Algeria, anche l’esercito lascia Bouteflika

Continuano le manifestazioni di piazza ad Algeri e in altre città del Paese, mentre il regime fa l’ennesimo tentativo per non perdere il potere. Lo spauracchio del terrorismo è ancora valido?

Colpo di scena in Algeria. Proponendo la partenza del presidente Abdelaziz Bouteflika come soluzione alla crisi attuale, scatenata da un mese e più di proteste senza precedenti, il capo dell’esercito, Gaïd Salah, uno degli uomini più potenti del Paese, ha abbandonato al suo destino il capo dello Stato attuale, di cui era stato fino a qualche settimana fa il sostegno più granitico.

Cos’è successo nel frattempo? In carica da quasi 15 anni – un record per il suo ruolo – il generale Ahmed Gaïd Salah deve tutto ad Abdelaziz Bouteflika, di cui ha sostenuto la ricandidatura per un quinto mandato alla presidenza. Ha pure appoggiato il rinvio delle elezioni, come modo per placare la protesta. Gli osservatori più attenti, però, da qualche settimana ne stavano osservando parole e comportamenti. Di fronte all’impasse della situazione sociale e politica del Paese, egli aveva in effetti raffreddato il suo sostegno al presidente, dapprima con lunghi silenzi, poi con qualche dichiarazione di preoccupazione per il prolungarsi delle proteste, poi di comprensione del sentire popolare, fino alla richiesta, martedì, di applicazione dell’articolo 102 della Costituzione, che gestisce il caso di dimissioni o malattia del presidente. Come a dire, «caro Bouteflika, ti abbandono».

Lo fa per preservare il regime e il proprio posto? Per candidarsi a qualche carica maggiore? Perché ama il suo Paese? Certamente la posizione di Gaïd Salah risente di una certa frizione già esistente con l’entourage più stretto di Bouteflika, oltre che con certi ministeri accusati di inefficacia. Intervenendo, il generale è sostenuto da tutto l’esercito e anche dagli apparati di sicurezza, cioè i servizi segreti. La mossa è quindi di gran peso, anche se un intervento del genere non è previsto proprio da quella Costituzione la cui applicazione reclama. Ma per tradizione l’esercito interviene solitamente nei momenti di maggiore crisi, per poi tornare nei ranghi.

E ora che succederà? Costituzionalmente il presidente, almeno fino al 28 aprile, quando scade il suo attuale mandato, non ha nulla da temere. Né qualcuno può costringere il Consiglio costituzionale ad applicare l’articolo 102. Ma Bouteflika è ormai sotto pressione. Alcuni osservatori non escludono che siano in corso trattative interne al regime per le dimissioni del presidente. Ma ciò non basterebbe per poter indire elezioni effettivamente libere. Per i manifestanti è «tutto il sistema al potere che deve andarsene». I dimostranti osservano infatti che «i termini brevi previsti dall’articolo 102 per lo svolgimento delle elezioni non garantiscono l’organizzazione di un voto trasparente». Mentre il governo potrebbe approfittare delle dimissioni per rifarsi una verginità e riprendere in mano il Paese.

Una nota, un po’ inquietante, che va fatta notando però che il clima sociale attuale non sembrerebbe prospettare il ritorno a momenti infausti. Dal 22 febbraio, inizio delle manifestazioni, migliaia di algerini hanno respinto non solo il presidente ma anche il sistema politico del Paese. L’11 marzo scorso, Bouteflika ha rinunciato a ricandidarsi, ma rinviando all’indefinito le elezioni presidenziali. Una violazione della Costituzione che ricorda, ed ecco il punto, quella che ha innescato il decennio nero del terrorismo, tra il 1991 e il 2002, un episodio altamente drammatico nella storia del Paese, precipitato poi in una spirale di violenza apparentemente inarrestabile. Un episodio a cui il potere attuale non esita a riferirsi per dissuadere gli algerini dalle manifestazioni. Che però continuano, senza perdere il loro lato propositivo e in fondo sereno.

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