Alleggeriamo il mondo

Meno male che, ogni tanto, c’è qualcuno che ci rammenta l’importanza di ricordare. Nella nostra trafelata corsa giornaliera, siamo così schiacciati sul presente e sull’immediato futuro, che fermarsi e guardare indietro sembrano un lusso d’altri tempi. Anche l’informazione, con la fretta di raccontare il nuovo, non aiuta a tenere desta l’attenzione e viva la memoria su quanto si dipana nel tempo. Nell’immediatezza dell’evento, si tratti di tragedie o calamità naturali, siamo sopraffatti da un profluvio di notizie. Poi, il silenzio più assoluto. Il debito estero che strangola i paesi più poveri del pianeta è uno di quegli argomenti lasciati sprofondare nell’oblio. Magari, dopo averlo classificato tra i temi ad esclusivo appannaggio degli specialisti della materia. Impegni di giustizia. Rapporto sul debito 2000-2005 (Emi editrice), reso noto in maggio dalla fondazione Giustizia e Solidarietà, squarcia la cappa di silenzio e fa il punto sui risultati raggiunti. Non va dimenticato, infatti, che il debito costituisce una moderna forma di schiavitù. È un fardello che ha costretto i paesi poveri indebitati a rastrellare risorse per pagare le rate di rimborso e gli interessi sui prestiti – diventati in poco tempo estremamente onerosi -, concessi dai paesi ricchi, dalle loro banche private e dagli organismi finanziari internazionali. Reperire denaro ha significato ridurre i già striminziti programmi di intervento (urgente) nel campo della salute, dell’educazione e della formazione, e ha voluto anche dire il ribasso dei già esigui investimenti per le infrastrutture e altre opere di pubblica utilità, con la conseguenza di impedire la crescita economica e un costante sviluppo verso la libertà. Le due crisi petrolifere degli anni Settanta, l’incremento dell’oro nero, il violento apprezzamento del dollaro, le politiche monetarie di Stati Uniti e Gran Bretagna (con la relativa impennata dei tassi d’interesse) e la riduzione delle esportazioni dei paesi in via di sviluppo furono i fattori principali che scatenarono l’aumento del debito sino a renderlo insopportabile per i paesi poveri. Lo studioso americano William Cline, tra i primi ad occuparsi del fenomeno, ha calcolato che tra il 1973 e il 1982 il debito è cresciuto di circa 500 miliardi di dollari. Se a questo si aggiunge la cattiva gestione delle somme prese in prestito o la loro sottrazione per finanziare, nel caso di regimi dittatoriali, la propria milizia o gli acquisti personali nel Nord del mondo, si ha un quadro più chiaro della deriva in cui sono state spinte tante nazioni. Eppure, il debito era nato come forma di finanziamento (molto bassi erano inizialmente i tassi d’interesse) per favorire investimenti che migliorassero le condizioni economiche e sociali dei paesi che accendevano prestiti. Il problema del debito estero dei paesi poveri è divenuto di pubblico dominio solo nell’ultimo decennio del secolo scorso. La società civile e le istituzioni hanno maturato importanti prese di posizione che hanno permesso di incominciare ad affrontare il problema. Determinante è stata la voce di papa Wojtyla che, in vista del Giubileo del 2000, chiese una consistente riduzione, se non proprio il totale condono del debito internazionale. Sino ad allora, la risposta degli ambienti finanziari e di buona parte di quelli politici allo strangolamento era consistita nel ridefinire scadenze più lontane nel tempo per la restituzione del debito. All’inizio del nuovo secolo, il debito complessivo dei paesi poveri ammontava a 2.300 miliardi di dollari,. Attualmente, nonostante le prime operazioni di cancellazione (non esistono, ahimé, dati complessivi ufficiali), l’importo è salito a 2.597 miliardi di dollari, a seguito di nuovi e più agevolati prestiti. La campagna di sensibilizzazione che partì sull’onda dello spirito giubilare ha potuto far maturare una nuova logica nella gestione complessiva del debito. Due i punti su cui è stato costantemente battuto: non si sarebbe trattato di annullamento del debito ma di una sua conversione, in modo che le somme liberate dovessero essere utilizzate dai governi debitori per finanziare la lotta alla povertà; l’intero processo di negoziato, cancellazione e gestione delle risorse sarebbe dovuto avvenire nella massima trasparenza. Come sta andando? Gli autori del Rapporto osservano con soddisfazione che si è passati da un approccio esclusivamente finanziario che si preoccupa delle eccessive esposizioni , perché pericolose per la stabilità del sistema finanziario internazionale, ad un approccio che dichiara centrale la lotta alla povertà. Le risorse liberate sono state indirizzate nei paesi debitori verso i settori della salute e dell’istruzione. Un primo confronto tra il dato della spesa sociale nel 1999 e le stime per il 2005 indica incrementi sino al 100 per cento. Tale crescita, purtroppo, rimane ancora ampiamente insufficiente rispetto a quanto servirebbe per rispondere in modo adeguato alle esigenze locali. Una seria ricognizione sull’argomento del debito porta a considerare indispensabile la riforma delle istitu- zioni finanziarie internazionali. La voce dei paesi più poveri non ha peso in seno alla Banca mondiale e al Fondo monetario internazionale. Lì, il diritto di voto dipende dal contributo finanziario versato da ogni singolo paese. In secondo luogo, è necessario creare strumenti che consentano di far arrivare ai paesi in difficoltà adeguate risorse per lo sviluppo. Ormai è chiaro: la cancellazione del debito non basta. Quello 0,7 per cento della propria ricchezza, che i paesi avanzati si sono, senza successo, impegnati a versare, offrirebbe notevoli opportunità. Si sa bene che le nazioni ricche destinano alle proprie spese militari somme di gran lunga superiori a quelle che sarebbero sufficienti per avviare un’efficace guerra alla miseria. I mezzi ci sono – chiarisce il Rapporto -, non metterli a disposizione è una gravissima responsabilità CANCELLAZIONI IL CASO ITALIA Crediti d’aiuto: 11.600 miliardi di lire. Crediti commerciali: 21.996. Per un totale, in valuta attuale, di 17 miliardi di euro. Questa era la situazione dell’Italia nei confronti dei paesi indebitati nel 1999. Da allora, su iniziativa e in collaborazione con il Comitato ecclesiale italiano per la riduzione del debito estero (poi trasformatosi nella fondazione Giustizia e Solidarietà), l’Italia si è dotata di un’apposita legge (la n. 209 del 2000) che ha portato ad una cancellazione complessiva di 2,4 miliardi di euro a beneficio di 24 paesi, tutti africani, ad eccezione di Bolivia e Honduras. Di particolare interesse, le iniziative a favore della Guinea Conakry e dello Zambia, avviate in modo congiunto dalla fondazione e dal governo italiano. Il primo dei due paesi africani aveva un debito totale di 3,37 miliardi di dollari, il secondo, di 6,46 miliardi di dollari. L’intento era quello di sperimentare che la cancellazione-conversione del debito avrebbe potuto produrre effetti positivi permanenti. Così, furono definiti alcuni criteri per individuare gli stati più adatti: indebitamento con l’Italia, presenza missionaria italiana, governo locale democratico o quanto meno umanitario, nazione di forte povertà, paese piccolo. Ma ciò non sarebbe bastato. Serviva un ulteriore elemento, innovativo: il coinvolgimento della società civile nei paesi debitori. Le istituzioni pubbliche – afferma Riccardo Moro, direttore della fondazione – agiscono con efficacia nella misura in cui sono arricchite da un dialogo costante con la società civile. È una dinamica che va favorita nel Sud del mondo. E spiega: Questo significa che le decisioni sulla gestione del debito (cancellazioni, riduzioni, tempi di rimborso), sull’utilizzo delle risorse (le politiche economico-sociali e i programmi di riduzione della povertà) e i controlli sull’uso effettivo devono essere fatti coinvolgendo la società civile e promuovendone lo sviluppo. Sono perciò state avviate collaborazioni con organizzazioni non governative locali, università, comunità cristiane. Con i soldi disponibili sono già stati finanziati in Guinea 120 progetti pilota nei settori della sanità, dell’educazione, dei diritti sociali, dell’agricoltura. Tra questi vi sono progetti innovativi per la creazione di piccole imprese in ambito artigianale, agricolo, rurale e di tras mazione agroindustriale. I beneficiari sono oltre 100 mila. Nello Zambia, il programma di conversione del debito ha avuto una fase assai lunga e travagliata. La fondazione ha dovuto richiamare il governo locale e quello italiano a onorare gli impegni presi. L’impostazione della legge di bilancio del paese africano, ad esempio, non consente di lasciare traccia adeguata dell’impiego dei fondi derivati dalla cancellazione del debito. È un problema di trasparenza di non poco conto, anche perché funzionari governativi di alcune regioni sono stati accusati di irregolarità nell’uso di fondi. Al riguardo, perciò, è stato chiesto dalla fondazione di costituire un comitato d’informazione, con lo scopo di verificare che le risorse liberate con la cancellazione vadano effettivamente a finanziare la lotta alla povertà. Di fronte al rifiuto di creare insieme il fondo di conversione, il governo italiano – sostiene Riccardo Moro – deve dire come si rende garante del buon uso delle risorse liberate, altrimenti è inadempiente rispetto alla legge. Abbiamo proposto il comitato d’informazione partecipato da noi e dalla società civile locale. Attendiamo una risposta. Pur consapevole dei rischi legati alla gestione delle risorse finanziarie, il direttore della fondazione vede nell’iniziativa sul debito l’occasione per stabilire o consolidare relazioni permanenti con i due paesi africani. Può essere – conclude Moro – un segno tangibile che diventa esempio positivo per nutrire l’impegno e la speranza di quanti operano in favore di un mondo più giusto e solidale.

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