Anche la Cina con Assad alla riconquista di Idlib

Sono iniziate grandi manovre nel Nord-Ovest della Siria. L’obiettivo è la riconquista del governatorato di Idlib, da parte del governo di Assad. Al suo fianco Russia, Iran, i miliziani libanesi di Hezbollah e il govero cinese. Ambigua la posizione turca, mentre i curdi cercano un accordo col governo. Ripubblichiamo l'articolo dopo l'appello e la preghiera del papa per evitare un nuovo disastro umanitario

Si tratta dell’ultimo grande territorio siriano controllato da milizie jihadiste e reparti dell’Fsa (Free Syrian Army) filo-turco. L’offensiva governativa sostenuta dall’aviazione russa inizierà con tutta probabilità nella seconda metà di settembre e dovrebbe durare qualche mese, secondo le previsionidel governo. Diventa così possibile provare a delineare la situazione politico-militare intorno alla prossima battaglia di Idlib, facendo alcune considerazioni.

Il decisivo intervento russo
I russi sono in Siria dal settembre 2015 con circa 3 mila uomini (consiglieri militari, oltre a marinai e piloti) e due basi (una aerea e una navale) situate nella regione di Latakia (Nord-Ovest). Hanno, di fatto, il completo controllo aereo, mentre la presenza sul terreno è costituita soprattutto da reparti di polizia militare che svolgono compiti di sorveglianza, monitoraggio e negoziazione. Sono russi anche i cosiddetti “funzionari di riconciliazione”, che sono stati importanti nelle recenti battaglie al Sud per trattare con alcuni reparti di combattenti anti-Assad non-jihadisti e convincerli a passare nelle fila dei governativi per sconfiggere i gruppi jihadisti e quelli del Daesh. Più di 400 di loro sarebbero stati integrati nella Quarta divisione blindata al comando di Maher Assad, fratello del presidente siriano.

Gli alleati dei governativi siriani
Oltre alla Russia, gli alleati del governo siriano di Assad sono la Turchia e l’Iran (gruppo di Astana). A questi Paesi impegnati nel sostegno militare e diplomatico al governo siriano va aggiunto un rilevante gruppo non governativo, cioè le milizie sciite libanesi di Hezbollah. Recentemente, inoltre, un altro Paese (e non da poco!) si è dichiarato pronto a sostenere la prossima offensiva di Idlib: la Cina. Lo ha confermato di recente l’ambasciatore cinese a Damasco, Qi Qianjin. I motivi fondamentali di questo affiancamento sono due: combattere i ribelli cinesi uiguri (3 mila miliziani) presenti a Idlib accanto ai jihadisti, e mettersi in una posizione vantaggiosa in vista della ricostruzione della Siria a guerra conclusa. Probabilmente l’aiuto cinese per la battaglia di Idlib consisterà in un supporto logistico e di intelligence, nell’ambito degli accordi tra Cina e Siria siglati con il placet della Russia fin dal dicembre scorso.

Il presidente turco Erdogan.
Il presidente turco Erdogan.

L’accordo con i curdi del Rojava
Il governo del Rojava (Kurdistan siriano), attraverso le sue milizie (Ypg e Ypj) è riuscito fin dal 2012 a contrastare l’avanzata dei jihadisti nella parte nordorientale della Siria. Nell’ottobre 2015 le milizie curde hanno dato vita ad un accordo con altre forze arabe anti-jihadiste costituendo le Sdf (Syrian Democratic Forces) che, finanziate e armate dagli Usa, hanno contribuito significativamente a mettere in fuga il Daesh dalla regione. Attaccati però ad Ovest dai turchi (ossessionati dalla vicinanza fra curdi siriani e Pkk turco), i curdi hanno dovuto cedere i territori di Jerabulus e al-Bab, e poi quelli di Afrin. Per bloccare i turchi, i curdi si sono così riavvicinati al governo siriano e stanno trattando le condizioni per una loro autonomia amministrativa nell’ambito dello Stato siriano, restituendo al governo federale il controllo dei pozzi e delle risorse petrolifere.

L’ambigua presenza turca in Siria
Il governo turco, dopo aver sostenuto nei primi 4 anni del conflitto i gruppi ribelli e jihadisti (forse facendo anche affari con il Daesh) in funzione anti-Assad, ha cambiato schieramento sull’onda dell’intervento russo. In due campagne (Scudo dell’Eufrate e Ramoscello d’ulivo) i turchi sono penetrati in Siria ed hanno occupato la parte occidentale del Kurdistan siriano. La politica di Erdogan in Siria dà l’impressione, da sempre, di mirare ad un protettorato su una parte del territorio siriano, ma le recenti forti tensioni con gli statunitensi, la presenza Usa accanto ai curdi e soprattutto il forte appoggio russo ad Assad non sembrano lasciare molto spazio al sogno neo-ottomano del presidente turco. Nel Nord Ovest siriano, Ankara sostiene i gruppi islamisti e l’Fsa in modo abbastanza sfacciato, anche se la Turchia “sarebbe” alleata con i loro avversari. Cosa farà l’esercito turco quando partirà l’attacco governativo e russo a Idlib è una domanda che si pongono in molti.

I gruppi jihadisti e le forze Fsa
Nel territorio di Idlib controllato dagli oppositori di Assad, dopo i trasferimenti con le loro famiglie dei ribelli che si sono arresi altrove (Ghouta, Yarmuk, Homs, Daraa, ecc.), ci sarebbero attualmente circa 2,5-3 milioni di persone, almeno il doppio dei normali abitanti della regione. La maggior parte del territorio è controllata da miliziani di Hay’at Tahrir al-Sham (ex al-Nusra) e dai qaedisti di Ahrar al-Sham. Comprendendo anche i siriani dell’Fsa, si calcola che i combattenti anti-governativi potrebbero essere complessivamente tra 80 e 120 mila, compresi anche 15 mila stranieri: uiguri, turcomanni, ceceni ed altri. Secondo la World Health Organization, se e quando inizieranno le operazioni militari, dal territorio di Idlib potrebbero cercare di scappare verso Latakia o Aleppo tra 250 e 700 mila civili, per i quali il governo siriano starebbe progettando vari corridoi di fuga.

aleppoCome si vede il quadro – e non si accenna qui alla grave crisi finanziaria che sta colpendo Ankara, con le battaglie verbali Trump-Erdogan – è di una complessità tale da far crescere i “se” e i “ma” su un’operazione molto rischiosa di riconquista di Idlib da parte delle forze governative e dei suoi alleati. Il solo auspicio che si possa formulare – ma purtroppo i precedenti non lasciano molte speranze – è che il peso della battaglia finale non ricada sulle popolazioni civili, con il consueto strascico di profughi, morti, feriti e mutilati.

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