Alessandra Smerilli: Il lavoro riparta dall’uomo

In occasione del primo maggio, festa dei lavoratori, intervista all'economista suor Alessandra Smerilli. La Fase 2 dell'emergenza coronavirus, spiega, non deve lasciare indietro nessuno, nonostante la crisi economica.

«Ripartire» è la parola d’ordine della Fase 2 dell’emergenza coronavirus, che sta per iniziare. Il futuro, che in questo momento appare incerto, offre tuttavia un’occasione per ripensare ai valori che dovrebbero fondare la società e, di conseguenza, il mondo del lavoro e per ridisegnare un’economia sostenibile e solidale. Il messaggio della Cei per il 1° maggio 2020, dal tema «Il lavoro in un’economia sostenibile», propone spunti di riflessione affinché il lavoro, come scrive papa Francesco, possa diventare sempre più «libero, creativo, partecipativo, solidale» (EG 192). Ne abbiamo parlato con l’economista Sr Alessandra Smerilli, una degli esperti del Consiglio nazionale del Terzo settore presso il Ministero del Lavoro.

alessandra smerilli
Alessandra Smerilli

Sr Smerilli, il messaggio dei vescovi della Cei inizia dicendo che “niente sarà come prima”. Cosa dobbiamo imparare da questo momento?
Questo momento ci fa capire che niente sarà come prima. Stiamo cominciando a capire, dopo uno shock iniziale, che se pure ripartiamo dobbiamo per forza cambiare abitudini, cambiare modi di fare commercio, di fare produzione. Quello che bisogna capire, a mio parere, è come tutto questo può essere fatto senza lasciare indietro nessuno. Quello che può capitare è che molte aziende si sono rese conto che possono fare a meno di tante persone perché ci si riesce ad organizzare in modi diversi, che si può fare lavoro da casa, che questo può diventare anche un bene. Tanti non riapriranno perché non ce la fanno, il commercio internazionale è ridotto a causa del virus.

In che modo e con quali valori potrebbe ripartire un’economia che metta al centro l’uomo?
Il primo effetto grande che ci sarà in questo momento è un aumento spaventoso della disoccupazione. Di fronte a questo: o lo prendiamo come un dato e si cerca di fare qualcosa, di intervenire con aiuti – ma quanto possono reggere a questo gli Stati? –, oppure forse è uno dei momenti storici in cui le norme anche sociali sul lavoro devono cambiare. La proposta che di solito avanzo è di mettere insieme lavoro e cura, di dire: chi l’ha detto che un lavoro full time deve essere quello che viene inteso oggi come full time? Un full time del futuro potrebbe essere il part time di oggi, dando spazio di lavoro a più persone ma dove, dentro il lavoro, c’è una dimensione del prendersi cura che fa parte del lavoro stessp. Quindi riduco le ore che passo al computer o che passo a fare il lavoro manuale e, come mio contributo alla società, c’è anche il prendermi cura nella famiglia, nel quartiere. Pensiamo, adesso, nel condominio se i bambini non possono andare a scuola e i genitori devono riuscire a lavorare. Provare a immaginare delle ripartizioni di cura dentro i condomini, nei quartieri come norma sociale che appartiene al lavorare e quindi rivedere i tempi del lavoro e della cura come cura che non è il “di più”, non è quello che la donna fa dopo avere fatto tutto il resto, ma quello che tutti facciamo come dimensione del lavoro.

A livello internazionale, cosa si può fare?
La pandemia sta attraversando tutto il mondo. Se non ci si mette tutti insieme a cercare di capire come uscirne, difficilmente uno Stato ce la farà da solo, quindi anche un’economia. Siccome a livello politico è difficile accordarsi, credo che in questo ci aiuti la storia, che è fatta di scambi tra mercanti, di commerci: le aziende, i mercati, possono trovare le strade, con una giusta regolamentazione, per provare a ripartire in un modo diverso. Credo che in questo momento, per poter lavorare in questa dimensione internazionale ci sia bisogno che alcuni organismi che già esistono, come per esempio l’Organizzazione mondiale del commercio, possano essere adeguati a fare da regolatore nei tempi che stiamo vivendo, perché nessuno approfitti della situazione. Ci deve essere uno sforzo di imprese, governi, ma anche di istituzioni internazionali; ci vuole uno sguardo ampio per capire e quello che mi sta a cuore è che nessuno rimanga indietro. Dobbiamo scatenare la fantasia per rimetterci in gioco.

Sr Smerilli, lei fa parte del gruppo esperti  del Consiglio nazionale per il Terzo settore.  Cosa può fare il Terzo settore in questo momento?
Sappiamo che il Terzo settore è strategico per l’Italia, ma anche fuori dall’Italia è il settore che in qualche modo arriva dove altri non riescono ad arrivare. Sempre più c’è stata una trasformazione dall’assistenza – cioè andare incontro ai bisogni più urgenti – al trasformare tutto questo anche in risorsa. Il Terzo settore può avere anche il compito di ricordare alla società che quelli che noi consideriamo gli ultimi, gli scartati, possono essere una risorsa per la società. Secondo me è strategico per il Terzo settore – e per questo ha bisogno anche di essere considerato – fare in modo che quelle che vengono considerate persone “scartate” possano entrare nel sistema ed essere considerate risorse.

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