Alla ricerca della bellezza

L’incontro nella sala delle riunioni dell’Editrice Città Nuova; troppo grande per starci solo in due, un po’ sperduti tra le alti pareti ricoperte di libri, ai due lati di un tondo tavolo pensato per venti. Refrattario alla cravatta, l’abbigliamento è informale come sempre, il sorriso cordiale, lo sguardo sornione, le parole affilate. Prof. Casoli, nella sua Premessa – vera e propria chiave di lettura dell’intera opera – lei parla della bellezza come del tema portante del suo libro: può spiegarci i motivi di tale scelta? “Nel mondo attuale esiste una forte omologazione, sociale e culturale, che caratterizza una sorta di “pollaio tecnologico”: ci sono mangimi organici, mangimi mediatici, mangimi “culturali”. In più, dalla morte delle ideologie soffia un vento nichilistico fortissimo. In questa situazione, la vita quotidiana di ciascuno tende a perdere completamente il senso. Per ritrovarlo – abbandonando ledifferenze tra colti e incolti, credenti e non credenti, che in Italia sono particolarmente provinciali e attardate – bisogna trovare il bandolo della matassa che, secondo me, è la bellezza: non intesa nel senso new age o fitness, ma in quello di un significato perduto”. Lei dà giudizi molto netti nei confronti di quella che chiama “estetica separata”, perché portatrice di un’interpretazione della bellezza che lei trova nociva: di che cosa si tratta? “La parola “estetica” è nata alla metà del Settecento: non esisteva prima, nel senso che non esisteva una estetica separata dalle altre discipline. La data di nascita la dice lunga sull’impoverimento culturale provocato da questo aspetto dell’Illuminismo – che ha altri meriti, ma non questo -; l’Illuminismo separa il concetto di bellezza dalla sua costellazione naturale. Fino ad allora, infatti, la bellezza era stata sempre concepita – bene o male, anche in modi manchevoli e non riusciti – in unione indissociabile con il bene e con la verità. E questo già prima del cristia- nesimo, che ha poi tematizzato queste realtà inseparabili. Pensiamo, ad esempio, che nella Bibbia l’aggettivo tob, che viene riferito alla creazione di Dio, significa contemporaneamente “bello” e “buono”; che rimangono inseparabili anche nella cultura greca. Nel cristianesimo, il “vero” diventa il complemento indispensabile del bello e del buono; nel vangelo Cristo dice, di sé stesso, di essere “la Via, la Verità e la Vita”, cioè una verità non astratta, ma incarnata. E il concetto di verità incarnata ci riporta alla bellezza non separata dal bene e dalla verità: allora capisco che cosa intendeva Dostoevskij dicendo chebellezza salverà il mondo”: per “bellezza” egli intendeva la percepibilità del bene e della verità nell’esistenza, ovvero nella loro incarnazione nel tempo. La bellezza, così intesa, è la luce che attira verso il bene e verso il vero, non come astrazioni, ma come vissuti esistenziali”. Insomma, la bellezza è il modo con il quale il vero e il bene si manifestano nella vita dell’uomo? “Sì, e nella vita di ciascuno, anche del più umile e del più ignorante degli uomini, non solo in quella dell’intellettuale “. Sta forse qui la ragione di certe scelte che lei compie nel suo libro, abbassando alcuni letterati super-celebrati – e che risultano, alla fine, meri tecnici della parola – e innalzando, invece, alcune figure spesso trascurate? “Sì. Faccio solo due esempi, di quelli che possono far rizzare i capelli a molti critici letterari. D’Annunzio ha certamente molti meriti, ma il suo grande demerito è proprio quello di avere coltivato un’estetica separata dal vero e dal bene: senza togliergli nulla, perché rimane un grande scrittore, va però ridimensionato. Guareschi, al contrario, non è uno scrittore intellettuale, è un grande scrittore popolare, dotato di un istinto del bello, unito al bene e alla verità, vissuto nell’umiltà quotidiana, dal lager alla famiglia, al paesotto dei don Camillo e dei Peppone, così alto da avere affascinato e profondamente interessato milioni di lettori di ogni indirizzo. Fino ad oggi Guareschi non è stato riconosciuto per quello che era: io lo pongo fra gli scrittori grandi della seconda metà del Novecento”. Dunque, dopo una tradizione di millenni, durante la quale l’essere umano comprendeva sé stesso nell’unità di bellezza, verità e bontà, in età moderna si produce una spaccatura. “Questa frantumazione deriva, da una parte, dall’Illuminismo. Ma, d’altra parte, deriva anche da una insufficiente apertura della cultura religiosa alla modernità, verso la quale ha sviluppato soprattutto un’azione di difesa; la modernità è andata all’attacco, e questo conflitto ha portato alla frantumazione della cultura”. Da questa frantumazione lei segnala la nascita di tre “idoli della tribù”, che si sono imposti negli ultimi secoli: quali sono? “Anzitutto l’idolo della modernità. “Parola magica”, per molti, in effetti non significa niente. È nata nel Medioevo, alla fine del V secolo, per indicare l’inizio di una età diversa da quella antica e, evidentemente, cristiana. Rivendicare la “modernità” come una bandiera degli ultimi secoli ha poco senso, se non ideologico; nel nostro tempo è usata come un feticcio. “Da questo concetto ideologico di modernità nasce il secondo idolo, quello della “attualità”. “Attuale”, nel suo alto senso filosofico, significa in atto, vivo, esistente, pieno di essere; nell’uso che, invece, ne viene fatto comunemente, significa qualcosa di interessante oggi, di “moderno” rispetto a tutto ciò che non lo è più. È un uso nefasto di questa parola, perché rompe ogni collegamento con la tradizione, che è, invece, proprio l’atto di trasmissione dal passato al presente, verso il futuro. Bisogna riconquistare un uso non ideologico di questa parola, per non appiattirsi su un significato distruttivo per la cultura”. E il terzo idolo? “La “realtà”. È forse il più insidioso e negativo. Nell’uso banale che ne viene fatto, si intende per “reale” ciò che per me è “vero”, scartando tutto il resto; la realtà, così intesa, viene ridotta al misero vedersi e percepirsi di questo momento, senza nessuna profondità. “Per me, comporre questa grande antologia della letteratura italiana ed europea ha significato pormi al di là degli usi ideologici di queste parole, e andare a cercare negli autori, senza distinzione appartenenze religiose o ideologiche, la loro sensibilità profonda al richiamo della bellezza che conduce al bene e al vero. Il libro, dunque, non nasce per dare una semplice panoramica, ma per riprendere quel bandolo dimenticato della cultura occidentale moderna, nel senso di una ricerca di significato. Il grandissimo poeta Hölderling, che sta all’inizio di questa modernità, in un suo testo diceva: “in fondo, noi siamo senza significato”, descrivendo così, in modo folgorante, la modernità stessa. La letteratura ha senso se è un segno alla ricerca di un significato. Se invece è un segno privo di significato, o dai mille significati possibili, non vedo perché dovrebbe essere ricercata o appetita da qualcuno”. È un libro pensato per la scuola? “Casomai in supporto all’insegnamento, come apertura di visione. Infatti i testi sono presentati in lingua originale (a parte quelli delle lingue slave), con la traduzione italiana a piè di pagina, per ritornare alla lingua e al linguaggio della poesia, ad avere un gusto particolare della parola. Chi si accosta oggi in un modo non convenzionale alla letteratura, deve ritrovare il senso della parola poetica”. Quali sono allora i candidati lettori di quest’opera? “Nell’impoverimento culturale nel quale ci troviamo, i lettori sono coloro che alla parola chiedono, ancora, quel “potere evocativo” di cui parlava Novalis all’inizio dell’Ottocento: chiedono spirito alla parola, chiedono che la parola non si esaurisca in sé stessa o nel rapporto con le altre parole, che non siano puramente momentanee. A questi lettori non è chiesta una particolare cultura o particolari interessi settoriali, ma la capacità di non fermarsi alla banalità e alla mediocrità del parlare quotidiano”. Novecento letterario italiano ed europeo è un’opera in due volumi. Il primo, “Dalla fine dell’Ottocento alla Seconda Guerra mondiale” ( 928,M 67,00); il secondo,”Dalla Seconda Guerra mondiale alla fine del secolo” (pp. 600, M 44,00). L’opera comprende autori italiani ed europei, con alcune inclusioni americane. I testi sono corredati da introduzioni, presentazioni degli autori, commenti e note storiche, informative ed esplicative. L’antologia è integrata da estesa appendice dedicata al cinema, in considerazione del ruolo chiave da esso giocato nel panorama artistico del Novecento.

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