Andrà tutto bene, Ni

In tanti per ridare speranza ad un giovane cambogiano vittima di un grave incidente.
giovani
Bangkok, settembre 2010. Una telefonata mi annuncia che Jack è ricoverato in gravi condizioni per la caduta da un ponte. Dopo aver passato sette ore privo di conoscenza sull’erba, sotto la pioggia, i polmoni ne sono rimasti compromessi al 90 per cento, come pure i reni.

Per giorni, accanto al suo letto, sfilano vecchi e giovani, una folla di gente. E chi prega, chi porta da mangiare o da bere, chi consola i suoi genitori, chi gli dà il cambio. «Non siete parenti. Ma allora chi siete?», ci chiede qualcuno, stupito. «Amici…». Dopo due settimane, ormai fuori pericolo, Jack ci confida che distingueva le voci, sentiva le nostre mani che lo toccavano, dandogli calore e sicurezza.

Le attenzioni per il nostro amico si estendono pure agli altri ammalati del suo reparto: sconosciuti, ma pur sempre fratelli. In mezzo a gente che non conosce l’amore cristiano, questo fa impressione. Tra gli altri, un ragazzo con gli occhi bendati, le gambe immobilizzate, cannello al collo. Avrà 20 anni al massimo. E mai nessuno a trovarlo. Una scena struggente. Il primo giorno un amico venuto con me inizia a parlargli e a dargli da mangiare. Poi subentro io; il giorno dopo si fanno avanti la mamma di Jack e altri ancora.

 

La sua è una storia che tocca il cuore. Cambogiano, lavorava in una fabbrica di noci di cocco quando, in seguito ad un incidente d’auto (l’autista era drogato), ha perso la vista e s’è ritrovato con la spina dorsale fratturata ed altro ancora… Eppure Ni (questo il suo nome) emana pace, serenità. Con voce flebile, sussurra: «Quando mi toglieranno le bende, mi hanno detto che forse da un occhio potrò vedere: come lo vorrei!». «Sì, intanto ringrazia che sei vivo, Ni». «Ma chi sei tu?». «Un amico di Jack, il ragazzo appena arrivato». «Come sta? Ho sentito che è giovane come me. Ce la farà? Lui ha le gambe fratturate come me? Speriamo che recuperi bene…». Commuove questo suo interessarsi agli altri.

Giorno dopo giorno gli facciamo un po’ di compagnia, gli portiamo le pile per la radio, i dolcetti, qualche altra piccola cosa… Siamo gli unici a trovarlo. La sorella infatti, senza documenti, non può venire. Quanto ai genitori, scampati ai khmer rossi, vivono nella foresta. Infermiere e medici sono stupiti: perché ci occupiamo di questo cambogiano?

Quando veniamo a sapere che presto lascerà l’ospedale per ritornare alla sua fabbrica, ci chiediamo: com’è possibile nelle sue condizioni? Infatti un giorno non lo trovo più: sono venuti a prenderlo. Chiedo all’infermiera l’indirizzo della fabbrica. «Come mai gli volete così bene?». «Signorina, ma è un essere umano e non ha nessuno!». «È bello quello che fate… beh, non potrei, ma andate a cercarlo a questo indirizzo…».

 

Sulla strada verso il Sud del Paese, seguo le indicazioni date dalla presunta padrona della fabbrica, che dopo alcuni tentativi infruttuosi ha risposto al telefono. Fuori dalla statale, dopo alcuni chilometri mi trovo in mezzo ad un paesaggio abbastanza ambiguo: container fermi, pronti per essere caricati, nessuna insegna di ditte, birmani e uomini di altre nazionalità in giro: evidentemente una zona “franca”, lontano da occhi indiscreti.

Parcheggio in un piazzale, vicino a un gruppo di lavoratori denutriti e sporchi come in un film sulla rivoluzione industriale. Alcuni tra loro, dalle facce simpatiche, mi offrono una cassetta della frutta per sedia e m’aprono un cocco con un coltellaccio che mi potrebbe squartare da cima a fondo con un colpo: «Toh, bevi: è fresco e buono», fa uno. E un altro: «Ma allora tu esisti davvero». «Perché? Mica sono un fantasma». «Ni ha detto che aveva conosciuto degli stranieri in ospedale, ma non gli credevamo: uno come lui avere rapporto con dei bianchi? E perché sei venuto a cercarlo così lontano?». Tutti aspettano la risposta: e che gli dico ora? Dopo una pausa: «Semplicemente perché è un mio amico». «Solo per questo?». «Sì. Non sono il solo, del resto: siamo in tanti ad essergli amici», aggiungo. Al che, con un sorriso, cominciano a prepararmi un sacco di noci di cocco pulite da portar via.

 

Arriva Ni in carrozzina, con una specie di grembiule che ve lo tiene legato: è mezzo nudo, col quel caldo tropicale sotto il suo tetto di latta. Stupito e sorridente, esclama: «Sei venuto fin qui per me!». Con gioia reciproca ci scambiamo notizie sotto gli occhi degli altri operai.

Arriva pure la padrona in una Mercedes color argento. Accigliata, vuol sapere il motivo della mia venuta. «Sapere quale sarà il destino del mio amico». In genere, infatti, un lavoratore illegale ridotto nelle sue condizioni viene liquidato senza troppi scrupoli. Parliamo a lungo: anche la signora è determinata ad aiutarlo, perché Ni è una perla di persona: non protesta mai, cerca di sopportare con coraggio il dramma della sua situazione. E questo colpisce tutti.

 

La signora appare più distesa, ora che s’è convinta che non sono un poliziotto e sa come considero ogni uomo mio fratello. Gli operai presenti ascoltano con solennità. È come se tutti ora ci riscoprissimo parte di un’umanità dove ognuno ha bisogno dell’altro, al di là del credo, della nazionalità, dello stato di salute.

Insieme abbiamo cercato per Ni un’alternativa alla sua baracca di latta a 40 gradi. E il risultato degli sforzi comuni è un piccolo miracolo: presto un’istituto lo accoglierà. Manca solo qualche pratica. «Vedrai che andrà tutto bene, Ni. Noi non t’abbandoniamo».

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