Alice nella città

Un mondo di adulti che ha bisogno dei bambini. Una spinta a prendere sul serio il dolore esistenziale. Il messaggio della sezione speciale del festival appena concluso

Un mondo che ha bisogno dei bambini e degli adolescenti per scoprirsi e curarsi, per scoprirli e curarli. È questo il messaggio che sembra arrivare da molti film della sezione Alice nella città del Festival del cinema di Roma appena concluso. Non è l’infanzia spensierata ad essere rappresentata, ma quella che fa i conti con le problematiche e le contraddizioni del mondo degli adulti e vi risponde non tanto con la fuga in un mondo parallelo di fantasia, né chiudendo gli occhi alla realtà, ma facendone una interpretazione viva e sofferta che la traduce in attese, in un farsene carico che non risolve ma illumina, offre orizzonte e futuro.

In questa direzione sono diversi film come The best of all wordls, di cui abbiamo già tracciato una breve recensione, in cui il piccolo Adrian di sette anni, pur vivendo in un contesto familiare di tossicodipenza, diventa il motore di un cambiamento radicale pur nell’incoscienza della situazione e nel suo essere totalmente in balia di essa.

Un’altra bambina Luisa Palmeira di otto anni è testimone segreta della malattia mortale che colpisce il padre alcolizzato, ma anche d’una relazione con la moglie che sembra sfaldarsi. È la protagonista di Menina di Cristina Pinheiro, una opera prima che traccia con dolcezza il senso nostalgico di una famiglia portoghese che è immigrata in Francia negli anni ’80 a causa della dittatura. Presenta le difficoltà d’una coppia in cui l’amore sembra nascondersi e smarrirsi nelle pieghe d’una fatica quotidiana, d’un silenzio combattuto ma mai vinto. In quelle pieghe ed in quel silenzio Luisa costruisce il suo intreccio di storie possibili che vogliono negare la realtà dell’imminente morte del padre e la coscienza d’una quotidianità non eroica della madre analfabeta. Storie che si incrociano con la vita vissuta, sembrano allontanarsene ma, in ultima analisi, aiutano ad interpretarla più profondamente. C’è tutta la leggerezza dell’infanzia, dei rapporti con i coetanei, con il fratello più grande, con i riti inventati della prima adolescenza che cerca soluzioni magiche a colorare le ore di questa bambina capace di una vicinanza all’altro sconosciuta agli adulti.

Un tema questo dell’infanzia che si fa carico del mondo degli adulti che risuona in Tomorrow and Thereafter di Noemie Lvovskj, già presentato con successo in Piazza Grande a Locarno, in cui la piccola Mathilde si prende cura ed assume un vero e proprio ruolo materno nei confronto di una mamma psichiatrica. Un film assolutamente completo nella rappresentazione della realtà del disturbo psichiatrico eppure altrettanto capace di dare spessore poetico e densità simbolica allo svolgersi degli eventi. La madre, cosciente della sua incoscienza, un padre del tutto laterale costretto a prendere una posizione, una bambina destinata ad assumere un ruolo del tutto non previsto aiutata nel suo prendere coscienza da un personaggio che ne incarna la lucidità, la razionalità, la lungimiranza. Una storia in cui il dolore più grande è la delusione che arriva dai rapporti più intimi e dalla coscienza che a causare quel dolore c’è una malattia mentale che porta altrove e da cui non si riesce che ripetere una richiesta di perdono. Una richiesta che nessuno sa quanto ascoltata e quanto comprensibile, ma che attraversa tutta la storia e diventa il traino per il domani conclusivo della storia. La conclusione è un abbraccio nuovo, una liberazione e comunicazione fatta d’un amare comprensivo che libera. Libera la bambina ormai donna per l’accoglienza piena del passato e del presente.

Il rovescio tragico di questa medaglia ce lo suggerisce la narrazione di And Then I Go di Vincent Grasham, ispirato ai fatti di Columbine e tratto dal romanzo di Jim Shepard Project, And Then I Go. Un affresco della società e della scuola americana tracciato a tinte nette. I protagonisti sono due adolescenti che sono collocati in un mondo di adulti che non riesce ad entrare in rapporto con il loro vuoto esistenziale e la distanza percepita rispetto allo scorrere degli eventi, con il crudele mondo della prima adolescenza e la logica d’una affermazione ed integrazione che rispecchia dinamiche di forza e successo del mondo degli adulti. L’amicizia tra i due è una prigione da cui non riescono a liberarsi e che amplifica il senso di frustrazione ed incomprensione. Gli adulti ne sono totalmente esclusi ma daranno, non volendo, il rinforzo a questa prigione, L’incomunicabilità diventa la legge del vivere e l’ultima parola una tragedia assurda ed insensata. Un monito forte all’arroccamento degli adulti su tecniche e modalità preconfezionate, una spinta a prendere sul serio il dolore esistenziale e una attenzione ai modelli che vengono proposti.

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