Ammore e malavita

Chi aveva visto Song ’e Napule, nel 2013, poteva immaginare che anche con Ammore e malavita, presentato in concorso all’ultimo Festival del cinema di Venezia (con applausi e positivi riscontri della critica), si sarebbe divertito assai

Chi aveva visto Song ’e Napule, nel 2013, poteva immaginare che anche con Ammore e malavita, presentato in concorso all’ultimo Festival del cinema di Venezia (con applausi e positivi riscontri della critica), si sarebbe divertito assai. E pure che avrebbe assistito a una geniale e originalissima insalata cinefila. Già leggendo il titolo poteva intuire che si sarebbe trattato di un secondo grande omaggio a quella bomba di cultura, contraddizioni, contrasti, umanità e bellezza che è Napoli, città dalla quale i Manetti Bros si erano già lasciati sedurre e profondamente ispirare. Chi conosceva il loro cinema era al corrente della loro capacità di muoversi tra generi diversi, riempiendoli sempre di trovate originali che rielaborano all’italiana (e in commedia) i grandi maestri americani, italiani e orientali, del passato e non solo. Sapeva che la loro idea di cinema, prima di tutto giocosa, avrebbe potuto partorire qualcosa di interessante. Forse era più difficile immaginare che i fratelli romani si sarebbero addentrati fin dentro gli insoliti e delicatissimi territori del musical, e li avrebbero calati non più nel contesto neomelodico del loro film precedente, ma in quello più vintage della sceneggiata partenopea. Anche se siamo lontani dal “gomorissimo” (che viene  addirittura  parodiato con una sequenza iniziale esilarante), il loro ultimo film racconta la storia di un sicario della camorra (Gianpaolo Morelli) che per non uccidere una sua ex fidanzata (Serena Rossi), divenuta suo malgrado testimone della fina morte di un boss (Carlo Buccirosso), è costretto a vedersela col suo clan, lottando, come sintetizza il titolo, tra amore e malavita, appunto.

Ne viene fuori un film colorato, sentimentale, dinamico, di sole e di nuvole, pieno di energia e vitalità. Un film che coinvolge e rallegra con intelligente leggerezza, senza scivolare nella volgarità. Un’opera che anzi adopera in modo sapiente la lingua napoletana, contando su alcuni scambi di battute davvero irresistibili.

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