Allora sembrava impossibile

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Zwochau, paesotto di quasi mille abitanti un po’ fuori Lipsia, era un posto tranquillo finché certe persone – per carità gentili e sorridenti – hanno cominciato a costruire alcune case, portando un po’ di movimento… Eppure un trambusto come quello dello scorso 10 marzo Zwochau non l’aveva ancora conosciuto: più di seicento persone da Germania e nazioni vicine, come indicavano le targhe delle automobili, cioè una popolazione quasi raddoppiata. Gente del focolare, venuta a festeggiare, nel loro nuovo centro di formazione, l’anniversario del quarantesimo del movimento in questa nazione che, fino alla caduta del muro di Berlino, era uno dei bastioni del socialismo reale: la Repubblica democratica tedesca, la Ddr. Ci sono vescovi locali, ma anche il cardinale di Praga, Miloslaw Vlk; e non possono mancare i pionieri, che all’inizio degli anni Sessanta si trasferirono dall’Italia nella Ddr, come Natalia Dallapiccola, la prima compagna di Chiara Lubich, e Giuseppe Santanché, medico anestesista. Briciole di storia Sappiamo come il socialismo, nonostante certe buone intenzioni, non fosse riuscito a creare una società dove il cittadino si sentisse libero e sperasse in uno sviluppo. Nella Germania divisa, molti cittadini fuggivano della Ddr, via Berlino, verso la Germania dell’ovest, dove pensavano di trovare tutto quello che non trovavano all’est. Nel corso degli anni, perciò, nella Ddr cominciò a mancare per certe professioni la mano d’opera. Sappiamo pure come, per porre fine alle fughe dei cervelli, nell’agosto del ’61 le autorità fecero costruire il famoso muro di Berlino, preceduto da campi minati e sorvegliato dai Vopos, pronti a sparare su chiunque avesse tentato di scappare. In quei territori la chiesa viveva in diaspora. Proprio lì, nel XVI secolo, aveva avuto inizio la Riforma luterana; dapprima la grande maggioranza della popolazione fu evangelica, poi agnostica e atea. All’inizio del XX secolo, Lipsia era la città europea con la minore percentuale di battezzati. La Chiesa cattolica, però, nonostante contasse solo un cinque per cento della popolazione, svolgeva un’attività sociale efficace e stimata, in particolare per i suoi ospedali e le sue case di riposo. All’inizio degli anni Sessanta, però, cominciarono a mancare persino i medici. Approfittando del Concilio, i vescovi cercarono perciò di realizzare qualcosa che pareva impossibile: importare medici dall’occidente. La passione dei Focolari Fu verso la metà degli anni Cinquanta che Chiara Lubich si incontrò con persone provenienti dai paesi del socialismo reale. Ascoltando i loro drammatici racconti, si accese in lei la passione per portare anche lì l’aiuto del movimento; tantopiù che l’unità, sua caratteristica, quella edificata con l’amore di Dio, poteva essere la risposta giusta all’unità socialista, costruita senza Dio e con la lotta di classe. In breve sette medici si trasferirono nella Ddr, tre a Lipsia, tre a Berlino est e uno ad Erfurt. Insieme con una di loro si trasferì, come domestica, anche Natalia Dallapiccola. Naturalmente nella Ddr tutti i movimenti cattolici erano proibiti. I focolarini vi si erano trasferiti perciò come medici. Tuttavia era difficile immaginare che le autorità non avrebbero tenuto sotto osservazione quegli ospiti insoliti, per capire meglio chi erano e per vedere se dietro al motivo ufficiale non si nascondesse qualche attività di spionaggio, o comunque anticomunista. La situazione era da far paura. Ma l’essenza stessa della spiritualità venne loro in aiuto: “Se vogliamo esser pronti a dar la vita per i fratelli come ha fatto Gesù per noi – si dissero -, facciamolo in modo conseguente: mettendoci ogni giorno a loro servizio, compiendo bene il nostro lavoro in ospedale e cercando di mantenere un atteggiamento positivo nei confronti di tutti coloro che incontriamo, sia in ospedale che nel vicinato, sia nei negozi che per strada. Non importa se saranno credenti, agnostici o non credenti, a servizio della chiesa o della Stasi (i servizi segreti)…”. Senza nascondere la propria fede, i focolarini cercarono di comportarsi in tal modo. La vita si semplificò, i rapporti divennero naturali, il servizio più efficace. Dai documenti della Stasi, resi pubblici dopo la caduta del muro di Berlino, risulta che le auto- rità erano al corrente di tutto, ma non temevano i focolarini: li accettavano sia come persone che come professionisti, e ne apprezzavano lo spirito di sacrificio. Sviluppi inattesi I frutti di tale atteggiamento non maturarono subito, ma si manifestarono nel corso degli anni. Frutti nell’attività medica, naturalmente. Negli ospedali cattolici, per mancanza di personale adeguato, le anestesie generali venivano fatte senza l’intubazione, facendo gocciolare semplicemente l’etere sul volto del paziente. Quattro focolarini anestesistiintrodussero perciò i metodi della moderna anestesia e costruirono i primi reparti di rianimazione e di terapia intensiva negli ospedali cattolici di Lipsia e di Erfurt, cosa che fu molto apprezzata anche dalle autorità comuniste. Nella vita della chiesa, poi, i focolarini testimoniavano la fedeltà al vangelo: da una parte contribuirono a difendere l’etica cattolica e l’unità con i vescovi, dall’altra aprirono la strada al dialogo ecumenico. Nonostante le difficoltà e il poco tempo a disposizione, intorno a loro le comunità dei Focolari si svilupparono. Questo avvenne soprattutto grazie alla loro testimonianza di vita, che aveva un effetto positivo nonsolo sui laici, ma anche su molti sacerdoti: col tempo alcuni di loro divennero vescovi, e ora rivestono ruoli di rilievo nella chiesa. Attualmente il movimento è sviluppato, oltre che nell’ex-Ddr, in Polonia, in Cechia, in Slovacchia, in Ungheria, in Bielorussia, in Ucraina, in Lituania, in Russia. Tutte nazioni raggiunte dalla Germania orientale. La festa Viste le premesse, a Zwochau la festa di anniversario non poteva che essere vissuta in un clima di famiglia. I più giovani hanno potuto conoscere di persona quei personaggi in certo modo leggendari, conosciuti solo di fama, e apprendere particolari inediti della loro vita. C’è stato anche un momento di approfondimento culturale, quando il cardinale Vlk ha presentato il suo pensiero sulla via dell’Europa verso l’unità e sul contributo che il movimento potrebbe offrire. Quando poi si è sfogliato assieme l’album di foto dell’epoca – foto in bianco e nero, color seppia, sbiadite… – è sorto tra i presenti un sentimento particolare, quasi col sapore di eternità. Non era solo commozione, ma la convinzione che nella vita di una comunità che ha testimoniato e testimonia la forza dell’amore si sperimenta qualcosa di ineffabile. Un pioniere A colloquio con mons. Joachim Reinelt, vescovo di Dresda, tra i primi che aderirono ai Focolari nell’allora Germania orientale. Quando ha incontrato i Focolari lei era già seminarista. Cosa ha trovato nella spiritualità dell’unità per il suo sacerdozio? “Ho conosciuto il movimento nel 1961, a Berlino. Ho avuto subito l’impressione di aver trovato la strada giusta. Sì proprio la strada della mia vita. Poco dopo fu però costruito il muro, e ogni contatto sembrò diventare impossibile. Ma più tardi ecco la notizia: i focolarini erano a Lipsia. Li ho incontrati e mi sono di nuovo convinto che avevo trovato qualcosa: “Questa è la chiesa del futuro”, mi dicevo. “In particolare mi faceva impressione il fatto che due medici, che lavoravano duramente tutto il giorno, tornavano a casa e ogni sera collaboravano alla vita della parrocchia. In più, per vivere la necessaria ospitalità, facevano la fila nei negozi del Konsum per trovare qualcosa di gradito agli ospiti, e poi lo cucinavano. Per me era una una novità vedere persone che vivevano per gli altri in modo così totale da non avere nemmeno per un secondo uno spazio privato per se stessi. “Sono stato poi al mio primo incontro coi Focolari, e ho sentito parlare di Dio-Trinità. Sull’argomento avevo ascoltato tante lezioni, non si trattava per me di qualcosa di nuovo. Ma non avevo mai sentito presentare Dio-Trinità in un modo così luminoso come da quei due medici”. Quando i primi focolarini si trasferirono nella Ddr si pensò che la loro spiritualità avrebbe potuto dare delle risposte alle domande aperte dal Concilio Vaticano II? “I cardinali Dopfner e Bengsch, che invitarono i focolarini, erano persone che sapevano quel che facevano. E il vescovo Spuelbek, di Lipsia, era uno che si batteva con passione per realizzare quello che il Concilio avrebbe poi proposto. La nostra chiesa della diaspora era piccola, qualche volta anche bella, ma un po’ chiusa nel suo nido. Per i vescovi bisognava aprirsi, andare verso gli altri, e i focolarini erano proprio le persone che potevano mostrare come si faceva, mettendosi insieme su questa strada. In certo modo la nostra chiesa ha visto in questo movimento, anche se non era l’unico, il Concilio realizzato “.

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