Anche l’aperitivo è verde

Alimentazione
Ma chi l’ha detto che il rito dell’aperitivo, sempre più in voga soprattutto tra i giovani, è solo un momento per divertirsi, rilassarsi e socializzare? Come dimostra Green drink, rete mondiale che tocca 637 città in 58 Paesi, può essere anche l’occasione per conoscere e far conoscere nuove tecnologie e stili di vita sostenibili, e divulgare idee e notizie attorno a questi temi. Il tutto davanti ad un drink rigorosamente biologico – dai vini ai succhi di frutta – con buffet “a km zero” e bicchieri e stoviglie biodegradabili fatti in amido di mais.

 

L’idea ha le sue radici nel 1989, quando l’architetto londinese Edwin Datschefski organizzò il primo “aperitivo verde” – Green drink, appunto – insieme ad amici e colleghi. Da allora hanno preso il via diverse iniziative di questo genere, ma Green Drink è stata quella che ha goduto di maggior fortuna. In Italia le città pioniere sono Roma e Milano: nella capitale il rito è approdato nel 2006 grazie al mensile di Legambiente La nuova ecologia, che ancor oggi lo promuove, mentre in riva ai Navigli è l’azienda ClimatePartner ad organizzare gli appuntamenti.

 

Marco Fratoddi, direttore de La nuova ecologia, parla di una decina di Green drink che hanno fatto da cornice agli eventi più disparati: dall’incontro con degli esperti di bambù che hanno illustrato le virtù di questo materiale a basso impatto ambientale – che può sostituire legno e plastica –  ad una serata dedicata alle navi dei veleni.

 

Pare che questi appuntamenti siano sempre un successo: vi partecipano studenti, professori, uomini d’affari e anche semplici curiosi. Chi li prova diventa l’anello successivo nella catena di diffusione: uno studente da poco trasferitosi in Danimarca per una seconda laurea ha portato con sé il rito ad Aalborg. Una catena che, secondo gli organizzatori dei Green drink milanesi, è fondamentale per incentivare un cambiamento ideologico grazie al tam tam di idee in favore di questa causa.

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