Alcoa, una questione energetica?

Il caso dello stabilimento sardo apre questioni anche sulle politiche dell'energia nel nostro paese. Il settore dell'alluminio resta strategico, servono piani d'azione innovativi e non penalizzanti
Produzione di lastre d'alluminio

Avete mai visto un carico di bauxite? Se vi passasse davanti al naso un camion di terriccio con tonalità dal rosso bruno al giallo, pensereste che con quel carico non si potrebbe fare molto, forse il fondo stradale. Invece, da quelle quattro tonnellate di “terra” è possibile raffinare circa due tonnellate di allumina, un ossido di alluminio bianco in polvere.

Non è facile. Occorrono una tecnologia complessa e impianti imponenti e Alcoa ha fatto di questa complessità un motivo di eccellenza diventando leader mondiale nella produzione di alluminio. Infatti, da quelle due tonnellate di allumina se ne ricava una di alluminio attraverso un processo di elettrolisi inventato dal fondatore dell’Alcoa, Charles Martin Hall, nel 1888 a Pitsburg negli Stati Uniti. Una tonnellata di alluminio è sufficiente a produrre 60.000 lattine usate per le bevande o a produrre i telai di sette autovetture. Tutto da un carico di terriccio. Sembra quasi una magia.

Purtroppo nel campo delle attività umane, per quanto virtuose o intelligenti possano essere, le magie non esistono. Per produrre l’alluminio serve tanta energia, elettrica per i processi di elettrolisi, termica per i forni per le diverse fasi del processo di produzione e raffinazione del metallo. Ad esempio, nell'ultimo anno di piena attività, il 2008, la filiera dell'alluminio di Portovesme ha assorbito oltre 2.500 GWh di energia elettrica pari al 22 per cento del totale dei consumi elettrici della Sardegna (usi civili inclusi) ed il 40 per cento del totale dei consumi elettrici dell'intero settore industriale regionale. Per la sola produzione di 1 tonnellata di alluminio primario sono necessari, durante il solo processo elettrolitico, da 15 a 30 MWh di energia elettrica il cui costo incide per oltre il 25 per cento su quello finale di prodotto. Un valore enorme se raffrontato, per esempio, a quanto serve per produrre una tonnellata di acciaio (un sessantesimo) o di carta (un quarto). La soluzione è quindi semplice: basta avere la disponibilità di tanta energia, prodotta in modo sostenibile e a basso costo! Ma questo è il desiderio di tutta l’umanità nell’ultimo secolo e rappresenta allo stesso tempo una delle sfide cruciali per il nostro futuro.

No, per l’energia non esistono oggi soluzioni semplici, tantomeno in campo industriale dove le quantità in gioco sono fuori dalla portata dei progetti di generazione distribuita sul territorio, magari utilizzando piccoli impianti fotovoltaici o eolici, di cui si sente parlare nei dibattiti sul nostro futuro energetico sostenibile.

Nel caso di Portovesme la soluzione energetica è stata affrontata con buona volontà dal Governo a partire dal 1995, quando veniva istituita per la prima volta una tariffa agevolata per l’energia elettrica consumata dallo stabilimento. Da allora si sono alternati provvedimenti e interventi della Commissione Europea che vigila sull’applicazione delle regole per la concorrenza (aiuti di Stato) fino alla situazione attuale che prevede la riduzione del prezzo dell'energia per i clienti energivori delle isole maggiori, penalizzate dalla mancanza di collegamenti elettrici adeguati con il resto della penisola; grazie a particolare condizioni di fornitura.

Tutto inutile, sembra: il mercato dell’alluminio soffre, l’energia è comunque ancora troppo cara e le prospettive non sono rosee. Cosa fare? Occorre ripartire con il porsi le domande giuste e in particolare se il settore dell’alluminio assume davvero una rilevanza strategica per l’industria italiana e quali interventi strutturali e/o normativi occorra fare per la questione energetica. Mentre alla prima è facile rispondere affermativamente, per la seconda si può prendere spunto dai modelli europei già applicati con successo per le imprese cosiddette «energivore», stipulando contratti bilaterali produttore – grande a prezzi “bassi” in cambio di una partecipazione a consorzi che investono in nuovi impianti di produzione di energia elettrica.

E' questione di buona volontà e di definire un progetto industriale solido, con il contributo di tutti, senza aspettarsi miracoli. I mezzi per farlo ci sono: il nuovo collegamento elettrico denominato SAPEI, finito di posare al termine del 2010 tra la Sardegna e il Lazio e che ha consentito di interrompere un lungo periodo di isolamento energetico della Sardegna, ne costituisce un esempio e una speranza. Non mollare, dunque!
 

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