l’ambulanza, gli hanno somministrato un farmaco e l’hanno portato via. Terapia intensiva. Adesso dipende tutto dall’effetto della medicina dicevano i medici. E dalle preghiere, pensavamo noi. Inizia la veglia. Avevo lasciato il cellulare acceso, nel caso di eventuali notizie dall’ospedale. Alle 2.45 il segnale di un sms mi desta dal dormiveglia. Leggo il messaggio e rimango senza parole: Vergine coraggiosa, ispiraci forza d’animo e fiducia in Dio, perché sappiamo superare tutti gli ostacoli che incontriamo nel compiere la nostra missione. Giovanni Paolo II. È mia zia a scrivermi dall’Italia, in piena notte, non avendo alcuna cognizione di quello che sta succedendo a 2.000 chilometri di distanza. Era stata una giornata dura, non riuscivo a prendere sonno e ho pensato a te, avrebbe spiegato in seguito. Rileggo il messaggio più volte, quasi nel dubbio che stia sognando. Ma non è un sogno. L’sms è lì, immutato. Scompongo e ricompongo la frase, parola per parola; porta un messaggio preciso. Roberto è nelle mani di una Madre, vergine, coraggiosa, che può guardare in faccia la morte e con un sorriso rimandarla indietro. La missione di Roberto non è finita; c’è solo un ostacolo, più grande degli altri, da superare. Mi è venuta la pelle d’oca. Sarei voluto andare a svegliare tutti per rassicurarli che non c’era niente da temere. Invece ho spento il telefono, recitato un’Ave Maria e mi sono addormentato, lasciandomi cullare da un pensiero buffo: a quanto pare, oggi gli angeli usano il cellulare. Due giorni dopo Roberto è uscito dalla terapia intensiva. Poi c’è stata la riabilitazione, l’intervento, la convalescenza, il recupero completo. In realtà, era già tutto scritto nelle parole del papa polacco ciò che sarebbe accaduto. Conservo gelosamente quest’sms. A volte lo rileggo ed è come se una minuscola finestrina si spalancasse sull’infinito. Fa una certa impressione pensare che dall’eternità, alle ore 2.45 del 16 giugno 2001, ci sia stato recapitato un messaggio. Il giro dell’anima Andiamo in pellegrinaggio. Andiamo a chiedere una grazia alla Madonna, a chiedere un miracolo, a chiedere scusa. Lourdes, Fatima, Czestochowa, Loreto… milioni di pellegrini, penitenti da ascoltare, sollevare, guarire, salvare. Un lavoro immenso, anche per la Madonna. Bisogna farsi aiutare da qualcuno, magari da un angelo. Alberto ha scelto di andare a Fatima per parlare con Maria. Ce una bella usanza lì, che ho visto anche in altri santuari mariani. Ci si mette in ginocchio e si fa un percorso simbolico. Quello di mettersi in ginocchio è un gesto dal significato evidente. Vuoi dire rimettersi al proprio posto, ristabilire le dovute proporzioni tra creatore e creatura, cielo e terra. Dopo anni di preghiere comodamente seduto, in Polonia ho rimparato a inginocchiarmi. È la posizione giusta, c’è poco da dire. Se in quella posizione, poi, ti metti in moto per percorrere un pezzo di strada, fare il giro di un quadro miracoloso, di una cappella, o del piazzale della Basilica, allora vuoi dire che hai qualcosa di grosso in cuore. Qualcosa da chiedere o da espiare, per la quale affronteresti ogni sacrificio. A Fatima non ci sono mai stato. Ho visto alcune foto. Non è un santuario immenso come quello di Lourdes, ma non è neanche una chiesina di paese. Il piazzale principale ricorda quello di San Pietro, proporzioni fatte. Ci entreranno migliaia di persone. Percorrerlo in ginocchio è un’impresa notevole che richiede fede, volontà e salute di ferro. Alberto ha deciso di provare. Inizia il suo giro. Se non l’avete mai fatto, provate ad andarvene in giro per casa in ginocchio; dopo poco sentirete un dolore lancinante alle ossa che vi impedirà di proseguire. Il dolore fisico è senz’altro parte di questo percorso espiativo. Eliminarlo non avrebbe senso. La domanda è se si è in grado di portare a termine il giro. Ci si può rovinare le ginocchia. Magari ti togli pure un peso dall’anima, ma a che prezzo? Alberto avanza lentamente, un ginocchio dietro l’altro. Si avvicina una signora, gli mette una mano sulla spalla e inizia a camminare accanto a lui. Non dice niente. Si limita a tenergli una mano sulla spalla. Neppure Alberto parla. Non vuole sapere chi è quella signora. L’importante è che lei è lì con lui. E lo accompagna. Alberto sente il suo sostegno, la sua fiducia. Una presenza. Quello di cui abbiamo a volte più bisogno. Non parole, ma presenza amorevole e silenziosa che solleva. Qualcuno che sappia starci accanto. Passa un tempo presumibilmente lungo, il tempo necessario per tornare al punto di partenza. Non sappiamo quanto sia durato nell’anima di Alberto. Perché il tempo, i tempi dell’anima sono diversi dal tempo cronologico. Un’eternità, un istante? Avrà ripercorso tutta la sua vita, giorno per giorno, scelta dopo scelta, sbaglio dopo sbaglio? Avrà enumerato in silenzio le ragioni della sua gratitudine a Dio? O nominato ad una ad una le sue colpe, chiedendo perdono? Non sappiamo cosa sia successo in quel tempo circolare di espiazione e ringraziamento. Sappiamo solo che alla fine del giro le ginocchia di Alberto sono rimaste illese. La signora è andata via in silenzio, scomparsa così com’era apparsa: dal nulla, dal tutto. Per alcuni istanti Alberto ha avuto la sensazione di sentire ancora la sua mano sulla spalla: un tocco dolcissimo. Poi ha sentito un’enorme leggerezza espandersi nelle fibre del suo corpo, rendendolo lieve, quasi immateriale. Avrebbe voluto gridare, avrebbe voluto piangere. Nessuno toglierà dalla testa di Alberto la convinzione che senza di lei non ce l’avrebbe fatta. Nessuno.

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