Aldo Moro, 35 anni dopo

Il capo dello Stato ha deposto una corona sotto la lapide in via Caetani prima della commemorazione, a palazzo Madama, dello statista assassinato dalle Brigate rosse. La memoria diventa anello di congiunzione fra passato e presente e trasmissione alle generazioni future di ideali, esperienze individuali e storie collettive. 
Napolitano deposita una corona per ricordare Moro

16 marzo 1978.  La Fiat 130 che trasporta Aldo Moro dalla sua abitazione alla Camera dei deputati, é intercettata nei pressi di via Mario Fani da un commando delle Brigate Rosse. In pochi secondi vengono trucidati i cinque uomini della scorta e Moro sequestrato.

9 maggio 1978.  Dopo 55 giorni di prigionia, trascorsi in una cella di un metro per tre, il corpo  dello statista, crivellato di dieci proiettili, viene fatto trovare nel  portabagagli di una Renault 4 rossa, in via Caetani, emblematicamente prossima sia a via del Gesù che a via delle Botteghe oscure, che ospitavano rispettivamente le sedi nazionali della Democrazia Cristiana e del Partito Comunista Italiano.

4 maggio 2007. La Camera dei Deputati approva la proposta di legge n.2489 riguardante l’istituzione del 9 maggio come Giorno della memoria dedicato alle vittime del terrorismo e delle stragi di tale estrazione. La data è scelta in coincidenza con la tragica fine di Aldo Moro. Ma doverosamente intende accomunargli il ricordo di tutte le altre vittime, anche quelle dei più umili servitori dello Stato, come i cinque uomini della sua scorta caduti nell’agguato di via Fani (Raffaele Iozzino, Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Giulio Rivera, Francesco Zizzi).

9 maggio 2013.  La Giornata della memoria cadeva quest’anno nel 35mo anniversario di quell’evento. Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha voluto onorarne il ricordo soffermandosi in raccoglimento in via Caetani, dove è stata deposta una corona di fiori sotto la lapide di Moro, prima di recarsi a palazzo Madama dove ha avuto luogo la commemorazione solenne.

Il presidente del Senato Pietro Grasso, nel suo intervento, ha affermato che «Le Brigate rosse avevano colpito il perno del sistema politico e istituzionale su cui poggiava la democrazia. Moro divenne la vittima-simbolo di un sistema; fu la tragedia non solo della perdita di un alto rappresentante delle Istituzioni ma di tutto il Paese».

Il discorso del capo dello Stato.  Due i passaggi significativi. Il primo, sulla condanna di ogni forma di violenza. «Il ricordo del sacrificio delle vittime del terrorismo ci ha dato un'occasione, quella di imparare molte cose», e specifica: «Ad esempio che la violenza va combattuta, fermata, scongiurata prima che si tramuti in eversione. Non possiamo essere tranquilli di fronte a certe esternazioni, anche solo sul piano verbale o sul piano della propaganda politica».

Il secondo, sulla riabilitazione del ruolo delle Istituzioni. «Ho voluto che a partire da quest'anno questa cerimonia si dislocasse in altri luoghi istituzionali, oltre al Quirinale», aggiungendo: «e vorrei che la si smettesse di identificarli come i Palazzi del Potere». Basta identificarli come i luoghi dell'oscuro potere:«Il Quirinale è la casa degli italiani, e i palazzi del Parlamento sono i luoghi della sovranità popolare e della sua rappresentanza democratica».

Pierluigi Castagnetti, tracciando un ricordo di Aldo Moro su Europa, si chiede come mai continui la necessità di farne memoria. «Penso che la ragione si trovi tutta nel presente». E cita una frase contenuta in una delle 97 struggenti lettere dalla prigionia, che é una drammatica promessa da molti vissuta come una maledizione: «Io risarò ancora come un punto irriducibile di contestazione e di alternativa». E Castagnetti commenta: «Quante volte nei momenti di crisi della nostra democrazia e soprattutto di agonia del suo partito, la Democrazia Cristiana, questa invettiva è stata riesumata come spiegazione di cose che ci si rifiutava di capire e spiegare».

Contestazione e alternativa.Il riferimento è probabilmente alla visione politica di Aldo Moro, convinto assertore, fin dall’inizio degli anni sessanta, della necessità di un'alleanza tra il suo partito e i socialisti di Pietro Nenni. E riuscì in questo intento nel dicembre 1963, allorché a soli 47 anni, divenne presidente del Consiglio, alla guida del primo governo di centro-sinistra (che resse fino al 1968).

Proseguendo in questa posizione, dopo le elezioni del 1976, Moro concepì l'esigenza di dar vita a governi di "solidarietà nazionale", con una base parlamentare più ampia comprendente anche il PCI. All’inizio del 1978 (poco prima del suo rapimento) Moro, da presidente della DC, riuscì a convincere i gruppi dirigenti del suo partito a convergere su questa linea, anche se ciò lo rese oggetto di aspre critiche da parte di quanti vedevano in questo nuovo “compromesso storico” con il PCI di Berlinguer una svolta ben più clamorosa della precedente alleanza con il PSI di Nenni.

Parlare di Moro non è facile, sia per la complessità e ricchezza della sua figura, sia per l’insieme di incomprensioni e pregiudizi sulla sua autentica personalità. Riflettere, però, sul suo pensiero rappresenta un obbligo morale per aiutarci anche a capire i segni del nostro tempo.

Numerosi gli scritti che ci ha lasciato, non solo di natura strettamente politica ma anche di filosofia del diritto e di filosofia politica. Molti ancora di stringente attualità.

In uno scritto del 1977 (“Agire uniti nella diversità”), un anno prima della morte, Aldo Moro affermava: «La diversità che c’è tra noi non ci impedisce di sentirci partecipi di una grande conquista umana. Non è importante che pensiamo le stesse cose, che immaginiamo e speriamo lo stesso identico destino; è invece straordinariamente importante che tutti abbiano il proprio libero respiro, tutti il proprio spazio intangibile nel quale vivere la propria esperienza di rinnovamento e di verità, tutti collegati l’uno all’altro nella comune accettazione di essenziali ragioni di libertà, di rispetto e di dialogo». Parole di straordinaria attualità anche per la stagione politica che vive il nostro Paese, che reclama riconciliazione. E «la pace civile – si legge ancora nello scritto di Moro – corrisponde puntualmente alla grande vicenda del libero progresso umano, nella quale rispetto e riconoscimento emergono spontanei, mentre si lavora, ciascuno a proprio modo, ad escludere cose mediocri, per fare posto a cose grandi».

E nel suo ultimo intervento, Aldo Moro asserì: “Se fosse possibile dire saltiamo questo tempo e andiamo direttamente a questo domani, credo che tutti accetteremmo di farlo, ma questo non è possibile. Si tratta di vivere il tempo che ci è stato dato con tutte le sue difficoltà”.

Far posto a cose grandi e vivere il tempo che ci è dato.   Un pensiero forte, un elevato programma di vita. Il 16 marzo 2008, a trent’anni dal suo rapimento, Raffaele Nogaro vescovo di Caserta, chiese l’avvio di un processo di canonizzazione per Aldo Moro, che si è aperto il 20 settembre 2012 dopo l’indicazione dello statista “servo di Dio” da parte del cardinal Agostino Vallini, all’epoca vicario del papa.

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